L'Opinione

Il “salario minimo legale” come strumento di lotta politica alla “mediocrazia”

La crisi economica e sociale dovuta al Covid-19 ha generato un aumento esponenziale del numero delle persone con grandi disponibilità economiche ed un conseguente accrescimento delle disuguaglianze sociali. La povertà di oggi, in realtà, è anche quella dei lavoratori, oltre che quella dei disoccupati, una povertà endemica alla società industriale che si accresce, giorno dopo giorno, di pari passo con l’accumulo della ricchezza. Oggi, più che mai, necessita ripensare le attuali strutture economiche e sociali per arginare il libero mercato neoliberale nei suoi eccessi. Lavoro e moneta sono le principali cause della mercificazione dell’individuo poiché i salari sono, ormai, il vero prezzo dell’uso della forza lavoro. Non è solo, pertanto, una questione inerente la necessità di avvio di un ciclo economico di “decrescita serena” ma è un vero problema per cui urge combattere “politicamente” anche la cosiddetta “povertà dei lavoratori” con strumenti di politica economica quali, ad esempio, il salario minimo legale. La povertà come “questione sociale” riguarda, infatti, anche la povertà di tipo “lavorativo” posto che la contrattazione collettiva sindacale non è più in grado di garantire una retribuzione sufficiente al lavoratore, che ossimoricamente risulta essere povero anche se lavora. Lo stato deve, quindi, intervenire limitando la libera determinazione dei salari. Non è solo la mancanza di un posto fisso ad impedire ai giovani la genitorialità, oggi il vero dramma sociale è che la parola “futuro” è diventata difficilmente associabile a quella di “giovani”. A riprova di ciò ci sono le ultime statistiche pubblicate sul tema da cui si evince che la maggioranza dei giovani italiani tra i 18 ed i 35 anni (61%) sono desiderosi di essere genitori ma, purtroppo, non possono permetterselo (Rapporto del 17 maggio 2021 del Cng). Dati alla mano a cinque anni dal completamento degli studi la maggior parte dei giovani rimane non “inoccupato” ma “occupato con un salario inferiore alla media”. Ciò crea una situazione per cui il presente è discontinuo ed il futuro spaventa tanto al punto che l’impatto del covid sulla natalità è già inevitabile ed irreversibile. La “generazione z” sgomita ma la verità è che “gli ultimi saranno sempre ultimi” in una società “mediocratica” ove vincerà sempre la banalità ed il conformismo all’insegna di un “politically correct” a tutti i costi, in una cornice di scomodo equilibrio tra uomini, virus e pandemie. Siamo testimoni di un’Italia che abbiamo smarrito ma non per colpa nostra. Il nostro sistema di welfare non è ancora attento ai bisogni di tante categorie e gli incentivi al ricambio generazionale ed alla competitività non sono ancora sufficienti. I danni causati dalla pandemia non sono stati solo sanitari ma, anche e soprattutto, sociali ed economici ed in tal senso la fiducia che la situazione possa tornare come un tempo forse è mal riposta. Studi di settore ed evidenze investigative dell’Istituto di Ricerca Demoskopika hanno, già, documentato un allarmante aumento delle infiltrazioni dei sodalizi criminali di tipo mafioso nei settori dell’economia maggiormente colpiti dalla crisi e caratterizzati, in epoca pre-covid, da profondi squilibri retributivi per i lavoratori. Di fronte ad un nemico astuto bisogna rendere concreto il percorso per superare la crisi con norme solide che non lascino spazio alle infiltrazioni ma bisogna anche lottare per meccanismi di mercato consolidati e sufficienti a garantire una vita dignitosa ai lavoratori “nella legalità”. La legalità deve divenire conveniente sia per i lavoratori che per i datori di lavoro e per un futuro migliore non bastano solo le speranze giovanili, serve anche, e prima di tutto, l’iniziativa dello stato. Infatti chi di speranza vive, disperato muore…

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