Cultura

Libri, “Ultimo di trentamila”:  la mafia, adesso, si narra a Milano

Interessantissimo volume del giornalista  Roberto Gugliotta, autore di diversi libri su Cosa nostra. Narra di come uno dei carabinieri che arrestarono Riina, deluso dallo Stato, preferisca disertare e diventare un barbone. Scoprendo che la capitale lombarda,  nelle zone più povere, è uguale alle vie “del Brancaccio, della Kalsa, dello Zen. Con le loro zone d’ombra e il fiato della mafia sul collo”

Sono Giacomo Sereni, professione carabiniere, per la precisione maresciallo. All’età dei principi e nel massimo sentimento dei valori, ero impegnato in un servizio di appostamento per catturare Salvatore Riina, latitante boss tra i più sanguinari della mafia.

Che rivoluzione ambientare a Milano un romanzo sulla mafia.

Soprattutto se a farlo, nel suo Ultimo di trentamila, che ha come sottotitolo Il romanzo di un eroe dello Stato, è un giornalista esperto come Roberto Gugliotta, autore di diversi libri su Cosa nostra. Il plot della vicenda che si narra – inventata, o forse no – trae il titolo da un’analisi dei dati sugli scomparsi in Italia, quelli che abbandonano ogni relazione: trentamila, appunto, dal primo gennaio del 1974 al 30 giugno del 2014. Un esercito di derelitti: gli ultimi della terra.

Nessuno li guarda mai, i barboni. Mai in faccia, mai negli occhi... per evitare il mare di sofferenza che li investirebbe ... È questo che li fa sentire invisibili e quindi inesistenti.

Giacomo Sereni, dunque, colpito negli affetti più cari da un caso di malasanità e nella sua stessa identità dopo “i veleni sparsi per le complicazioni della cattura del boss Salvatore Riina”, lascia l’Arma.

Diserta.

E diventa l’ultimo di trentamila in una Milano che nelle zone più povere è uguale alle vie “del Brancaccio, della Kalsa, dello Zen. Con le loro zone d’ombra e il fiato della mafia sul collo. Con gli spacciatori a ogni angolo e i teppistelli a far finta di giocare a pallone”.

Sereni, da barbone, realizza ciò che da carabiniere non aveva compreso fino in fondo, ossia che “Non c’era poi tanta differenza tra il Nord e il Sud, in Italia, se si parlava di periferia e ghetto”.

È da questa considerazione che parte la sua rinascita, dopo la volontà di annullarsi, di sparire, di diventare un fantasma perché “La legge qui è uguale a sé stessa. Sembra giusta sulla carta, ma poi ti guarda in faccia e decide dove sputarti”.

Un libro intenso, Ultimo di trentamila, con una scrittura mai banale, che richiede tempo e riflessione.

Niente a che vedere con i vendutissimi (che non significa necessariamente letti) volumi di certi Generali pronti a spacciare per idee, granitiche certezze e  atavici pregiudizi.  

Il problema dell’Umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi” affermava Bertrand Russel. E in questo  Ultimo di trentamila è il dubbio, finalmente, che si coltiva. Quello formatosi nella mente di un militare che si sente tradito da quello Stato fino allora servito senza riserve, di un giovane diventato carabiniere “per cambiare il mondo” e che alla fine, nonostante tutto, si dimostrerà legatissimo all’Arma e ai suoi valori.

Ma sarà stata la vita da ultimo a costringerlo a guardare negli occhi quella realtà che prima non poteva comprendere perché, recita un proverbio siciliano, ‘U saziu nun capisci ‘o dijunu. Chi ha la pancia piena non può comprendere la spaventosa fame del digiuno.

Però, nel mondo del pensiero debole e dei social, ciò che conta è lo storytelling prevalente, quel pregiudizio che consente di vivere senza dubbi e dunque senza problemi. Difficoltà come quelle con cui si confrontava quotidianamente don Paolo, sacerdote milanese convinto che i clochards non sono solo ventri da riempire e  schiene da coprire e che, ancor più che di pane, hanno bisogno di relazioni umane.

A Giacomo, don Paolo ricordava un altro prete, conosciuto a Palermo. Quel don Pino Puglisi di cui in questi giorni ricorre l’anniversario dell’uccisione da parte della mafia.

Sarà risolutivo, don Paolo, nella rinascita dell’ex carabiniere.

Giacomo lo accolsi così com’era: uno straccio … Per questo è diventato barbone, perché non si perdonava e non perdonava. Tutti, nella sua testa, avevano una percentuale di responsabilità per le sue disgrazie”.

E nella risalita di Giacomo la parola chiave fu fatalità.

Don Paolo ha ragione: se ti tocca anche solo di striscio, la fatalità si fa sentire. E io l’ho sperimentata nel declino prima e nella risalita ora. Mi ha fregato e poi salvato. C’è qualcosa di magico nella fatalità”.

Una fatalità che fa rima con Verità.

Come quella mai svelata sulle stragi finora attribuite alla mafia, o sulla vicenda di Ustica.

E come tante altre, piccole e grandi nella storia anche recente di quest’Italia “Paese senza regole certo, però allegro, ospitale, un po’ corrotto. Mai finita una guerra con lo stesso alleato”.

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