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Covid: un lento ritorno alla normalità

Nell’ultimo anno, la pandemia e le conseguenti misure adottate dagli Stati, hanno stravolto le vite nel nostro quotidiano. Le nostre abitudini inevitabilmente modificate, la nostra libertà di movimento e di circolazione limitata se non a volte vietata. Cosa ci attende per il prossimo futuro. Riusciremo a varcare i confini nazionali? Ritorneremo a viaggiare? Ebbene, delle importanti novità si intravedono all’orizzonte. Il 17 marzo, infatti, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di Regolamento per l’introduzione di un “certificato verde digitale” valido in tutti i paesi dell’UE per garantire il ripristino di una libera circolazione sicura all’interno dell’UE ma soprattutto per creare un quadro comune di regole in risposta ai tanti abusi a cui abbiamo assistito in questi mesi. Mi riferisco alle compagnie aeree che si sono rifiutate talvolta di accogliere a bordo passeggeri per la mancata traduzione del test PCR in inglese o in altra lingua richiesta dalla compagnia o dal paese ospitante, o perché c’era il sospetto di autenticità del documento esibito. Insomma una sorta di anarchia dilagante dettata dall’esigenza di ognuno di difendersi dal rischio di diffusione del contagio. Con l’introduzione del “certificato verde digitale” si superano le misure fai da te e si introduce una uniformità ed omogeneità delle procedure per favorire la libertà di movimento. Come spesso succede, anzi quasi sempre, si sono create da parte delle diverse forze politiche sia nazionali che europee, posizioni divergenti dettate e motivate da ragioni politiche piuttosto che da limiti oggettivi della proposta legislativa. Ma gli stessi politici “criticoni” sono sempre alla ricerca di nuovi strumenti che possano contribuire a rilanciare l’economia e il turismo, essenziale per un paese come il nostro. Nasce spontanea la domanda se i politici di ogni ordine e grado leggono prima di lasciarsi andare ad immediate critiche ma soprattutto capiscono ciò che leggono. Ma questa è un’altra questione di cui ci occuperemo una prossima volta!

Il certificato, per alcuni, è stato considerato un modo indiretto per indurre ad una vaccinazione forzata in cambio della libertà di movimento; per altri una violazione della privacy. Preme rassicurare i malpensanti che non si tratta di nulla di tutto questo sia perché la proposta legislativa offre ai cittadini 3 opzioni di ingresso in uno Stato membro: certificato vaccinale, un test PCR o un certificato di guarigione dal COVID-19, e nulla di più. Ponendo sullo stesso piano i tre certificati e quindi, spiace per quelle forze politiche avverse alla proposta, ma non si predilige la vaccinazione a discapito di altro. Già oggi viene richiesto anche per entrare nel proprio Paese di esibire il test PCR o una prova di guarigione. Il regolamento oltre a riconoscere pari valore alle tre opzioni uniforma i certificati che dovranno avere tutti lo stesso format permettendo così agli Stati membri di garantirne il mutuo riconoscimento, grazie ad un sistema di interoperabilità. Quando la proposta legislativa entrerà in vigore, i certificati dovranno essere obbligatoriamente in formato digitale, ma c’è sempre l’opzione per chi lo desidera di stamparli. Oggi, a seconda del Paese in cui ti trovi e addirittura, nel caso dell’Italia della regione di provenienza, il costo della traduzione del certificato PCR può arrivare fino a 100 euro.

A coloro che sollevano obiezioni sulla violazione della privacy, preme ricordare che il regolamento è in linea con le disposizioni previste dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e in particolare con il principio di “minimizzazione dei dati” ovvero nel caso specifico le informazioni contenute nei certificati digitali si limiteranno a comprovare e verificare lo stato di vaccinazione (prima dose, seconda dose o vaccinazione completata), il test PCR o il certificato di guarigione del viaggiatore. Ai fini della verifica verranno controllate solo la validità e l’autenticità del certificato e i dati sanitari, invece, saranno a disposizione solo dello Stato membro che ha rilasciato il certificato e nessun altro Stato diverso dal proprio potrà accedervi.

A coloro che nonostante tali garanzie si sentono ancora minacciati della violazione della propria “privacy” sarebbe il caso di consigliare di non far più uso di smartphone, internet o dei social visto che i nostri dati vengono da noi stessi autorizzati per l’uso di compagnie private che poi fanno la profilazione. Molto spesso si tratta di profilazione automatizzata che avviene sui siti web, attraverso i cookie, oppure con le App – pensiamo alla geolocalizzazione – e sui Social, con le tecniche di retargeting. 

Ma la profilazione non riguarda solo l’online. Pensiamo alle attività di marketing tradizionale e a quante volte abbiamo complito nei negozi dei semplici moduli cartacei fornendo i nostri dati.

La pandemia ci ha lasciato tante vittime che non sono solo le tante persone purtroppo scomparse, ma anche le tante attività imprenditoriali soprattutto quelle strettamente legate al turismo che o sono già fallite o sono sul punto di esserlo. Il certificato verde digitale è un piccolo strumento che può permettere non solo ad un settore già in sofferenza di riprendersi ma soprattutto a tutti noi di viaggiare in sicurezza e questo vale più della privacy. Almeno dal mio punto di vista.

Certo ogni Stato membro può nonostante il certificato applicare misure restrittive a chi entra nel proprio paese, come ad esempio l’obbligo di rispettare la quarantena e questo è possibile perché la salute é di competenza gli Stati. Resta anche il dubbio o meglio il timore che gli Stati non riescano a garantire l’interoperabilità dei loro sistemi ma questo non si può imputare all’UE.

L’iter legislativo è iniziato. È stata chiesta dalla Commissione europea la procedura di urgenza per arrivare ad una approvazione finale entro giugno. Speriamo che il buonsenso prevalga sulle speciose ideologie politiche.

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