Storie Arcane

I Beati Paoli tra leggenda e realtà

La “Miseria della Filosofia” è un’opera scritta da Karl Marx tra il 1846 e il 1847 con cui critica quella di Pierre-Joseph Proudhon “Sistema delle contraddizioni economiche” conosciuta anche come “Filosofia della miseria”. Poiché, mutuando e mutando i termini, in questi giorni si può solo parlare di una “miseria della politica”, poco o nulla c’è da scrivere ed è forse meglio cercare tra le nostre radici per tentare di trovare un traccia di verità e cominciare a capire se ciò fosse mai possibile.

Quella dei Beati paoli è una delle più interessanti e misteriose fra tutte le leggende di Sicilia. L’immagine di uomini incappucciati che, nel cuore della notte, si riunivano per organizzare vendette e rappresaglie contro coloro che avevano infranto impunemente la legge, ha profondamente colpito l’immaginario polare. In una terra come la Sicilia dove il sopruso e l’angheria, da parte dei nobili e dei funzionari dello Stato, erano all’ordine del giorno, l’idea di qualcuno che si ergesse a difensore della gente comune era perlomeno allettante. Ma nel corso di questi secoli, in molti, si sono posti il problema su dove porre il confine tra leggenda e realtà.

Una traccia appare nella “Storia della magia” (1859) di Elifas Levi. Ecco cosa scrive l’occultista francese:

“Carlomagno inviò in Vestfalia, dove il male era maggiore, i suoi agenti devoti incaricati di una missione segreta. Questi agenti attirarono a loro e si legarono col giuramento e la mutua sorveglianza tutti quelli che erano energici tra gli oppressi, tutti quelli che amavano ancora la giustizia, sia tra il popolo, sia tra la nobiltà; scoprirono ai loro adepti i pieni poteri che avevano avuto dall’imperatore e istituirono il tribunale dei franchi-giudici. Era una polizia segreta avente diritto di morte. Il mistero che circondava i giudizi, la rapidità delle esecuzioni, tutto colpì l’immaginazione di questi popoli ancora barbari. La Santa Veeme prese proporzioni gigantesche; si tremava al racconto delle apparizioni di uomini mascherati, delle citazioni inchiodate alle porte dei signori più potenti, dei capi dei briganti trovati morti col terribile pugnale crociforme sul petto, e con l’estratto del giudizio della Santa Veeme nella striscia attaccata al pugnale. Questo tribunale teneva nelle sue riunioni le forme più fantastiche: il colpevole, citato in qualche crocicchio isolato, vi era preso da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo conduceva in silenzio; era sempre di sera, a un’ora inoltrata, perché le sentenze non si pronunciavano che a mezzanotte. Il delinquente era introdotto in vasti sotterranei; una sola voce l’interrogava; poi gli si toglieva la benda: il sotterraneo s’illuminava e si vedevano i franchi-giudici tutti vestiti di nero e mascherati.”

Poco più di trecento anni dopo appare a Palermo la Setta dei Vendicosi. Nella sua “Indagine sui Beati Paoli” , Francesco Castiglione cita due testimonianze, dell’Anonimo di Monteccasino e dell’Anonimo della Cronaca di Fossa Nova, che parlano della comparsa di questa setta tra il 1185 e il 1186. Castiglione riporta, inoltre, la testimonianza di un altro francese, Jean Levesque de Burigny, che nella sua “Histoire de Sicilie” (1745) scrive: “Nell’anno stesso delle nozze di Costanza (nel 1186, appunto, Costanza d’Altavilla sposò Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa N.d.R.) avvenne il rimarchevole scoprimento d’una nova setta  di empia e capricciosa gente, cui davasi il nome di Vendicosi, ovvero Vendicatori. Nei loro segreti e notturni congressi ogni scelleratezza rende anzi lecita – sotto il colore di riparare gli altrui torti”.

Probabilmente accostare la Santa Veeme ai Vendicosi è un po’ una forzatura, ma si può notare come gli intenti siano simili, cambia solo la posizione nei confronti del “potere costituito”. Il collegamento tra i Vendicosi e i Beati paoli viene offerto, sempre tramite il Castiglione, da Mariano Scasso, traduttore del Burigny, che scrive in una nota a piè pagina: “Ella è costante opinione appo il Volgo, che più volte videsi rinnovellare cotesta Società di nascosti Vendicatori in Sicilia, ed altrove comunemente appellati Beati Paoli”. La stessa ipotesi viene avanzata da un passo di Gabriele Quattromani, citato nel libro “I Beati Paoli” di Francesco Renda, tratto dalle “Lettere su Messina e Palermo di Paolo R.” (1835): “Io non so come questa terribile setta si estinguesse e parmi non errare se la credo figlia di quel che in Germania chiamavasi tribunale segreto Vesfalico o santo vehemè o vehemè gerichte”.

Identificata una più o meno plausibilità storica dei Beati Paoli, un’altra necessaria precisazione riguarda l’origine del nome. Le teorie possibili sono due: la prima è il riferimento a San paolo poiché, secondo la leggenda, chi nasceva la notte del 29 giugno aveva nella saliva straordinarie proprietà medicamentose (i cirauli) e  questo lo rendeva un uomo eccezionale; la seconda è legata a San Francesco di Paola: costoro era i devoti del Beato di Paola.

I Beati Paoli, comunque, restano per anni ai margini della storia di Palermo e dell’intera Sicilia. Solo dopo il 1841, con l’espandersi delle società segrete patriottiche, i Beati Paoli escono da quell’angolo nel quale la storia li aveva relegati ed entrano a pieno titolo nella leggenda.

Non è del tutto provato, ma a questo punto pare chiaro che una setta o un’associazione segreta con le connotazioni che vengono attribuite ai Beati Paoli, sia veramente esistita a Palermo. Erano e sono in molti coloro propensi ad affermarlo,  anche se le informazioni sull’attività dei Beati Paoli sono spesso frammentarie e spesso in contraddizione tra loro; gli stessi documenti ufficiali delle varie epoche su sette e associazioni segrete sono poco chiari.

Ma è con il libro di Luigi Natoli che i Beati paoli conquistano definitivamente il loro importantissimo posto nell’immaginario collettivo dei siciliani. Anche Natoli, come evidenziato da più parti, non utilizza molto il materiale storico e ben poco, tra l’altro, poteva utilizzare. Concordando totalmente con il Renda, l’idea che qualcuno potesse riparare alle iniquità, alle ingiustizie di uno stato corrotto ed inefficiente doveva necessariamente farsi strada in una società come quella siciliana.

Tutto questo sembrava perfino calzare con il modello di una mafia “romantica”, diffuso fino ad una ventina di anni fa. L’antistato che sostituisce, integra e sopperisce allo Stato. Adesso che la mafia ha svelato la sua vera immagine e lo Stato, purtroppo, rimane sempre distante, ecco che i Beati Paoli diventano un modello ideale, una mitica età dell’oro e della ragione alla quale guardare con nostalgia.

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Dalla pubblicazione del libro di Luigi Natoli, l’interesse sui Beati Paoli e sulle loro leggendarie gesta è cresciuto a dismisura. Negli ultimissimi anni, oltre al saggio introduttivo di Umberto Eco all’edizione del 1972 de “I Beati Paoli” di William Gelt (pseudonimo di Natoli), edita da Flaccovio, altri due interessanti lavori sono quelli curati da Francesco renda e da Francesco Paolo Castiglione per i tipi della Sellerio. Ad entrambi, nelle loro pur esaurienti bibliografie, sembra essere sfuggito un libro di Giovanni De castro, pubblicato dalle Edizioni Athena di Milano nella seconda metà del 1800 e ristampato dalle Messaggerie Pontremolesi nel 1990 dal titolo “Le società segrete dal medioevo al XIX secolo”.

Il lavoro del De Castro si divide in cinque sezioni: Le società militari e religiose, I Templari, I Vendicatori, Astrologi e Alchimisti, le Società dei lavoranti. Il capitolo “I Vendicatori” si divide in tre paragrafi: la Santa Veheme, I Franchi Giudici e I Beati paoli.

De Castro descrive brevemente questa società segreta siciliana e quindi lascia spazio alla testimonianza del marchese di Villabianca (citata integralmente anche da Francesco Renda). Ma l’elemento di particolare novità sembra essere contenuto nella nota a piè pagina nell’apertura del paragrafo: “Abbiamo sui Beati Paoli un romanzetto di Vincenzo Linares, Palermo 1840, ed una ballata di Felice Bisazza”. Poiché di quest’ultimo non siamo riusciti a trovare alcuna traccia, chiediamo lumi al mondo.

I Beati Paoli
di Giovanni De Castro

Di questa setta, durata per molti secoli in Sicilia, sono sì poche le notizie, che certo deve essersi circondata di grandissimo segreto. Sparsa in tutta quanta l’isola, ove generò terrore tradizionale, attecchì eziandio oltre il Faro, segnatamente nelle Calabrie, e qui prima che altrove fu scoperta e crudelmente repressa e punita dai feudatari che da essa si vedevano pigliar la mano nell’ambìto ministerio di fare alta e bassa giustizia. Istituzione popolare formatasi per contrastare la baronale prepotenza, non seppe contenrsi ne’ prefissi limiti, trasmodò, macchiossi d’atti riprovevoli; sicchè varia fama ne dura, e vario giudizio se ne porta dai contemporanei.

Non è, come a primo aspetto potrebbe credersi, un fatto isolato. Si vorrebbe da taluno riguardarla come un altro effetto di quella propaganda eretica, che si allargò in tanta parte dell’Europa nel Medioevo. Fra gli eretici di maggior grido ho già ricordato quell’abate Gioachino, calabrese, le cui profezie e stranezze compaiono nell’Evangelium aeternum del frate Gherardino, libro che si conosce essere stato appunto uno de’ testi de’ giustizieri siciliani. E non è inverosimile che l’abate Gioachino, nato così vicino alla Sicilia, abbia potuto qui più che altrove spandere le sue idee, e disporre gli animi a reazione violenta contro i soprusi di Roma e de’ signori. L’Evangelum aeternum, tessuto di bizzarrie cabalistiche e gnostiche, era dai Beati Paoli anteposto al nuovo e al vecchio Testamento, perocché essi ritenevano con altri settari di quel coronale che l’impero del Vangelo doveva cessare nel 1260, nel quale anno si sarebbe promulgato un nuovo codice religioso, e l’ordine de’ mendicanti doveva acquistare il governo della Chiesa rinnovellata. I Beati Paoli rinnegavano altresì la credenza della dualità, e facevano dio creatore del male e della morte: del male, perché pose nel mistico giardino il mistico pomo; della morte, perché mandò il diluvio, sfolgorò Sodoma e Gomorra: accozzo di superstizioni e puerilità.

Nata propriamente in Sicilia nel 1184, quando la feudalità aveva così profonde radici da consentirsi ogni bravo pensiero, tolse a programma un passo del miscreduto vangelo, almeno in questo creduto e praticato troppo più che non convenisse: “Imperciocché io vi dico che se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.

Nel silenzio generale degli storici, ne piace riferire l’ingenuo racconto di un letterato siciliano, rimasto inedito fino al 1840, ed ancora poco noto e raro, il quale può dirsi il solo documento che si conosca su questa famiglia di vendicatori, che rinnovarono nell’estrema Italia i lutti e il terrore dei tribunali vestfalici”. 

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Le testimonianze

Jean Levesque de Burigny (1745)

L’annèè meme du mariage de Constance on vit paroitre une Secte nouvelle de gens qui se faisoient appeller Vendicosi, c’este è dire Vengeurs. Ils s’assembloient la nuit & faisoient tout le mal qu’ils pouvoient faire.

Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca (1790)

Questi Beati Paoli o sian scellerati uomini, a mio credere per la tradizione che da figliolo ebbi a intendere, non sono tanto antichi e forse più di ogni altro luogo si fecero sentire nella città di Palermo a causa che il sgherrismo e il valentismo era bastantemente coltivato dalle persone potenti e dai nostri baroni di regno.

Federico Munter (1831)

Si parla di una società sotto il nome di confraternita di San paolo, stabilita nel sedicesimo secolo a’ tempi di Carlo V, il voto della quale consisteva a giudicare condotta de’ magistrati e de’ loro concittadini, e particolarmente a difendere e vendicare le vedove, gli orfani e altri oppressi.

Vincenzo Linares (1840)

La grotta era a mò di stanza con nicchie al muro, parate a nero e con sedili, dove coloro prendevan posto armati da capo a piedi, nell’attitudine di cadaveri sparsi pei lunghi corridoi delle nostre sepolture. Erano involti in abito di stoffa nera, al modo de’ ministri togati di quel tempo, e un berretto dottorale chiamato gorra copriva la loro testa.

Giuseppe Bruno Arcaro (1873)

Lo scopo di questa setta(almeno per quanto se ne dice) era quello di soccorrere e di vendicare il debole, il pupillo e la vedova. Questa confraternita si riuniva di notte, in una grotta tutt’ora esistente in Palermo nel mandamento Monte Pietà, largo di S.Cosmo e damiani, per esercitarvi le sue tenebrose incombenze (è sempre la tradizione che parla). Se un uomo del popolo veniva offeso nell’onore e nella persona, se riceveva un torto da qualcheduno delle classi privilegiate, allora egli portava i suoi piati a questo tribunale; la causa veniva discussa di notte, alla luce di una lampada semispenta, ed il presidente assistito da alcuni giudici, emanava una sentenza di morte, sentenza necessariamente inappellabile, la quale veniva intimata al reo, o al preteso reo, con un colpo di stile.

Salvatore Salomone Marino (1873)

dal racconto della sua serva Francesca Campo

Si cunta ca a tempi arreri cc’era ‘na Sucità di maistri e di populu abbàsciu ca difinnìanu li gritti di li boni aggenti, e li vinnicavanu contra li priputenti ricchi e li nobili ca avìanu lu putiri ‘mmanu e faciànu angarii e cosi torti a la pupulazioni…’Nsumma addiffinnianu li nostri gritti, e li cosi caminavanu cu lu versu, no comu caminanu ora, ca li Biati Pauli cci vurrèvanu pi daveru.

I brani sono tratti dal libro “I Beati Paoli. Storia, letteratura e leggenda” di Francesco Renda, Sellerio, Palermo 1988.

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Alcuni libri per saperne di più:

 

Francesco Castiglione

Indagine sui Beati Paoli

Sellerio, Palermo 1987

 

Francesco Castiglione

La Confraternita imperiale dei Sette Angeli. Punto storiografico e nuova ipotesi sui Beati Paoli

Archivio Storico Siciliano, Palermo 1982

 

De Castro Giovanni

I Beati Paoli

in Le società segrete dal Medioevo al XIX secolo

Edizioni Pontremolesi, Pontremoli 1990

 

Salvo Di Matteo

I Beati Paoli nella reltà storica in Historie Siciliae

Ila palma, Palermo 1987

 

Umberto Eco

“I Beati Paoli” e l’ideologia del romanzo popolare Introduzione a “I Beati Paoli” di Luigi Natoli

Flaccovio, Palermo 1972

 

Massimo Ganci

I Beati Paoli, in AA.VV., La Porta del sole

Edizioni Novecento, Palermo 1986

 

Rosario La Duca

Storia e leggende de “I Beati Paoli”

in “I Beati Paoli” di Luigi Natoli

Flaccovio, Palermo 1972

 

Elifas Levi

La storia della magia

Atanor, Roma 1978

 

Vincenzo Linares

I Beati Paoli

Antares, Palermo 1995

 

Benedetto Naselli

I Beati Paoli o la famiglia del giustiziato

dramma in cinque atti in Teatro Antico Siciliano

Clamis e Roberti, Palermo 1864

 

Eduardo Natoli

Gli ultimi Beati Paoli

Vittorietti, Palermo 1982

 

Luigi Natoli (William Galt)

I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano

Flaccovio, Palermo 1972

 

Carmelo Piola

Li Biati Pauli in Ligenni popolari

Paganu e Piola, Palemo 1857

 

Rosalia Pignone del Carretto

Un vero amore ovvero i Beati Paoli

Napoli 1876

 

Francesco Renda

I Beati Paoli. Storia, letteratura e leggenda

Sellerio, Palermo 1988

 

Amleto Rio

Costanza figlia del boia ovvero la fine dei Beati Paoli

Grande romanzo storico palermitano

Centro Editoriale Meridionale, Napoli 1983

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Fotogrammi tratti da “I cavalieri dalle maschere nere (I Beati Paoli)” film del 1948 diretto da Pino Mercanti.

 

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