L'Intervista

Digiovanni: riflessioni intime e nuovi orizzonti musicali

Con una carriera che spazia dai prestigiosi palchi del Teatro Ariston di Sanremo al suggestivo Teatro Della Luna a Milano, e dai club di Manhattan al Paradiso di Amsterdam, Digiovanni, il talentuoso cantautore livornese e di origini calatine, si è affermato come una figura di spicco nel panorama musicale. Il suo nome d’arte, dietro al quale si cela Alessio Franchini, è da sempre associato a una profonda sensibilità artistica e a collaborazioni di prestigio, tra cui spicca quella con il noto Vinicio Capossela. Dopo aver partecipato all’edizione 2017 dello Sponz Fest in Alta Irpinia e aver contribuito come autore al libro “Come li pacci”. Un racconto sui dieci anni di Sponz Fest,” pubblicato nel 2023 da Baldini & Castoldi, DIGIOVANNI continua a stupire il pubblico con la sua musica. Il suo ultimo singolo, “Resta ancora,” è un’anticipazione del nuovo album in arrivo all’inizio del prossimo anno, promettendo di portare avanti il solco di intimità riflessiva già tracciato e il desiderio di rinascita che contraddistingue il suo stile unico. Il brano è stato prodotto con maestria da Andrea Pachetti, noto per il suo lavoro con artisti del calibro di Emma Nolde e Zen Circus, ed è pubblicato sotto l’etichetta “La Rue Music Records”, distribuito da The Orchard. Incontriamo Alessio a Livorno e con lui esploriamo il suo percorso artistico, dalle esperienze live memorabili alla genesi del nuovo singolo, gettando uno sguardo anticipato sul prossimo capitolo della sua straordinaria carriera musicale.

Ciao Alessio, le tue esibizioni live sono state apprezzate in luoghi iconici come il Teatro Ariston di Sanremo e il Teatro Della Luna a Milano. Come hai vissuto queste esperienze e come pensi abbiano influenzato la tua evoluzione artistica?

Ciao! Innanzi tutto, grazie mille dello spazio, è un grande piacere essere qui con tutti voi. Suonare in posti del genere è una sensazione molto bella ed appagante, non nego. È come hai sempre sognato di voler vivere, il posto in cui voler essere è quello che hai sempre sognato di voler essere. È un bellissimo momento che dura sempre troppo poco. È un po’ come la bottiglia perfetta o l’“aiuto” perfetto. Ma tutto finisce presto…  Ciò che queste esperienze mi hanno insegnato è che esse sono come sirene, luoghi che ti fanno credere di essere in qualche modo arrivato, ma dopo la vita torna quella di sempre, con tutti i casini e tutti i pensieri. Come tutte le migliori bottiglie e i migliori colpi… finiscono e dopo ne hai un bisogno tremendo. È una vera astinenza. I giorni peggiori per me sono quelli arrivati dopo serate del genere: mi manca tutto, sembra che sia finito tutto, che non ci sia più niente, di non avere più niente tra le mani. Ti dici: “È tutto qui?” “E ora? Sono lo stesso identico di prima”. Quindi ho imparato che suonare guardando le persone negli occhi e poter parlare con loro è la cosa più bella. Creare delle connessioni dirette anche se brevi è la cosa più bella. Quindi ogni volta è la più bella, anche perché non possiamo mai essere sicuri ce ne sarà un’altra.

Hai collaborato con artisti di calibro come Vinicio Capossela. In che modo queste collaborazioni hanno plasmato il tuo approccio alla musica e quali insegnamenti hai tratto da tali esperienze?

Vinicio Capossela è una persona speciale. Ho imparato da lui la disponibilità e la sensibilità, priva di sovrastrutture. Quando ci siamo conosciuti lui era già lui ed io ero in confronto nulla, solo un tizio che faceva cover di Jeff Buckley! Difficile si, assieme a Gary Lucas, quello che con Buckley ha scritto le canzoni, ma sempre nessuno! Lui mi ha accolto, dopo avermi sfidato, ma mi ha accolto senza nessuna sovrastruttura. Mi ha invitato a cena con i suoi genitori e il suo manager; alla pari, come due artisti che avevano voglia di parlare solo di cose che amano.

La tua partecipazione allo Sponz Fest in Alta Irpinia ha lasciato un segno importante, tanto da meritare un capitolo nel libro “Come li pacci”. Puoi raccontarci un po’ di più su questa esperienza e su come ha contribuito alla tua crescita artistica?

Lo Sponz Fest è un festival incredibile: si respira un’aria importante e familiare allo stesso tempo. È un festival che è in grado di fermare il tempo, anzi portarti fuori dal tempo. Anche con un solo giorno, ti senti rigenerato come se avessi passato lì una settimana! Vinicio mi chiamò per una serata, in realtà l’ultimo concerto all’alba dello Sponz, il più importante del festival. Erano le cinque e mezza di mattina della domenica, dopo il concerto di Vinicio stesso che avrebbe finito poche ore prima! Io prima di andare mi dicevo: “Ma chi verrà mai a vedere noi a quell’ora?”. La sera prima, giusto per alleggerire la situazione, l’organizzatore mi disse: “Sai che l’ultimo concerto all’alba è il momento più importante del festival, vero? Oh! Contiamo su di te!” … Che ansia! Alla fine, già dalle tre di mattina iniziarono a venire le persone, alle cinque era già tutto pieno. Iniziammo alle sei. Il numero di persone era tale che avevamo il pubblico anche sul palco, dietro gli amplificatori e gli strumenti. Poco dopo vidi a bordo palco anche Vinicio. Era tutto perfetto. Pensai che dovessi rendere loro tutta quella emozione, cercai di trasmettere tutto quello che avevo. All’alba mi girai e vidi che i miei musicisti non c’erano più: era il momento di Hallulujah di Jeff Buckley. È stato un momento molto intenso. Alla fine, vennero moltissime persone, molto emozionate. Più da me che da Vinicio!  Per anni molte persone mi hanno scritto per ricordare quella serata. La cosa che mi ha stupito di più, sei anni dopo, è che sembrava fosse passato solo un giorno da allora e che tutti si ricordavano ancora. È andata così!

Il tuo nuovo singolo, “Resta ancora,” anticipa l’uscita del prossimo album. Qual è il messaggio o il tema principale che desideri comunicare attraverso questo brano e come si integra nel tuo percorso musicale complessivo?

Il singolo e l’album rappresentano quello che sono adesso musicalmente: una persona che, da un percorso da band, ha sentito l’esigenza di proporsi come cantautore. Il disco non so se abbia un vero e proprio messaggio, ma ci sono dei temi sicuramente ricorrenti: la difficoltà di trovarsi davanti a scelte che ti impongono, opzioni che non vorresti in nessun caso. Come anche l’evasione, il bisogno e la speranza di poter trovare un posto diverso in cui poter sperare di avere un po’ di pace, e soprattutto tempo a disposizione. Il tempo è sempre troppo poco e non sai mai quando finirà… Questo pensiero porterebbe essere da egoisti: godersi tutto al massimo, tanto da bruciare. Ma la disponibilità di tempo accorcia tutto nella vita e ti trovi spesso davanti a un bivio in cui nessuna delle strade è pienamente quella che vorresti.

“Resta ancora” è stato prodotto da Andrea Pachetti, noto per il suo lavoro con altri artisti di rilievo. In che modo la collaborazione con Pachetti ha influenzato lo sviluppo sonoro del singolo e cosa hai cercato di trasmettere attraverso la produzione di questo brano?

Andrea è stato fondamentale per questo mio cambiamento verso una modalità più cantautoriale. Abbiamo lavorato molto insieme sulle canzoni; mi ha sfidato e provocato nelle scelte ed è stato un gran bene. Ho cercato di essere il più possibile aperto e disponibile alle sue idee. Per i testi, mi ha aiutato a non accettare compromessi o mezze misure: andare a fondo alle cose che volevo dire, senza sovrastrutture, veli, o accomodamenti! Pura verità, raccontata così com’è! È stata dura ma ne è valsa la pena, è stato terapeutico.

La tua musica è spesso caratterizzata da un’atmosfera intima e riflessiva. Come affronti la sfida di mantenere l’autenticità del tuo stile mentre esplori nuovi orizzonti musicali nell’album in arrivo?

A essere sincero… non lo so, forse cerco soltanto di essere me stesso. Ogni album racconta un momento particolare e quindi, nel tempo, momenti diversi. Magari al prossimo sarà tutto cambiato, chi può dirlo? Forse il segreto è cercare di rimanere autentico e nello stesso tempo mutare nel tempo. Mi viene in mente un paragone per esprimere ciò che intendo: puoi essere prima uomo e poi donna o viceversa ma in fondo resti sempre la stessa persona, lo stesso carattere, solo con un aspetto diverso.

Livornesi e siciliani hanno qualcosa in comune? Hai deciso di adottare come nome artistico il cognome della mamma che ha origini calatine, perché questa scelta?

Livornesi e siciliani hanno in comune il mare: un grande privilegio. Ho deciso di utilizzare il cognome che era di mia mamma perché è sempre stato il lato più artistico della mia famiglia. Mia mamma aveva un fratello che era musicista e di lui ho solo vaghi ricordi e qualche foto. Egli possedeva un sacco di strumenti e una sensibilità troppo fuori dal comune per gli anni sessanta e settanta. In più, ho sempre avuto un’attrazione particolare per la Sicilia, la terra di quei nonni che non ho mai conosciuto, ma di cui ho sempre sentito parlare in modo magico. È come se la Sicilia rappresentasse quella parte d’infanzia che non ho avuto, tant’è che quando ci sono venuto la prima volta, a ventisei anni, ho provato subito la forte sensazione di essere a casa: l’unico posto in vita mia in cui mi è venuto istintivamente a mente l’idea che lì ci avrei potuto comprare casa per viverci. Quindi il legame con la Sicilia per me è molto forte, molto sentito: una cosa di cui vado molto fiero!

Alessio, ti auguriamo il meglio e Ad Maiora Semper

Grazie di cuore, è stato davvero un grande piacere.

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