L'Intervista

“I Sedici Venti” di Marco Iacona

Iconoclasta, irriverente, noto per i suoi saggi sul Sessantotto e sulla destra anche catanese, Marco Iacona si ripresenta in libreria con un volume edito da Solfanelli, dal titolo un po’ arcano: “Sedici Venti”.

Iacona, nel 2016 lei intervistò la principessa Vittoria Alliata di Villafranca; l’Intervista si trova nel volume in parola, quale fu, nello specifico, il tema dell’incontro?

La principessa venne a Catania, presso il Coro di Notte del Monastero dei Benedettini, per parlare delle memorie del padre; era bellissima, mi presentai a lei con un pretesto, diciamo così, deviante, volevo parlare di Tolkien e fu di una gentilezza incredibile. Mi palesò tutta la sua insoddisfazione circa il trattamento che era stato riservato alla nota trilogia, secondo lei, in Italia, del tutto fraintesa. Leggendo l’intervista, comprendendo le sue motivazioni, se ne percepisce ancora l’amarezza. Nel “Signore degli anelli”, cioè nelle intenzioni dell’autore, non è possibile cogliere una contrapposizione netta, senza confini, tra il bene e il male, in quel momento tuttavia, e nell’ambiente Rusconi, si preferì leggere quel fitto narrato – ricordo che la traduzione della principessa è la terza al mondo, dopo quella svedese e quella olandese – attraverso una lente più politica che letteraria o spirituale. La nuova traduzione, quella di Fatica, peraltro non era ancora uscita.

C’è molta carne al fuoco nel suo libro. Un capitolo è dedicato anche a Camilleri, che lei non ha mai amato.

Ho discusso di Camilleri e con grande serenità con un suo discepolo che tra l’altro mi consigliò alcune letture; sono stato anche molto felice che un amico, adesso assessore al turismo a Siracusa, pubblicasse un suo scritto presso una collana da me diretta, con una bella introduzione del papà di Montalbano. Tutto qui, però. Per me Camilleri è un ufficiale superiore dell’armata sicula posta a difesa della “cultura siciliana” cioè del peggio…

Il peggio?

Vorrei chiarire. La cultura siciliana non è la cultura dei siciliani. Ogni siciliano, come ogni altro autore italiano o straniero è portatore di una propria cultura, possiede propri valori, si è affermato attraverso letture, studi o altro genere di influenze. Io, per esempio, ho sempre apprezzato un tipo di letteratura che guardasse all’Occidente nelle sue numerose declinazioni, o al più fosse di respiro nazionale. La cultura siciliana invece guarda alla Sicilia come specchio specifico di un richiamo nazionale, europeo, mondiale, un interesse che lambisce il folklore, che non esclude gli stereotipi che fanno della Sicilia, appunto, “la Sicilia”. Da questo punto di vista, l’Isola andrebbe riformata completamente, attendendo che pian piano le cose cambino. Pian piano sta per decenni, ovviamente.

Si spiega meglio?

Le faccio un esempio, anzi due: musica belliniana e musica mascagnana di “Cavalleria Rusticana”, quale tratta temi e ispirazioni sicule? Per me “siculo” è Bellini, appunto catanese, il resto è robaccia, al più apprezzabile per qualche noterella… ma quell’Alfio, quel Turiddu e quella Santuzza continuano a rubarmi i sogni. I temi verghiani insomma, sono così maledettamente fondanti e ancora, a loro modo, formativi tra la classe media, perfino di ispirazione positivista. Io vivo al nord, e qui la Sicilia è ossessione; Sicilia che è intimamente legata al ruolo giocato tradizionalmente dai siciliani, di Sicilia e no. A ciò ha contribuito tutta una serie di questioni sommatesi le une alle altre. Verga ovviamente non è tutto. C’è la Sicilia natura, la Sicilia cultura, la Sicilia celebrata, la Sicilia narrabile e quella appena appena narrata che appunto poco interessa… Potrebbe esistere una Sicilia senza cultura siciliana? Il tema è questo. La risposta è: stando così le cose, assolutamente no! E allora becchiamoci i Camilleri e quelli come lui. D’altra parte, buona parte dello Stivale è, oggi, di una rozzezza disarmante. Stento anch’io a crederci, ma la Sicilia è, come disse Sciascia, il motore della Penisola. Culturalmente s’intende. Ovviamente, può voler dire tutto e niente. Per Marchionne gli investitori stranieri erano del tutto indifferenti alle “bellezze” dell’Italietta.

Anche Consolo è utile per capire, e poi ci sono i “nuovi” siciliani. Da Mughini a Merlo…

Intellettuali diversissimi. Consolo mi attira per quel trattare, con intelligenza, i temi della Sicilia mito e della Sicilia storia. Ricordo a tutti che laddove ci sono i miti la storia sfugge al suo “farsi”. Laddove c’è storia forse si rischia di più, ma si è quasi certi di raggiungere taluni obiettivi. Consolo è certamente un gran ragionatore, in Sicilia lo siamo quasi tutti, ma la Sicilia è soprattutto estetica – “colorificio del cielo”, diceva Marinetti – e quando utilizzi la parola ora per pensare ora per esibire il tuo ragionamento (il problema è proprio quell’esibire) mescolando perfino le modalità espressive, possono sorgere problemi a non finire. Di comprensione, di deficit di assennatezza.

Mughini e Merlo?

Sono due grandi giornalisti, un catanese che si è salvato e un catanese che, secondo me, è a buon punto. Gli mancano solo pochi metri. Mughini ha capito che il mito bisogna lasciarlo da parte perché altrimenti scambiare lucciole per lanterne è cosa fatta. Merlo è pura goduria, però sovente non lo capisco. Forse perché non sono di sinistra.

Ma in “Sedici Venti” non si parla solo di Sicilia…

Per carità, sennò ricadrei anch’io nella categoria “intellettuale siciliano”, cioè di cultura siciliana. Si parla per esempio di fumetti e, appunto, di politica come idee (che spesso sono più che fumettistiche). Sono nato in Italia centotré anni dopo l’Unità, troverete scritto questo nelle mie biografie. Quattro anni dopo le Olimpiadi di Roma, quando il mio Paese si ripresentò al mondo. E stavolta da vincente.

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