Cronaca

La violenza di genere

Due nuovi femminicidi a distanza di pochissimi giorni: a Roma una donna è stata uccisa dal marito, cittadino cinese, davanti alla propria figlioletta, mentre a Taurisano, vicino Lecce, un’altra donna è stata ammazzata durante una lite in famiglia. Il marito della prima, interrogato dagli inquirenti, ha confessato di aver ucciso la moglie perché era geloso e non voleva essere lasciato. Nel secondo caso addirittura l’assassino ha affermato di non ricordare nulla.

Il fatto che in alcuni casi gli stupratori siano di altra nazionalità porta tanti ad affermare che tali violenze siano il risultato della mancata integrazione degli immigrati. Occorre però evitare le generalizzazioni perché in Italia sono tantissimi gli immigrati di varia nazionalità che lavorano e che vivono tranquillamente insieme agli italiani.

Allo stesso modo, non tutti i giovani sono violenti, nonostante gli stupri di gruppo avvenuti qualche tempo fa a Caivano e a Palermo.

Si tratta, a prescindere dalla nazionalità, di avvenimenti di una gravità enorme e non di fatti isolati.

Sono mesi che la cronaca riporta notizie di ragazze e donne abusate in gruppo durante momenti che dovrebbero essere di allegria e divertimento. Né tanto meno è possibile ridurre questi avvenimenti, che sono in continuo aumento, a un effetto dell’immigrazione, come sostengono alcuni.

Si tratta, chiaramente, di un’emergenza e riguarda in modo trasversale tanti giovani, italiani e stranieri, che vivono sul nostro territorio, e che si verificano in tutte le zone d’Italia. Alla base di tutte queste violenze vi è sempre un senso di onnipotenza e di impunità, un atteggiamento di dominio e predazione del maschio sulla femmina – dove sesso e aggressione sono connessi – che vengono fomentati dal gruppo, in presenza di riferimenti culturali che legittimano gli istinti maschili di sopraffazione.

La violenza di genere, dunque, è un fenomeno dilagante che rivela il fallimento della società, della scuola e della famiglia.

In Italia, nel 2023 e all’inizio del 2024, ogni tre giorni una donna è stata uccisa per mano di un uomo, sia esso il marito o l’ex, il fidanzato o il compagno rifiutato. Più in generale, una donna su tre, nel corso della vita, ha subito una violenza domestica che, per fortuna, non è sfociato in un femminicidio. E i dati statistici sono veri per difetto perché l’80% delle donne non denuncia o per paura o per vergogna. 

La violenza sulle donne, per tanti, rivela il fallimento della intera società, della scuola, della famiglia ed è l’emblema del retaggio culturale maschilista del nostro paese, del retaggio culturale patriarcale, della mancata evoluzione dell’immaginario maschile. Alcuni parlano di narcisismo patologico ma è troppo riduttivo e ci aiuta poco a capire il fenomeno. Altri parlano di mascolinità tossica intendendo l’insieme delle credenze stratificate culturalmente e socialmente tese a considerare la donna un oggetto da possedere, privo di identità e di autonomia, un oggetto da sottomettere e, nel caso di una minima ribellione o di un allontanamento, da uccidere in modo da ristabilire, per questa atroce via, la potenza del maschio offeso.

Risulta quindi evidente l’esigenza di un ripensamento collettivo dei rapporti di genere che  interessi tutta la società, partendo dalle forze dell’ordine, spesso inadeguate a proteggere efficacemente le vittime, dalla magistratura, lenta e a volte poco risolutiva, e dai luoghi dove per primi si realizza la funzione educativa e di crescita: la famiglia e la scuola.

Viviamo in un’epoca di adulti spesso “non cresciuti”, che tentano di restare a galla navigando tra le macerie della famiglia tradizionale; i genitori, presi spesso dal lavoro e pressati da una società sempre più complessa, ritengono di poter esaurire la propria funzione educativa accontentando i figli e evitando loro ogni forma di frustrazione. La scuola, luogo di formazione per eccellenza perché accompagna i ragazzi nella fase più delicata del loro percorso di crescita, soffre da anni di un vero e proprio snaturamento delle sue funzioni. Diventata un’azienda in cui a contare é il numero di iscritti e a valere il numero di promossi, la scuola si è trasformata in un ente macroscopico che dialoga con la politica e che promuove vere e proprie campagne di marketing al fine di attirare il più ampio numero di studenti.

Orientamento in entrata e in uscita, alternanza scuola- lavoro (più nota come PCTO), prove Invalsi, progetti, olimpiadi, stage in lingua… gli Istituti scolastici sono in gara tra loro, mentre sempre più ridotto diventa lo spazio dedicato all’insegnamento curriculare e al dialogo con gli studenti lasciato, quest’ultimo, alla buona volontà di qualche docente “illuminato”.

E così i ragazzi finiscono per vivere sui social media, mentre al loro orecchio distratto arriva in sottofondo l’eco molesto di una lezione di latino o di matematica; e sui social, che gli adulti di riferimento non conoscono o conoscono poco e male, prosperano modelli di ogni tipo. Modelli ad esempio che, in aperta contrapposizione all’ideologia gender fluid, tornano a riproporre la figura del maschio Alfa, dell’uomo ricco e forte che non deve chiedere mai. Un uomo che può avere con facilità tutte le donne che vuole e può esibirle come trofei. Così gli adolescenti, lasciati in balia di padri e madri troppo assenti e di insegnanti che li vedono ma non li guardano, costruiscono la propria identità su questo tipo di proposte. Credono in un mondo facile, senza dolore, in cui tutto quello che serve é a portata di mano e si può possedere o acquistare, come in un grande centro commerciale.

Anche le persone.

Nessuno si ferma troppo a spiegare ai ragazzi come affrontare e conoscere le loro emozioni, come accettare le frustrazioni e gli abbandoni, come gestire il dolore.

Ed ecco quindi che avviene lo stupro di gruppo, dovuto alla logica di un branco anestetizzato di fronte al dolore altrui perché incapace di distinguere il bene dal male; l’uccisione cruenta della fidanzatina che deve essere eliminata perché con il suo abbandono provoca un’angoscia che non si sa gestire; ed ecco infine i femminicidi, che basandosi su ancestrali logiche patriarcali, pretendono di riaffermare il possesso maschile sulla proprietà, cioè sulla donna.

Fino a quando la famiglia e la scuola non torneranno ad avere un ruolo educativo forte, fino a quando non si ripenserà a ciò che è divenuta la scuola-azienda e si tornerà ad una scuola “del dialogo”, nella quale spazi di discussione e di vera “educazione affettiva” siano promossi e gestiti, gli adulti non potranno che dichiarare il loro fallimento.

Occorre ripensare a quello che Hanna Arendt descriveva come il dialogo di sé con sé, cioè a uno spazio di solitudine in cui la mente dialoga con sé stessa e si pone di fronte alla realtà in modo critico; solo lasciando spazio a questo dialogo con sé stessi si potrà tornare ad essere capaci di formulare giudizi morali e a distinguere cosa sia giusto o sbagliato senza aderire come automi a modelli di comportamento eterodiretti.

Simona Giurato docente di Storia e Filosofia (Liceo Scientifico “Principe Umberto di Savoia”

Pina Travagliante, prof.ssa ordinario di Storia del pensiero economico

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