Spettacoli

Una compagnia di pazzi al Brancati

Il Tetro della Città “Vitaliano Brancati” mette in scena il lavoro di ANTONIO GROSSO che ne firma il testo e la regia: Una compagnia di pazzi, con Antonello Pascale, Rocco Piciulo, Gioele Rotini, Gaspare Di Stefano e con Natale Russo; voice over Silvano Plank; foto di scena Tommaso Le Pera; direzione tecnica Antonio Panico; tecnico audio e luci Luigi Nappo; macchinista Giorgia Giuliani; scene e costumi Alessandra De Angelis; light designer Luigi Ascione; aiuto regia Giuseppe Menzo; assistente alla regia e coreografie Marika Mengucci; distribuzione e organizzazione 3ATRO produzione; scritto e diretto da Antonio Grosso
Dopo lo spettacolo cult “Minchia Signor tenente” (oltre 500 repliche in dieci stagioni), Antonio Grosso affronta un tema delicato e forte allo stesso tempo, stemperato da quella dolce/amara ironia che lo caratterizza.
La trama si sviluppa all’interno di un luogo squallido e chiuso: un manicomio tra Campania e Basilicata, quasi alla fine della II guerra mondiale che batte ancora alle porte di questo strano e ultimo rifugio.
Sei personaggi si muovono più o meno freneticante sul palco.
Un rigido, cinico ai limiti del sadismo, Direttore, due fratelli infermieri, Armando e Francesco (lo stesso Grosso) che gestiscono invece con armonia e complice empatia gli ultimi tre ricoverati:
Umberto (un cantante rinchiuso perché in odore di comunismo), Federico (omicida di un gerarca fascista) e Benni abbandonato sin dalla nascita, vissuto tra ospedali e manicomi, maniaco della pulizia).
La scoperta di una cassaforte nello studio del Direttore accende l’idea di poter conquistare la libertà fuggendo con il probabile bottino verso una nuova vita lontana dalla povertà e dalla guerra, ma…
Lo spettatore tocca con mano come la follia non si manifesti soltanto quale deviazione alla ‘norma’ ma ci riveli rivelarci anche, se sapute leggere, le verità più profonde dell’uomo: l’amore senza stereotipi, la brama di libertà anche attraverso la musica e la danza, i piccoli ‘microcosmi’ dell’essere, l’amicizia e la famiglia.
Ed è quest’ultima, la sua importanza nella vita di ogni uomo, che esce fuori a piccoli passi tra le pieghe del testo e di una recitazione semplice, naturale e arricchita dalle tante vibrazioni.
Umberto e Benni si amano e cercano di formarsene una simulando un matrimonio, Natalino piange la sua famiglia sterminata dai nazi-fascisti, i due fratelli infermieri rievocano la loro infanzia superando i loro problemi.
Anche il Direttore, inaspettatamente, rivela alla fine piangendo la sua identità di ebreo (camuffato da fascista) che ha perso nell’orrore i suoi cari.
Generosamente tutti donano il ‘bottino’, insufficiente per consentire alla Compagnia di salpare verso l’America, a Francesco, l’unico che ha ancora una famiglia da salvare.
Pure questo sacrificio sarà inutile: anche la moglie e la figlioletta di Francesco vengono uccisi dal nemico.
Si spezza così definitivamente quell’atmosfera di scherzi, prese in giro, giochi, canti e capriole, di tempo sospeso, di ‘strana’ normalità in cui musica (atemporale) e luci costituiscono un valore aggiunto.
La marcia dei tedeschi si avvicina insieme alla fucilazione della Compagnia.
Giunge il momento di mollare la fune, di…saper morire!
“Lo spettacolo -scrive in una nota Antonio Grosso -nasce un anno e mezzo fa, dopo l’idea di riportare in scena tutto il cast di ‘Minchia Signor Tenente’. Ho quindi pensato ad una Compagnia di Pazzi, un titolo che in qualche modo riprende quello che siamo noi, anche nella vita reale, amici e colleghi, ma che è anche il tema dello spettacolo.”
È quanto hanno ribadito anche gli attori.
Il catanese Adriano Aiello, che è dovuto salire in scena dopo solo un giorno di prove nei panni di Natalino rivelando una bravura incredibile, il Direttore preso dal suo ruolo di ‘autorità’, Gaspare Distefano che sottolinea l’antifascismo e la grande tenerezza del suo personaggio nei confronti del ‘fidanzato/a.
Antonio Grosso ha voluto fortemente sottolineare come il suo lavoro, nella dicotomia tra razionalità e follia, voglia parlare di ‘libertà’ non come qualcosa da conquistare ma come ‘diritto’.
Fuori scena, infatti, e dopo gli applausi, l’autore/regista/interprete ha dichiarato infine di “voler dedicare il suo lavoro a Mahsa Amini, la ragazza iraniana uccisa per aver indossato l’hijab in modo sbagliato. Il suo spettacolo, ribadisce, vuole essere prima di tutto una difesa della libertà”.
Uno spettacolo coinvolgente, toccante e paradossalmente comico che ci ha regalato emozioni e riflessioni profonde!

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