E’ più facile registrare pregiudizi sul bullismo o atteggiamenti di apparente condanna, che tentativi di comprensione concreta del fenomeno; un fenomeno che racconta ed esprime vissuti di disagio individuale tanto esteso da assumere i contorni di una disfunzionalità sociale e culturale; si chiama mobbing (l’etimologia dell’accezione viene dall’inglese to mob – assalire, accerchiare in gruppo – e ha origini etologiche, introdotto dall’etologo Konrad Lorenz negli anni ’60 per descrivere il comportamento aggressivo di animali che, in gruppo, assalgono un loro simile per allontanarlo. Il concetto è stato poi applicato in ambito lavorativo negli anni ’80 dallo psicologo Heinz Leymann) e costituisce un malessere individuale e, per riflesso, collettivo che fomenta un disagio relazionale che supera ogni parametro esprimibile in parole: a parlare sono spesso certificazioni medico-sanitarie che il malcapitato presenta per “evadere” da una situazione insostenibile che sopporta e regge come può sul luogo di lavoro da parte di colleghi o superiori. Il mobbing può essere definito orizzontale, tra colleghi o verticale, tra superiori e dipendenti, o, in tanti casi, entrambi gli aspetti. L’applicazione dello stesso non avviene d’impatto, ma nelle piccole cose: escludere il collega dalla pausa caffè, ammiccare nei suoi confronti con frasi dissimulate ma chiaramente allusive, dileggiarlo con allusioni, apparentemente indirette, escluderlo dalle conversazioni, tenerlo ai margini dell’organigramma lavorativo per presunte incapacità o assegnargli compiti al di sotto delle competenze del suo ruolo, declassificarlo. Tutto questo preso nella singolarità degli atteggiamenti potrà sembrare irrilevante, ma protratto nel tempo e variato nei modi e nei termini diventa motivo di disagio morale che può trasformarsi in depressione che, innegabilmente, si trasferisce anche sul piano affettivo: non sparisce quando ci si chiude la porta di casa alle spalle. Allora si ha bisogno di essere ascoltati, ma da dove si comincia? Si inizia a compiere, per reazione difensiva, qualcosa che lo danneggia ulteriormente mediante l’esasperazione della medesima (persona) che diventa davvero irrazionale, ed è questo l’intento: screditarla nella misura in cui questi cerca di dimostrare quanto subisce. Purtroppo, nel nostro Paese non c’è una legge specifica e organica che disciplini il mobbing come reato autonomo; detto fenomeno è “tutelato” attraverso un insieme di norme costituzionali (artt. 2, 3, 32, 41 Cost.), civili (art. 2087 c.c. sulla tutela della salute del lavoratore) e penali (lesioni, maltrattamenti). Ma questo rientra in un settore che riguarda i maltrattamenti specifici sul lavoro e, proprio per la connivenza dei colleghi (omertà) a fronte dell’unica testimonianza di chi ciò lo subisce, quest’ultimo difficilmente tenta azioni legali per tutelare i propri diritti. Il mobbing viene solitamente configurato come illecito civile risarcibile, basato su comportamenti sistematici e prolungati, ma, lo si ripete, difficilmente viene riconosciuto e gli avvocati cui ci si potrebbe rivolgere ne sono consapevoli e consigliano di rinunciare ad avviare pratiche difensive in questa direzione e quindi di rivolgersi ai sindacati che, a loro volta, minimizzano la questione o, paradosso, rinviano ad avvocati del lavoro ed a farsi rappresentare da uno di essi; ma, questi, non se la sente di adire a sostegno di una difesa che sembra quella di tutelare un Don Chisciotte contro i mulini a vento. Allora ci si sente sminuiti, non in grado di reggere lo sguardo dei propri cari perché non si è sul posto di lavoro nell’orario ordinario: malattia prolungata, con certificazione medica estrapolata con insistenze verso il medico di famiglia e specialisti; ci si sente inappropriati e si perde l’autostima; in sostanza non ci si vede credibili neanche ai propri occhi ed ogni tentativo di “difesa” sembra avallare il contrario: “ma ti senti perseguitato? Vedi fantasmi?” Ed è questo lo scopo del mobbing: rendere isolata la persona fino a costringerla ad allontanarsi e finanche perdere il lavoro. l rinviano a farsi rappresentare da un legale; ma questi non se la sentono di adire a sostegno di una difesa che sembra quella di tutelare un Don Chisciotte contro i mulini a vento. Questo tipo di comportamento vessatorio rientra negli atti di bullismo di cui spesso le cronache parlano e che si evolve con l’età stessa (almeno, su carta, si dice così); in vero, cambia forma ma si ripete con l’identificazione con l’aggressore per non esserne vittima; ad esempio, a scuola per timore che, diversamente, quest’atteggiamento possa ricadere anche su chi lo nota; per cui, si diventa numero partecipante verso chi si accanisce verso il compagno più fragile. Basti pensare a tratti comuni con il mobbing sia nelle modalità relazionali, organizzative del gruppo/branco, sia ai ruoli assunti dagli attori (bullo/mobber, vittima, spettatori che lasciano perdere – insegnanti ed altri operatori scolastici che preferiscono girare la testa dall’altra parte per non “vedere” e complicarsi la vita: costoro sono peggio dei bulli, per vigliaccheria ed inadempienza del ruolo etico-comportamentale per cui sono pagati), nelle modalità d’azione che va dall’intimidazione all’esclusione, dall’indifferenza alla maldicenza rivestita di pettegolezzi da corridoio, nomee ingiuriose in classe e sui social. Tutto ciò col supporto di gregari; e ancora: dalla mancanza d’empatia verso la vittima, ad una mancanza di educazione ai sentimenti che la scuola, ente formativo per eccellenza, ha messo in sordina rispetto a materie prettamente pragmatiche, come la digitalizzazione “avanzata” che non pare, visti i risultati e l’uso che la massa ne fa, sia tanto avanzata per la collettività; sì, per gli azionisti delle compagnie che vi stanno dietro. Per interrompere le dinamiche disfunzionali nel gruppo occorre innanzitutto uscire dal silenzio, dall’omertà nella quale la vittima, sia del mobbing che del bullismo, rimane imprigionata perché isolata e mancante di strumenti atti a reagire, in quanto, se agisse in qualche modo, gli si ritorcerebbe tutto contro, non ultimo con la solita frase: “ti senti perseguitato? Vedi fantasmi?”, come sopra già detto. Paradossalmente, provocando sofferenza, il bullismo, così come il mobbing, si traduce in un grido disperato delle giovani generazioni a di quelle adulte che ne vivono gli aspetti, riportandoli nella propria sfera affettiva con l’effetto di chiudersi in se stessi in seno alla famiglia. E’ arduo, difficile; pure, occorre saper ascoltare questo grido nella sua profondità, coglierne i segnali. E’ un grido che reclama presenza ontologica, il superamento del nichilismo nella riscoperta di una simbolica giovanile e adulta (non cresciuta) e mettere da parte le vuote retoriche ogniqualvolta si affrontino casi di questo tipo, in cui la vittima compie gesti da cui non si torna indietro e poi gli “esperti” di turno commentano nei salotti televisivi dove la società ha sbagliato e come correggersi perché fatti simili non accadano più; ma, invece, accadono e continueranno ad accadere perché l’indifferenza generale è palese ed i primi a non credere a possibili sostanziali cambiamenti sono proprio questi “specialisti” che ne parlano perché invitati a spendere pareri nelle trasmissioni in cui si commentano tristi fatti di cronaca che coinvolgono siffatti atti di violenza (tacita, verbale, persecutoria e diretta verso i più fragili: coloro che la scuola ed ogni istituzione che dicasi educativa dovrebbe meglio tutelare). Ma se pure si comprenda il male è difficile trovare soluzioni. La tradizione usa, sull’argomento, strumenti fragili a fronte di un fenomeno così radicato e di difficile estirpazione. Chi pratica il bullismo e, successivamente, possibili forme di mobbing, diserta le prospettive escatologiche finalizzate al raggiungimento del sé e della capacità di riconoscere il proprio simile/dissimile, per abitare il mondo nella sua mera istintività, dove il gesto, l’atto violento (fisico e verbale), sostituisce la Parola; dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non inscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto, a porgere il suo non senso che da provvisorio diventa perituro, annullando il soggetto regredito che viene inficiato dell’autostima e si vede annullato nel suo ruolo; in altri termini: non riesce a raggiunge se stesso come Persona.
