Viaggio tra le parole

I fratelli Pii: la nostra fuga

La storia di Catania si intreccia in un nodo indissolubile con le sue leggende, che come sottili fili del tempo, perpetuano in modo simbolico, antichi valori e li cristallizzano nella memoria collettiva, elevandosi a modelli eterni da emulare che definiscono l’identità stessa della nostra città. Miti che attraversano inalterati il lento fluire degli anni e che si trasformano in percorsi di conoscenza per ogni catanese.

Come l’antichissima storia dei due fratelli Anfimonio e Anapia, le cui origini si perdono negli albori della nostra civiltà.

Essi vivevano ai piedi dell’Etna, a Catania. Un giorno mentre erano intenti nel loro lavoro dei campi, furono colti da un’improvvisa e violenta eruzione che raggiunse e incendiò Catania. Mentre gli abitanti cercavano di salvare le loro ricchezze, i due giovani pensarono a porre in salvo solo i loro genitori anziani. Uno caricò sulle spalle il padre e l’altro la madre e fuggirono, ma impediti dal peso rallentarono la loro corsa. La lava che scorreva veloce divorando ogni cosa, li raggiunse, ma a un passo da loro, si aprì in due lingue di fuoco e risparmiò le loro vite.

Racconto nato alle falde del Vulcano, rivela il legame stretto che è sempre esistito tra i catanesi e la loro Montagna, un rapporto complesso, fatto di timore ma anche di rispetto, perché essa è un “Catasto Magico”, così come è stata definita da Maria Corti nel suo libro, distruttrice ma, al tempo stesso fonte di vita, come una madre che accoglie nel proprio grembo i figli. E i due fratelli sfuggono alla forza devastatrice della lava non solo per la loro audacia ma soprattutto per la loro nobiltà d’animo.

Il loro straordinario eroismo, conquistò i concittadini che li soprannominarono i fratelli Pii e denominarono Campi Pii i luoghi che avevano attraversato durante la fuga, celebrando così la loro profonda Pietas che nel mondo antico indicava un sentimento di rispetto verso la patria, la religione e la famiglia, a differenza di oggi in cui il termine ha assunto un significato di compassione e misericordia.

Il fascino del loro valore morale si impresse in modo indelebile nell’animo di Catania che coniò delle monete celebrative e si contese a lungo i loro natali con la città di Siracusa.

Il gesto dei due fratelli, attraversa il tempo, immutato nella sua valenza, e assurge a simbolo eterno di amore filiale, sentimento puro che va oltre la stessa vita. Così lo storico e geografo Strabone del 63 a.C., quando scrive di Catania li pone come esempio da seguire nel volume terzo della sua opera La Geografia.

In epoca romana la loro eccezionale devozione si trasfigura in una poesia anonima, Aetna, inserita poi nell’appendice Virgiliana insieme alle opere giovanili del poeta Publio Virgilio Marone. Ma lo stesso poeta ne trae ispirazione nel libro secondo dell’Eneide, per caratterizzare l’animo di Enea, che fuggendo da Troia in fiamme porta sulle proprie spalle il vecchio padre Anchise.  Così come Pausania il Periegeta, scrittore del II secolo d.C., nella sua opera Periegesi della Grecia, quando scrive che gli antichi stimavano molto i genitori, cita l’eroismo dei due fratelli.

Il loro mito scorre lungo i secoli, mai dimenticato dai catanesi, ma sempre onorato con reverenziale rispetto e, nel 1957, esso viene forgiato nel bronzo di uno dei quattro candelabri che decorano Piazza Università, le cui figure scure, pregne di vitalità antica, con la fluidità delle linee che disegnano i loro corpi e le vesti in un unico drappeggio, rivelano con forza il profondo sentimento che li unisce.

Slancio affettivo intenso che ha emozionato anni dopo anche lo scrittore di Linguaglossa Santo Calì che ha raccontato questa storia nell’opera La Notti Longa e che poi è stata illustrata da Sebastiano Miluzzo.

Ma che ogni giorno, ieri come oggi, viene celebrato da tutti quei figli catanesi che, nella quotidianità delle loro vite, stanno accanto ai propri genitori anziani, si prendono cura di loro, portando sulle spalle le loro sofferenze e riempiendo il silenzio delle loro case. In questo modo la leggenda dei due fratelli si tramuta nella storia di ogni figlio che affianca la propria esistenza a quella dei propri genitori, preservandone la memoria, perpetuando, nell’attualità della nostra società, scandita dalla frenesia del tempo, un valore antico e profondamente insito nell’anima siciliana: il rispetto per chi ci ha dato la vita. I nostri genitori costituiscono il nostro passato ma definiscono il nostro presente se vogliamo affrontare il futuro.

Ma spesso, noi, uomini e donne dei nostri tempi, sempre di corsa, in una eterna fuga per noi stessi, volta a rincorrere i nostri bisogni e le nostre necessità, dimentichiamo di voltarci indietro verso di loro, e continuiamo ad annaspare in una estenuante lotta senza meta come barche in balia di onde sempre più grandi.

Distratti dalla superficiale materialità delle immagini che scorrono veloci, ci dimentichiamo che la vera fuga delle nostre vite è quella che compiamo portandoli in spalla insieme a noi.

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