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Joe Schittino, eccellenza musicale siciliana

Joe Schittino si è diplomato in pianoforte con Luca Ballerini e in composizione con Giovanni Ferrauto presso l’Istituto Bellini di Catania, si è poi perfezionato con Azio Corghi e Ivan Fedele all’Accademia di Santa Cecilia in Roma. È anche laureato in lettere classiche. Attualmente ricopre l’incarico di Direttore dell’Istituto “Pietro Vinci” di Caltagirone dal 2017. Recentemente ha anche ottenuto un incarico di docenza di Teoria dell’Armonia e Analisi presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove ha studiato anche Vincenzo Bellini duecento anni fa. Nel 2010 Joe è stato il primo italiano a ricevere la commissione della Maison d’Éducation de la Légion d’Honneur (Petite Cantate Italienne: Parigi, Concert Présidentiel 2011 col patrocinio personale di N. Sarkozy). Ha composto alcune opere liriche, due delle quali sono state rappresentate: La Neuberin su libretto di Klaus Rohleder nel 2007 allo Stelzenfestspiele bei Reuth, e L’opera minima su libretto di Claudio Saltarelli da un lavoro giovanile di Luigi Illica, al Teatro Municipale di Piacenza nel 2020. Ha composto le musiche di scena per Le Supplici di Eschilo (XLV Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa). Il Teatro Massimo Bellini di Catania gli ha commissionato la Passio Sanctae Agathae e Pane di rosa (cantate per coro e orchestra, la seconda su testo di Lina Maria Ugolini) e Una giornata (poema sinfonico). La sua musica è recensita su riviste musicali importanti ed è eseguita in numerosi Paesi in tutto il mondo.

Hai composto opere liriche per vari teatri. Secondo qualche melomane l’ultima grande opera sarebbe la Turandot di Puccini eseguita nel 1925. L’opera è ancora viva?

Altroché! L’opera è viva e vegeta e la tradizione, che a volte con faciloneria viene limitata a specifiche date ed eventi, trova invece continuità in una fioritura perenne di linguaggi, autori, tematiche, che è peraltro oggi piuttosto facile rintracciare: dai Dialogues des Carmélites a Soldaten a Britten, Ligeti, Kurtág, Knussen, Adès, Rautavaara, Battistelli, per non dire Corghi, che è stato il mio maestro a Santa Cecilia ed è un compositore che ci ha donato del teatro musicale ricchissimo di spunti di riflessione, nonché di raffinato senso della scena e infallibile gusto dell’orchestrazione. E per non dire della nuova generazione di giovani e giovanissimi compositori. Per quel che mi riguarda, il mio è uno sguardo camaleontico in avanti e indietro nel tempo e nei modi: non possiamo prescindere dalla tradizione, che comunque ci influenza (in fondo noi abbiamo il DNA dei nostri genitori). Ho per il momento la fortuna di insegnare (seppure, ahimè, online per contingenze sanitarie) in uno dei conservatori più prestigiosi d’Italia, San Pietro a Majella, che vide la fioritura dell’opera napoletana del XVIII secolo: per un compositore di trecento anni dopo, questo è un chiaro stimolo a superare con bravura la tradizione senza trasgredirla, e soprattutto senza violentarla (ci hanno già provato, con esiti disastrosi).

Opera o musical?

La scena mi intriga moltissimo, è un luogo in cui tutto può essere sognato, intersecato e vivere di vita propria. Sono emotivamente trasportato dallo storico teatro di rivista, dall’operetta, dalla commedia musicale italiana: Garinei e Giovannini, Sandro Massimini, la leggendaria Wanda Osiris. Giove in doppiopetto è un capolavoro, ma è solo la punta di un gigantesco iceberg la cui conoscenza, per un compositore impegnato in altre forme, è comunque imprescindibile (così come il teatro tradizionale di altre culture: sono un appassionato del kabuki, per esempio).

E l’Opera da tre soldi di Brecht musicata da Kurt Weill?

Si tratta di uno dei primi spettacoli a cui assistetti da ragazzino: era il 1992, avevo quindici anni e andai a Catanzaro, al teatro Masciari, per vedere l’opera diretta da Giorgio Gaslini con la partecipazione straordinaria della grandissima attrice Adele Fulciniti: fa parte di quelle esperienze che segnano e influenzano il percorso di una vita (ricordo anche, al Teatro Greco di Siracusa, gli splendidi Persiani di Eschilo nel 1990 e, nel 1992, l’orchestra del Bol’šoj: già componevo, ma fu allora che decisi che sarei diventato un artista professionista). Per questo sono affezionato alla Dreigroschenoper : la critica alla borghesia fatta in quel modo sublime da due grandissimi uomini di scena (Brecht e Weill) ha continuato per anni ad affascinare la mia adolescenza.

Alcuni compositori del XX secolo hanno ripreso la tradizione dell’oratorio. Mi vengono in mente il Moses und Aron di Schönberg, Le roi David e Jeanne d’Arc au Bûcher di Honegger, Oedipus Rex di Straninsky. Nella tua Passio Sanctae Agathae hai tenuto in considerazione questa tradizione?

La tradizione è dentro di noi, non possiamo muovere un passo senza tenerne conto (e senza cadere nel vuoto); il punto cruciale è piuttosto l’interpretazione del patrimonio tradizionale, nella prospettiva di una visione dei nostri giorni (e, nel mio caso specifico, che prescinda da un “prima” e un “dopo”: sono notoriamente allergico a cronologie e didascalie).  La Passio e Pane di rosa sono i due lavori sinfonico-corali che hanno visto la luce a un anno di distanza (entrambe commissioni del Teatro Massimo Bellini in occasione dei concerti straordinari di Sant’Agata 2020 e 2021): non sono oratori stricto sensu (non ci sono parti narrate) ma affrontano, a partire dalla grande diversità dei testi, due aspetti fondamentali della martire catanese. Nella Passio mi sono servito della Vita anonima contenuta in un codice trentino tardo-medievale, che ho scelto per la qualità austera del testo latino pieno di immagini cruente: ne è risultata una partitura scura, spigolosa, a pannelli, in cui il dramma del martirio si traduce in masse corali e strumentali alternate. In Pane di rosa il luminoso testo di Lina Maria Ugolini è di tutt’altro carattere, presentando tra l’altro Agata come “bambina”; la musica qui è più sottilmente esoterica e si lascia plasmare dalla leggerezza più aerea, arrivando a interpretare la Santuzza come una vera e propria Iside dei nostri giorni (viviamo o no in un mondo di splendidi sincretismi?).

Tra le tue composizioni figura anche il poema sinfonico Una giornata.

Si tratta di una nuova commissione del Teatro Massimo Bellini di Catania: è un lavoro ispirato a una delle ultime e più inquietanti novelle di Luigi Pirandello, forse quella in cui si trova la quintessenza della sua ricerca ultima: la deformazione del tempo, o della percezione, e lo sfilacciarsi della memoria a causa dell’apertura di “finestre segrete” in noi stessi. La musica da me composta vive di continue fibrillazioni che passano da una sezione all’altra dell’orchestra, inframmezzate da momenti di sinistro lirismo: una poesia sempre vigile, ma mai del tutto; e veicolata da una forma apparentemente libera in cui però è ravvisabile, a un livello più profondo, un’architettura che deframmenta e ricompone le suggestioni poetiche del testo pirandelliano.  Presto ascolteremo!

Il poema sinfonico ci riporta a Franz Listz e al pianoforte. Sei diplomato in pianoforte… Ricordo una tua frase in cui dici che tu e il pianoforte non siete amici.

Una delle mie tantissime boutades ! In realtà ho mosso i miei primi passi nella musica da bambino, pestando i tasti del severo e antico pianoforte verticale a casa dei nonni materni; e poi, da studente all’Istituto Bellini di Catania, ho avuto la fortuna di studiare con un grande maestro che è anche un eccezionale pianista: Luca Ballerini. Il rapporto con lui non si limitava solo agli esercizi e al repertorio strumentale: da autentico uomo di cultura e fine conoscitore di poesia e letteratura, per me è stata una grande fonte di ispirazione e stimoli culturali. Ancora adesso siamo in cordiale rapporto di amicizia, come con tutti gli altri miei maestri. La figura dell’insegnante è centrale, e meritevole del più grande rispetto. Per me il maestro è un padre. Circa il mio reale rapporto con il pianoforte, posso dire che non è il medium principale della mia ricerca musicale: sul pianoforte compongo raramente, ma quando capita per me è una gioia. Mi dà la sensazione della musica che sgorga dalle dita, non (solamente) dalla testa: mi svela la dimensione fisica del comporre che viaggia dal tasto allo scricchiolio della penna sul leggio, prima che al ticchettio dei tasti sul computer. Riguardo agli interpreti: mi piacerebbe incontrare più pianisti disposti a mettersi in discussione con la musica contemporanea, con i nuovi autori: in altre parole, a “rischiare” mettendo anche solo per un attimo da parte l’arcistraconsacrato repertorio di classici immortali, per dialogare con l’amico compositore della porta accanto; e chissà, magari diventare i primi esecutori di un pezzo nuovo che in futuro potrebbe diventare famoso. Se io stesso fossi un pianista, un interprete, sarebbe inconcepibile per me vivere di solo repertorio, e sarei animato anzi dalla curiosità vorace di conoscere ciò che si scrive per il mio strumento, mentre io vivo e suono.

Composizioni da camera.

Costituiscono la maggior parte del mio catalogo, e nascono principalmente dalla contingenza storica: per un compositore contemporaneo è in generale più difficile avere a disposizione compagini corali e orchestrali (e, alle loro spalle, direttori artistici) pronte a eseguire la sua musica. In questo senso, posso dire di essere recentemente diventato un privilegiato, avendo all’attivo diverse esecuzioni di musica sinfonica con l’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, l’Orchestra Filarmonica Italiana, la Novosibirsk Philharmonia, l’Orchestra Giovanile della Via Emilia, e infine l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania: di quest’ultima opportunità sono grato al direttore artistico Fabrizio Maria Carminati e al sovrintendente Giovanni Cultrera, che volentieri scommettono sulla nuova musica con la saggezza e la lungimiranza che li caratterizza. Per il resto, la musica da camera resta per me un territorio privilegiato d’indagine per combinazioni strumentali, timbri, effetti: anche perché so di poter contare su un certo numero di amici che mi stimano e si spendono con energia per la promozione della mia musica. Ho scritto praticamente per tutti gli strumenti, ma resto fondamentalmente orientato sulle le formazioni “classiche” (quartetto d’archi in primis).

Essere compositore ed essere siciliano. In che rapporto sono queste due condizioni nella tua esperienza?

Sono di ascendenze romane per parte di madre, e nisseno-campane di padre; siracusano di nascita, ho concluso i miei studi a Roma, ho vissuto e lavorato in Germania, ho frequentato a lungo la Francia: tutto ciò fa di me il classico siciliano cosmopolita, attaccato alla sua terra non diversamente che a qualunque altra. E ciò trova un riflesso preciso nella mia musica: solo in un paio di brani (su oltre 350 del mio attuale catalogo) sono presenti riferimenti espliciti alla tradizione popolare siciliana, mentre puoi ritrovare suggestioni dalla letteratura e dalle arti visive tedesche, russe, francesi, lituane, spagnole, giapponesi. In apparenza una strana insalata, che però trova rispondenze esatte nella mia poetica di straniamento, di perdita di contatto con il reale mediante l’ironia e uno stato di multi-personalità che trova nell’ucronia e nell’utopia il suo terreno d’elezione. Non solamente siamo, come dicono i Bahá’í, “fiori dello stesso giardino”: in questo giardino il tempo è stato messo in pensione, e il sogno cammina a braccetto con ciò che noi usiamo definire realtà. E tutto questo può immaginarlo solo chi ha la fortuna di vivere e operare in una terra sospesa tra sogno e realtà, quale è appunto la Sicilia.

Progetti per il futuro.

Nell’immediato una collaborazione con il Teatro Coccia di Novara, molto attivo nella valorizzazione di nuovi autori, per un “corto” lirico (su uno splendido libretto di Stefano Valanzuolo) e una cantata in collaborazione con altri due compositori; una nuova opera su Lapo Saltarelli (l’amico di Dante) in programma a settembre a Piacenza; un melologo dantesco a Caltagirone; il lavoro di ricerca attorno alla nuova notazione Chronota (di cui è autore Lukas Brandt, primo oboe dell’Orchestra Sinfonica di Osnabrück); un ampio lavoro sinfonico (forse una vera e propria sinfonia); alcuni cicli vocali da camera (su testi di Lina Maria Ugolini, Claudio Saltarelli e Antonino Chianello); e altro ancora. Non trascorre un solo giorno senza che io componga. Per me è naturale come respirare.

Foto di Andrea Annaloro tratta da Facebook

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