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I draghi di Michael Swanwick

Una cosa è certa, Swanwick scrive molto bene. Oddio, allo stato attuale non è una esigenza di cui si sente più la mancanza, infatti, negli ultimi decenni sono fioriti numerosi scrittori che, finalmente, hanno arricchito la science-fiction, oltre che di “idee”, anche di stili apprezzabili, trame più mature e di caratterizzazioni finalmente al di fuori degli stereotipi. Una volta la science-fiction era carente di scrittori stilisticamente accettabili e si sapeva anche perché. Gli albori, mossisi dall’Europa, erano stati eccellenti, pregevoli autori come H.G. Wells, William Olaf Stapledon, Carel Kapek, Yevgeny Zamyatin, Aldous Huxley avevano varato tematiche che diverranno i capisaldi della science-fiction, in opere di grande dignità letteraria. Invece, negli Stati Uniti, esplodeva il fenomeno del “pulps magazine”, periodici di ampia diffusione e veloce consumo, stampati su carta di pochissimo valore, in cui si spaziava dai romanzi sentimentali, a quelli western, ai viaggi spaziali (qui nasce la “space opera”), in cui agli autori era solo richiesto di intrattenere il pubblico con continui colpi di scena, con trovate magari roboanti, senza che ciò fosse supportato da uno scrittura stilisticamente accettabile. Su queste pubblicazioni si riversarono frotte di improvvisati scrittori, per lo più ormai giustamente dimenticati, i quali, però, contribuirono alla “cattiva fama” della science fiction. Certo, con il tempo emersero scrittori, ancora oggi considerati “classici” che, oltre alle idee, esponevano in uno stile, magari non eccelso, ma almeno più o meno decente (Robert Heinlein, Isaac Asimov, Alfred Van Vogt, Jack Williamson, Clifford Simak, ecc.). Solo pochissimi svettavano al di sopra (ad es.: Ray Bradbury, Theodore Sturgeon ) e, proprio per questo, la science fiction è stata considerata, per molto tempo, letteratura minore per un pubblico di poche pretese.
A partire dagli anni settanta, anche se effettivamente un primo impulso si ebbe nell’orbita della rivista “New Worlds” in Inghilterra intorno alla metà degli anni sessanta, cominciano, finalmente, ad affacciarsi autori che pian piano, sino ai giorni nostri, solleveranno le sorti stilistiche del genere.
Ma torniamo a Swanwinck, la pubblicazione di cui si parla raccoglie due romanzi ambientati nello stesso mondo, ma con personaggi e luoghi diversi e scritti a distanza di 14 anni l’uno dall’altro. Il primo romanzo, “The Iron Dragon’s Daughter(1993)” è quello più originale e maggiormente riuscito mentre, “The Dragons of Babel (2007)”, seppur godibile, riprende la falsariga del rampollo di nobili origini cresciuto in un villaggio senza conoscere il suo retaggio che scoprirà gradualmente e conquisterà alla fine.
Ma che cosa c’entra l’introduzione sulla science fiction.
Primo, perché Swanwick è soprattutto un autore di fantascienza; secondo, anche se il mondo descritto nei due romanzi è quello che siamo abituati a vedere nelle narrazioni fantasy, qui è trattato come un mondo parallelo (vedi meccanica quantistica: Hugh Everett III, fisico presso l’università di Princeton, propose la teoria del multiverso in modo rigoroso a partire dal 1957 ed è stata accettata e ampliata da molti eminenti fisici teorici, tra cui Stephen Hawkins), che ha quindi le sue leggi, alcune simili ed alcune completamente diverse (in questo caso la “magia”) rispetto al nostro universo, e che è conosciuto nelle leggende umane poiché le creature che lo abitano hanno fatto, e fanno, incursioni nel nostro mondo (universo).
L’originalità di Swanwick sta, invece, nell’immaginare questo mondo molto simile al nostro nell’organizzazione: ci sono fabbriche che ricordano il periodo della rivoluzione industriale in Europa, università, centri commerciali, fastfoods, musica rock, gruppi di potere occulti, economia sommersa, ecc., commistionati a riti e codificazioni tipici della magia e dell’esoterismo. Un’altra peculiarità affascinante è quella di aver fatto confluire e coesistere le mitologie e gli esseri leggendari di molte culture umane: quindi non solo l’abusate celtica e norrena, ma anche quelle orientali (Mudra, Simurgh, ecc.), africane (si cita il “Nkisi Nkonde”, ci sono dei “Tokoloshe”, ecc.), ecc.
Il primo romanzo racconta la storia di Jane, la quale è definita una “changeling”, una scambiata, cioè una bambina umana rapita dagli Elfi (occasionalmente ha vaghi flash e sogni relativi ad un’infanzia felice e spensierata di bambina coccolata dalla madre umana nel nostro mondo). Inizia con lei adolescente che lavora all’interno di una gigantesca fabbrica dove si costruiscono e si assemblano i “draghi di ferro”, enormi creature cibernetiche, senzienti, utilizzate come i nostri caccia multiruolo, in una guerra che si combatte da tempo fra le caste elfiche che dominano, o che cercano di dominare, quel mondo. L’atmosfera iniziale è opprimente e pervasa da un senso di pesante cupezza, Jane è una fra tanti adolescenti (gli altri non sono, però, umani, bensì creature mitologiche di vario tipo e genere) sfruttati e vilipesi che anelano alla liberazione, pur sapendo di non aver speranza (ci sino trappole magiche insuperabili, come l’ “Orologio del Tempo”). Tuttavia, un giorno Jane entra in comunicazione mentale con un drago in rottamazione, Melanchthon, con il quale stringe un patto per la fuga di entrambi, dato che lei gli può fornirgli, di nascosto, i “pezzi” per rimettersi in sesto e lui, in quanto essere magico, è in grado di oltrepassare le “barriere” incantate virtualmente insuperabili.
E su questo si basa il “patto” fra Jane e Melanchon: lei vuole fuggire per ritrovare se stessa e, forse, cercare di capire da dove proviene, lui vuole evitare la distruzione e fuggire per vendicarsi di tutto e tutti.
I draghi, i protagonisti dei titoli della “saga”: sono, come detto, esseri a metà fra il meccanico ed il fatato. Privi di scrupoli, forse proprio perché la loro natura è di distruttori, odiano tutto e tutti e sarebbero felici di annichilire l’intero universo, se stessi compresi. Prepotenti, cinici e maligni, incarnano la volontà di autodistruzione. Infatti, quando Jane chiede a Melanchthon “Chi sei?”, lui risponde: “Sono la lancia assetata di sangue!”
La prima parte del romanzo, dove si descrive la vita nella fabbrica ed i vari personaggi che ne fanno parte (guardiani e sfruttati) è quella più riuscita, poi avviene la fuga di Jane e Melanchthon, e la narrazione un po’ si perde nella descrizione della vita da studentessa di Jane (riesce ad iscriversi alla scuola sotto tfalso nome) alle prese con il suo camuffamento (è pur sempre una fuggitiva), ai suoi rapporti con le altre creature, soprattutto gli Elfi, casta dominante composta da esseri algidi, crudeli, viziosi e mentalmente deviati, ai primi approcci sessuali, al rapporto ambivalente con Melachthon, il quale sta nascosto fuori città (anche lui è un fuggiasco), ma non svela a Jane, con la quale conserva una relazione empatica, i suoi piani contorti.
Nel finale, chiamiamolo terza parte della narrazione, si ha la precipitazione e lo scolvolgimento degli eventi, ma qui non dico, ovviamente, nulla, meglio andarsi a leggere il romanzo…

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