Spettacoli

Un caleidoscopica “Traviata degli specchi” al Massimo Bellini

Eccezionale ultimo spettacolo della stagione 2022/23 con “La traviata”, opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave Musica di Giuseppe Verdi. Interpreti: Violetta (Daniela Schillaci, Eugenia Vukkert); Flora (Elena Belfiore, Alessandra Della Croce); Annina (Sonia Fortunato, Albane Carrère); Alfredo Germont (Giorgio Misseri, Matteo Mezzaro); Giorgio Germont (Franco Vassallo, Francesco Landolfi); Gastone (Massimiliano Chiarolla); Barone Douphol (Gianluca Lentini); Marchese d’Obigny (Dario Giorgelè);
Dottor Grenvil (Gaetano Triscari); Giuseppe (Riccardo Palazzo).
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Massimo Bellini. Direttore: José Cura. Maestro del coro: Luigi Petrozziello.
Regia: Henning Brockhaus. Scene: Josef Svoboda. Costumi: Giancarlo Colis. Coreografie: Valentina Escobar. Direttore degli allestimenti scenici: Arcangelo Mazza. Allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi.
Messa in scena nel 1992 dal regista Henning Brockhaus con l’originale allestimento dello scenografo Josef Svoboda (e vincitrice del Premio Abbiati della Critica musicale), per lo Sferisterio di Macerata, “La traviata degli specchi”, ambientata però nella belle epoque, giunge a Catania con tutto lo sfolgorio del più smagliante caleidoscopio.
Un’atmosfera creata appunto da un gioco di specchi che riflette magicamente la scena.
Anche dopo la scomparsa -nell’aprile del 2002- di Svoboda, Brockhaus, ha riproposto lo spettacolo, oltre che in Italia, in tutto il mondo conservandogli, dice, “la sua freschezza e il suo impatto originari”.
La traviata, su libretto di Francesco Maria Piave (1810-1876), tratta dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio (1824-1895), conclude, dopo Rigoletto e Il trovatore, la cosiddetta “trilogia popolare verdiana”.
Intitolata inizialmente Amore e morte, l’opera fu rappresentata, e in un primo momento contestata dal pubblico scandalizzato (“La Traviata, ieri sera, fiasco. La colpa mia o dei cantanti?… Il tempo giudicherà” scriveva Verdi a Muzio), al teatro La Fenice di Venezia nel 1853.
Erano gli anni, tra la ‘primavera dei popoli’ del ’48 e l’Unità, gli anni di quella guerra di Crimea che diede a Cavour la possibilità di sottoporre all’Europa ‘la questione italiana’ che si sarebbe conclusa nel 1860 con l’Unità.
Verdi, che già nel 1842 aveva infiammato gli animi dei patrioti col suo Nabucco, così scriveva all’amico Piave: “Noi tutti dobbiamo tendere una mano fraterna, e l’Italia diventerà nuovamente la prima nazione del mondo… Sono ubriaco di gioia! Immagina che non ci sono più gli austriaci qui!”.
Il suo patriottismo sotteso ma trascinante avrebbe portato gli italiani a scrivere sui muri il famoso acronimo W VERDI! (W Vittorio Emanuele Re d’Italia!).
Solo nel 1859, però, Verdi iniziò ad interessarsi attivamente alla politica italiana.
Cavour lo voleva come candidato alla Camera del primo parlamento del Regno d’Italia dove fu eletto; nel 1874 fu nominato membro del Senato Italiano.
Quando morì a Milano, il 27 gennaio 1901, il corteo funebre intonò il Va’ pensiero, rendendo omaggio così a chi considerava uno dei massimi protagonisti del Risorgimento.
Ha scritto il critico Carlo Calcaterra: nelle opere di Verdi “ride, muove i cuori e le menti la filosofia umana, caritativa, morale di Giuseppe Mazzini che poggia su Dio e popolo, pensiero e azione”
Egli era giunto a incarnare il sentire di un’epoca, a farsi interprete delle rivendicazioni collettive con l’energia e la forte carica emotiva delle sue opere.
Ritornando al nostro melodramma, con La traviata si era concluso un periodo frenetico della vita di Verdi.
Dopo esser sopravvissuto a quei “sedici anni di galera” per il forsennato lavoro il compositore poté finalmente dedicarsi con serenità a tutte le opere che seguirono, influenzando, lui attento alle grandi correnti di pensiero che percorrevano l’Italia e l’Europa del tempo, anche Puccini e i “veristi”.
Romanzo e opera lirica -si può supporre- sono in qualche modo una rivisitazione di vicende personali: il rapporto con Marie Duplessis, nota cortigiana parigina amata da Dumas e poi morta di tisi, e l’amore di Giuseppe Verdi per Giuseppina Strepponi, osteggiato a causa dei molti amanti e numerosi figli illegittimi del soprano, che il compositore sposerà comunque nel 1859 e accanto alla quale vivrà a lungo.
La trama è nota. Violetta Valéry è una giovane donna di mondo gravemente malata di tisi, che a Parigi conduce una libera vita tra feste, amici e amanti. Durante un convito (Libiamo, libiamo ne’ lieti calici…) conosce Alfredo Germont che le si dichiara (Un dì felice, eterea, mi balenaste innante…). Colpita dall’amore del giovane, la donna però ritiene di non essere capace di ricambiare (Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia…), ma così non sarà (Ah quell’amor ch’è palpito…). Violetta, rinunciando al passato, infatti vive con Alfredo un sereno idillio in campagna, quando… riceve la visita di Giorgio Germont che le chiede di lasciare il figlio per recuperare l’onore della famiglia e consentire il matrimonio della figlia (Pura siccome un angelo…). La giovane, straziata, acconsente al sacrificio e dopo un ultimo abbraccio (Amami, Alfredo, quant’io t’amo…) parte disperata fingendo, con una lettera, di tornare dal vecchio amante. Incontrandola durante una festa Alfredo le scaglia addosso il denaro con cui voleva ripagarla (Questa donna pagata io l’ho!). Quando, ormai sul letto di morte (Addio del passato bei sogni ridenti…), Alfredo, pentito, finalmente arriva i due si promettono amore infinito (Parigi, o cara, noi lasceremo…) ma lei muore tra le braccia dell’amato (Gran Dio! morir sì giovane, io che penato ho tanto). Violetta così si riscatta, diventa un’eroina, una vittima sacrificata sull’altare del perbenismo borghese, della morale benpensante che non perdona il ‘vizio’ se non è ammantato di pubbliche virtù, se si scontra con le ben radicate convenzioni sociali.
È quanto ribadisce nell’intervista il soprano protagonista, Daniela Schillaci, che dice di essersi messa nei panni di Violetta, di essersi auto confrontata in questo allestimento definito “il più romantico che abbia mai fatto in assoluto” e molto adatto alla sua vocalità (tanto possente da travalicare, a volte, quella tenorile n.di r.). È un risultato, continua, ottenuto attraverso l’equilibrio con il direttore che è la chiave di tutto.
“Mi trovo a dirigere in un teatro leggendario un allestimento storico, aggiunge José Cura, che mette l’accento sull’attualità del tema dell’abuso sulle donne”.
“È difficile raccontare il teatro, conclude il regista Henning Brockhaus: il teatro si deve vivere” con il suo allestimento speciale, il suo linguaggio simbolico, l’atmosfera onirica.
E dobbiamo dargli pienamente ragione.
Se aggiungiamo le scene di Josef Svoboda con gli allestimenti di Arcangelo Mazza, i costumi di Giancarlo Colis, la coreografia di Valentina Escobar e il tripudio di colori, l’effetto è raggiunto, accontentando anche la vanità del pubblico che attraverso il sapiente gioco degli specchi si è alla fine ritrovato sul palcoscenico in mezzo agli applausi scroscianti.

Video di Lorenzo Davide Sgroi

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