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Covalenza e com-prensione del simile/dissimile

Ci può essere tra due persone una comunione di sentimenti, di modi di percepire l’un l’altro/a che si ritrova inscritta nella datità del loro essere. Non si tratta di affinità elettive; queste, si riferiscono meramente al piano intellettuale, ad un’estetica formativa e di gusto che coincide con una raffinatezza di pensiero: lo descrive bene Goethe, nell’opera “Le affinità elettive”. La com-prensione dell’altro da sé, come riconoscimento del simile nel dissimile, si può paragonare alla seguente metafora: un bambino e una bambina crescono insieme in cielo e poi, separati in terra, in un tempo e luogo successivo si ritrovano e si riconoscono. Non importa l’età, trattandosi di un riconoscimento dell’anima, dell’esserCi: dove la particella pronominale, usata in modo enclitico, implica una partecipazione piena dell’esperire: l’esperire, nell’accezione heideggeriana, significa raggiungere quel residuo fenomenologico che apre allo sgomento e al senso dell’autentico (esserCi), dove il percepito diventa appercepito, un intus ire che trasfigura quel determinato Segno come sentimento interiorizzato. È il sé che ritrova quella parte mancante nell’altro da sé, la scintilla dell’Essere che da un ente, passando attraverso un altro ente si ritrova in una comunione di spirito: comunione del sentire. Per cui, è errato asserire che “Entia quae existens”, gli enti esistono (forma autonoma); San Tommaso, l’Aquinate, rimedia con la seguente proposizione: “Entia quibus res existens res existit quam exentia covalent et extensa; ovvero: gli enti esistenti esistono, a causa di una sostanza covalente e coestesa, ed aggiunge alla dialettica aristotelica di materia-forma – atto-potenza, essenza-esistenza. In altri termini: la sostanza covalente e coestesa. Questa sostanza, di natura noumenica, è l’indicibile dell’Essere che accomuna due anime e coinvolge ogni scintilla di vita alla Fiamma universale dell’Uno plotiniano. Ma cos’è l’Essere? Parmenide lo esplicitò in una semplice frase: l’Essere è, il non essere non è. “Esse est percipi” (George Berkeley): l’essere è essere percepito, punto. Pure, essendo l’uomo complicato cerca di risalire a questa primordiale intuizione mediante la speculazione teoretica. Il discorso sull’essere, in quanto presa dell’essere a prescindere dalle sue determinazioni (gli enti) si chiama Ontologia. Quando si dice è questo, è quello, si entra in un altro ambito definito metafisica, oltre la natura, oltre il sensibile che, attraverso gli enti, rinvia cronologicamente all’Essere, ma questi (l’Essere), si coglie logicamente e non cronologicamente. Si chiama Antinomia; ossia: apparente contraddizione. Quello che conta è l’originalità della costruzione del concetto di Essere (che poi non è un concetto ma un’intuizione, appunto). Per cui, il discorso sull’Essere è semplicissimo e, proprio per questo, difficilissimo. Il semplice non è facile: si provi a spiegare e trasparente un sentimento; occorre tornare indietro col concetto e, attraverso la capacità di saperlo formulare, esplicitarlo, che è già cosa altra nel divenire dello stesso, si cerca di ricostituire quanto sentito nel continuum avvertito come valenza noumenica dell’intus ire (andare all’interno). L’essere si può solo intuire, mentre la spiegazione si colloca sul piano dell’intelletto corrispondente agli enti che richiedono le proposizione; tipo: soggetto, copula e predicato nominale (tu sei un uomo); quindi, nel divenire delegato alle proposizioni concettuali. Diversamente l’Essere è, punto e basta; non si può dire, non è presente nelle parole, per quanto tecniche ed elaborate dalla teoretica, ma è presente solo nell’intuizione logico-intellettiva. Così la sostanza covalente che unisce due anime, quando ricorre alle parole per essere definita cade inevitabilmente nel linguaggio del senso comune, quel linguaggio che è già Altro rispetto a ciò che intende rendere trasparente. La datità del riconoscere il simile nel dissimile è inscritta nella dimensione del “cielo”, prima della separazione; così, il ritrovarsi dopo di due anime affini: anche qui l’enclitica pronominale ha una funzione di senso che rinvia all’ineffabilità della cosa in sé d’impronta noumenica. In altri termini, che restano sempre impropri, si tratta di una sostanza covalente determinata, ma non determinabile; così come lo scibile. Quest’ultimo aspetto, richiede una ulteriore spiegazione.
Determinismo non determinabile
Mozart non sapeva di essere un genio o, comunque, non si predispose alla genialità; lo era, e basta. Quello che componeva lo riportava sul pentagramma perché era in lui farlo; quella dote gli apparteneva: era lui. Nessun merito, quindi; così come non vi è demerito per chi non riesce ad essere un “Mozart”. La scala dei valori che si utilizza nel nostro sistema organizzativo per riconoscere determinate facoltà e quindi i “meriti”, implode al cospetto della datità determinata: nessuno farebbe un danno a se stesso; per cui, l’errore, la colpa o presunti tali (Kafka, nei suoi scritti, indica ciò sotto l’egida di un esistenzialismo che trasmuta in “peccato originale”), sono ascrivibili al limite congenito di chi compie l’azione e alla molteplice concomitanza di variabili che, pur determinati, non si possono determinare nell’interazione degli eventi. Pure, si giudica e si opera malgrado ciò. Husserl comprese ciò e con l’accezione epoché (astensione da un determinato giudizio o valutazione, qualora non risultino sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso) esclude la cosa in sé (noumeno) e la cosa per sé (mero psicologismo individuale). Ma l’esclusione di queste due sfere, la metafisica noumenica e l’appercezione della rappresentazione fenomenica, non esclude la conferma di un retaggio storico-culturale che è quello dell’uomo e considera la mera parte intersecata dei due cerchi, esclusi nella loro singolarità: l’intersecazione, e solo quella, costituisce l’oggettività segnica per Husserl.
Breve digressione. La nuova pedagogia, come scienza composita, assurge proprio da Huisssel i parametri d’indagine: l’insegnante non è più visto come depositario di un sapere culturale che deve trasmettere al discente; quest’ultimo, non si considera più al pari di un vaso vuoto da riempire. La formula di ogni epistemologia educativa è “insegnamento/apprendimento”; proprio quella parte intersecata, di carattere husserliano, che escludendo le due sfere, soggetto, oggetto, considera il rapporto interattivo docente/discente e la crescita all’unisono all’interno di questo spazio che comprende anche l’ermeneutica; ossia: una costante interpretazione della situazione “insegnamento-apprendimento, dove l’empatia gioca un ruolo precipuo.
Riprendendo il discorso sul determinismo, per renderlo più esplicativo, si aggiunge che: le teorie della Relatività asseriscono che, a causa della costanza della velocità della luce, il tempo non è universale. Non esiste un tempo unico globale. Il cammino del tempo dipende dalla posizione e dalla velocità dell’osservatore. Si supponga che accadano due eventi, A e B. Per un osservatore equidistante, questi fatti avvengono simultaneamente, ma chi si trovasse più vicino all’evento A penserebbe che esso è avvenuto prima dell’evento B, mentre chi si trovasse più vicino all’evento B penserebbe il contrario. In realtà tutti e tre gli osservatori hanno ragione. O meglio, hanno ragione secondo il proprio punto di vista, visto che il tempo è relativo alla posizione dell’osservatore. Questa fu l’intuizione che ebbe Nietzsche, durante una passeggiata in una valle dell’Engadina, circa la teoria dell’Eterno Ritorno dell’Identico come Differenza (si evita di soffermarcisi sopra, perché l’argomento richiederebbe una trattazione a sé). Kant scrisse che ci sono tre problemi che non verranno mai risolti: l’esistenza di Dio, l’immortalità e il libero arbitrio. Il problema del libero arbitrio è quello di sapere fino a che punto noi siamo liberi nelle nostre decisioni. Ebbene, le nostre decisioni, benché sembrino libere, sono in realtà condizionate da un numero infinito di fattori. Per esempio, se si decide di mangiare, questa decisione è suggerita dalla coscienza oppure da una necessità biologica del corpo? Tutto quello che si fa, viene imposto dalle caratteristiche intrinseche, come il DNA, la biologia e la chimica del corpo, oltre ad altri fattori, in interazione dinamica e complessa con fattori esterni, come la cultura, l’ideologia e tutti i molteplici avvenimenti che accadono nel corso della vita. La matematica è determinista: due più due fa sempre quattro (tranne per il personaggio del “sottosuolo” di dostoevkjana memoria, ma è un altro discorso). La Fisica è l’applicazione della matematica all’universo, con la materia e l’energia che obbediscono a leggi e forze universali. Quando un pianeta gira intorno al sole o un elettrone gira intorno all’atomo, questo non accade per una loro libera scelta, ma perché a questo li obbligano le leggi della Fisica. La materia tende ad organizzarsi in modo conforme alle leggi dell’universo. Questa organizzazione implica una complessificazione. La Chimica è la Fisica complessificata. Quando gli elementi chimici si complessificano, nascono gli esseri viventi, che si caratterizzano per la loro capacità di riprodursi e per il loro comportamento teleologico (tendono ad un fine). La Biologia è la Chimica complessificata. Quando la Biologia diventa molto complessa, emergono l’intelligenza e la coscienza. L’uomo è costituito da atomi e, lo si ripete, un elettrone non gira verso sinistra o verso destra perché ne ha voglia, perché esibisce un libero arbitrio, ma per leggi ascrivibili alla sua natura. Il comportamento dell’elettrone è per noi indeterminabile a causa della sua complessità caotica; pure, è determinato. La meteorologia è determinata ma indeterminabile, a causa della molteplicità di fattori non calcolabili. Un po’ la vecchia storia del battere delle ali di una farfalla che può provocare una tempesta dall’altra parte del pianeta dopo qualche tempo. Benché le decisioni sembrino libere, di fatto, non lo sono. Al contrario, sono tutte condizionate da fattori della cui influenza non si ha, nella maggior parte dei casi, la minima nozione. Il libero arbitrio è un concetto del presente. Il fatto che non si può modificare quanto è avvenuto nel passato, significa che il passato è determinato. Il passato e il futuro esistono entrambi, benché su piani differenti (questi piani sono compresi nel cerchio nietzschiano, in cui il bivio apparente, posto in un punto figurato della circonferenza, segna l’inizio di un percorso che sembra rettilineo ed è inscritto nell’abnorme vastità della circonferenza che comprende il passato e il futuro cristallizzati). Così come non si può alterare il passato, non si può alterare il futuro. Quindi la datità pone l’uomo all’interno di una maglia di rete, determinato in ogni suo singolo gesto o batter di ciglia, ma a salvarlo è proprio il suo limite; l’impossibilità di com-prendere l’intera rete, lo scibile di cui fa parte. Ed è ciò che suggerisce l’idea del libero arbitrio. Nietzsche su questo punto pone una differenza con la locuzione latina “Amor fati” (amore del fato): “… così è, bene, sia anche peggio, noi trasformeremo tutto in oro” (La gaia scienza). Egli trasforma il “così è stato?” in “così ho voluto che fosse”, dove la volontà non si cala nella volizione del desiderio spicciolo, ma come forma archetipa di una coscienza consapevole del suo limite, spoglia di ogni mitizzazione, e, proprio per questo, forte di se stessa: è l’idea base del “superuomo” nietzschiano, dell’uomo che supera se stesso nell’accettazione consapevole del senso di “Amor fati”.
“Natura non confundenda est” (La natura non si lascia ingannare, Lucrezio) e si determina nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo, nella comunione degli spiriti ed in quei piccoli gesti che, in vero, sono grandi nel sancire la datità come segno di Comunione e Appartenenza: in sé e nell’altro da sé.

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