L'Intervista

La “Rockfollia” di Catania, raccontata da Davide Spampinato

Non tutti sanno o ricordano, che nel trentennio ‘70/’00, ma in particolare nel decennio ‘85/’95, Catania visse uno dei suoi momenti migliori dal punto di vista della produzione artistica musicale. In quegli anni era normale assistere, quasi ogni sera, sia nei locali del centro, sia in quelli dislocati nel circondario etneo, ai concerti di band locali che proponevano i propri brani. Era una Catania viva, che ancora consumava gli ultimi sprazzi di idealismo politico giovanile: gli studenti manifestavano ai cortei, si discuteva di lotte di classe, ci si scontrava fra fazioni opposte, si trovava il coraggio di occupare le università e i centri sociali. Era il periodo delle rassegne musicali, dei demotape, delle sale prova, delle compilation in vinile, delle radio e delle discoteche che passavano musica all’avanguardia. Era un’officina, l’athanor alchemico, in cui si formò il coacervo di idee che diede vita a produzioni musicali indipendenti e personalità interessanti, alcune rimaste sconosciute, o in voga solo pochi anni, altre divenute importanti e affermate in ambito nazionale. Di quanto avvenne a Catania in quell’epoca e dei dettagli, ce ne parla l’architetto Davide Spampinato, cantante storico del gruppo catanese degli “$nort!”, nella sua recentissima creazione editoriale: “Trent’Anni di Musica Ribelle a Catania, 1970-2000, Storie di Ordinaria Rockfollia” edito da Akkuaria. Approfittando dell’uscita del libro approfondiamo con Davide alcuni argomenti trattati nella pubblicazione, cercando di ricordare assieme le vicende di quell’epoca musicale oramai andata e curiosando anche nella sua attività artistica personale.

Ciao Davide, nel tuo libro racconti il trentennio musicale in cui Catania fece parlare di sé a livello nazionale e in alcuni casi, anche all’estero. In questo periodo, che raggiunse la sua acme nell’arco temporale compreso dalla seconda metà degli anni Ottanta e la prima degli anni Novanta, Catania era il luogo giusto affinché esplodesse questo fenomeno. Com’era allora Catania?

Catania, tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta, era caratterizzata da un’incredibile vuotezza: viveva, in pratica, il nulla finché non si “svegliarono” alcuni intraprendenti che afferrarono la possibilità di poter e dover uscire dal torpore sociale, culturale e musicale. Anche perché, parafrasando il titolo di uno dei primi capitoli del libro, più buio di mezzanotte non poteva fare. Grazie al nascere delle prime band, punk e new-wave, si assistette quindi ad una sorta di risveglio poi culminato negli anni Novanta in quel fermento musicale che ancor oggi ha dell’incredibile, sia per il dato numerico rappresentato dalle band che popolavano la cosiddetta “scena indie” catanese e sia per la qualità dell’offerta musicale, abbastanza vasta ed eterogenea. Ovviamente non va dimenticata la radio che aprì le porte a nuovi modi di trasmettere e a nuove sonorità diffuse da programmi specializzati.

In quel periodo sorsero decine di locali nuovi dove ascoltare musica e suonare dal vivo, le radio libere spopolarono, i garage si trasformarono in sale prova, i negozi di dischi divennero dei punti di ritrovo per molti musicisti, si fecero avanti le produzioni indipendenti. Ci vuoi raccontare qualcosa dei luoghi e dei personaggi che contribuirono a far esplodere tutta questa musica?

Metaforicamente parlando, a dare fuoco alla miccia furono alcuni precisi protagonisti. Tra questi: Piero Toscano e Nico Libra, titolari dei due più importanti negozi di dischi in città (Rock86 e Musicland), Cesare Basile con l’entourage del Korova nonché Checco Virlinzi poi noto per le sue intuizioni e la sua Cyclope Records. Il Korova credo sia stato il primo e fondamentale locale dal quale derivarono gli altri luoghi particolari dove veder suonare le band: lo Sticky Fingers di Antonio Recca a San Gregorio, il Macumba di Ugo Natalotto (ex Skulls, band proto-punk) a Catania, per citare due nomi rilevanti.

Quando si è così tanti a suonare ed esibirsi in città è inevitabile che si creino parecchie interazioni umane: amicizie, amori, litigi, scontri, ecc. Sicuramente avrai delle considerazioni a riguardo e saprai dirci, se a tutt’oggi, rimane per te ancora un legame con molti di quei “cari ragazzi” di allora.

In quegli anni indimenticabili nacquero molti sodalizi, non solo musicali. Alcuni di questi esistono ancora e risalgono a Rockemergendo, struttura consorziata artefice di quella piccola “rivoluzione” avvenuta in quelli che reputo gli anni migliori del rock a Catania. Anni però che ebbero il difetto di snobbare un po’ chi non suonava noise & dintorni: qualcuno ancora oggi parla di “chiese” sorte all’epoca e tra loro contrapposte soprattutto per il loro particolare ‘credo’ musicale.   

Non ti chiedo di citare adesso le band catanesi, perché parlando di alcune, faresti del torto ad altre e perché sono tutte ampiamente riportate (con foto) sul tuo libro, ma posso sicuramente chiederti qualcosa della tua esperienza musicale con gli “$nort!”. Come hai vissuto tu, in prima persona, quell’esperienza musicale?

Gli $nort! nacquero per scherzo: per permettere al chitarrista Paolo Romano di far bella figura al concerto di fine anno della sua scuola! Poi si rivelarono invece un piacevole impegno, per me, e una stupenda esperienza di amicizia e di vita: se non fossi stato uno $nort! non avrei mai potuto conoscere tanta bella gente, in città, e soprattutto non avrei potuto essere amico del compianto Umberto Ursino (il libro è dedicato a lui. Ma anche a Checco Virlinzi) … 

Adesso, del fenomeno musicale che è stato allora rimane ben poco!… Come è andato perduto tutto quel patrimonio di energie, di idee innovative e brani originali? Come vedi adesso Catania in tal senso?

L’attuale città possiede davvero poco in comune con la Catania della quale parlo nel libro: oggi si assiste solo ad uno sfascio culturale e musicale da attribuire a chi? A un pubblico meno curioso o che preferisce leggerezza musicale? Alla mancanza d’interesse verso il lavoro tra artisti e all’assenza di scambi di idee? O a un sopraggiunto e sterile individualismo delle “nuove leve”? Catania è cambiata, purtroppo in peggio, così come sono cambiate società e modus vivendi delle nuove generazioni.

Hai ancora nel cassetto progetti futuri, sia in ambito letterario, sia musicale?

Non al momento anche se l’editore Akkuaria ha pensato bene di mettere in piedi una specie di seguito al libro. Ma si tratta di un’antologia di racconti e memorie scritte dai diretti protagonisti. Io mi occuperò solo di curarne la raccolta, assieme a Vera Ambra, nonché ad aggiungere nomi di taluna o talaltra band sfuggitami nella narrazione del mio libro. Quest’ultima cosa devo farla a tutti i costi, visto che alcuni “protagonisti” mi stanno crocifiggendo su Facebook per presunte mancanze. Ma va bene così: conferma il fatto che il catanese è sempre pronto a lagnarsi e, tra il fare e il non fare, preferisce far fare agli altri e poi puntargli il dito contro.

Che messaggio vorresti far arrivare ai giovani musicisti che si affacciano nel panorama musicale urbano della tua città?

Citando Wim Wenders, suggerirei loro di farsi rapire da quel rock’n’roll che fece uscire la mia generazione dalla solitudine, stimolando me e i miei amici ad essere creativi. Soprattutto consiglierei di guardare al meglio del passato rock locale e ad abbandonare progetti di cover-band o ancor peggio di tribute-band: puntate all’originalità, ragazzi. Abbiate il coraggio di puntare in alto.

Grazie Davide e in bocca al lupo per la tua pubblicazione!

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