Marzo 15, 2026 16:03

Salvatore Rizzo

Writer & Blogger

La complessità del suicidio

La dinamica psichica che spinge verso il suicidio è complessa e non servono, se non a storcere le reali motivazioni, gli articoli che su questi casi. A volte, questi, vengono raccontati nelle pagine della cronaca, cartacea o televisiva; così come nei commenti di “specialisti” che narrano le vicende secondo parametri precostituiti da una letteratura a riguardo. Ma questa dinamica psichica strutturatasi con la propria arma di ordinanza resta un fatto scevro da spiegazioni “razionali” o presunte tali; in condizioni normali il primo vettore di riconoscimento e, nell’arbitrato della sofferenza, attributo di deterrenza pubblica rivolto contro di sé, oltre ogni latente causa presunta, come se a riservare questo tragico esito fosse un disagio che si dispiega secondo i pareri di “esperti” chiamati in causa per il commento di rito che cerca di inserirsi, con l’abilità delle parole che si è in grado di usare, nei labirinti dell’angoscia di chi compie gesti da cui non si torna indietro: mera abilità verbale; una sofistica che, al pari dell’”Essere di Parmenide” (l’Essere è, il non Essere non è), allontana nella misura in cui si cerca di chi riesce a coglierlo sul piano logico-intuitivo, e solo lì può giustificarsi. La morte, come la vita, rientrano nell’assurdo (Camus), è ciò che non rientra nell’orizzonte della fallace “libertà”, per cui non può concludere la vita senza una spiegazione “plausibile” sul piano della convenzione sociale del linguaggio del senso comune; pure, come accade, può porvi fine ugualmente, ed è questo che la comunità sociale si rifiuta di accettare; per cui, le “spiegazioni” di ogni ordine e grado che ne motivino gli atti, sono pareri personali, condizionati da un rivestimento storico-antropologico che corrisponde agli idola di Bacone (pregiudizi, miti, fantasmi della mente). In una pagina dei suoi diari, Kafka ha scritto: “L’idea del suicidio ci fa superare molte cattive notti”. Il suicidio non modifica la situazione, perché, se è vero che è un atto di fragilità (o di forza, perché anche questo aspetto ha la sua ragion d’essere) il senso/non senso della vita, il suicidio, è altrettanto senso/non senso; ossia: l’ultimo atto, che non lascia dopo di sé un “avvenire” già inscritto nella datità di Ananke (la Necessità) che, riprendendo il passato, possa conferirgli significato che non può definirlo in un modo o in un altro: è, è stato, e basta. Si può considerare, chi tronca la propria vita, un caso di emergenza sociale che riguarda tutti, tutto il sistema che tende ad escludere i più fragili, i più deboli, coloro che, vedendosi calati nella più disperata solitudine, trovino in questo gesto una “soluzione” al danno peggiore: reggere un impatto interpersonale già considerato fallito nelle premesse. Le istituzioni sociali atte a supportare queste persone se ne disinteressano, di fatto, tranne che “giustificare” mediante articoli o giudizi di “esperti”nei salotti televisivi o in altri luoghi che siano, come sopra detto, un intervento che non si traduce affatto in reale supporto, ma in accomodamento che faccia rientrare il gesto inconsulto in parametri giustificabili sul piano razionale, per quanto drammatici questi siano. Gli approcci più consolidati al fenomeno sostengono che il suicidio sia un problema di salute pubblica che deve essere esplorato a vari livelli attraverso l’educazione, la conoscenza culturale, e la consapevolezza clinica dei segni e dei sintomi, così l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, agenzia specializzata delle Nazioni Unite per la salute, fondata nel 1948 e con sede a Ginevra); ma quando mai si è visto, e sentito, un suo tradursi in pratica concreta, presente sul campo! I centri di salute mentale sono inappropriati, sia professionalmente (dottori che considerano detti pazienti come materia di lavoro) che per il funzionamento in senso lato: tempi di attesa, specialisti che scrivono certificati senza “vedere” la persona al loro cospetto e, non ultima cosa, estrema loro sufficienza nei confronti di ogni caso che richieda, invece, estrema attenzione; ma, soprattutto, totale assenza di un’autentica com-prensione. Qui non interessa ricostruire la storia delle diverse interpretazioni del fenomeno suicidio, né ipotizzare a quale livello vi si inseriscano nei drammi che li caratterizzano, anche se si intende muovere dal tema della condivisione della medesima atmosfera culturale, quella che, potenzialmente, può condurre alcuni, appunto, all’auto-soppressione; bensì, sospendere un giudizio che sia di comodo per l’archiviazione di ogni persona come caso patologico ed escluderà la “razionalità” dei vecchi manicomi che, data la finalità del nosocomio medesimo “razionalizzavano” la follia che contenevano reclusa in quanto lì relegata. Oggi i manicomi propriamente detti, non ci sono più; così come è sparito il concetto politico che fu il Comunismo, con la differenza che i poveri sono ancora presenti in una parabola ascendente, così come quei reclusi definiti folli, come folle è considerato il suicidio. Dopo l’originaria interdizione religiosa che, dall’antichità fino a tutto il Settecento, pone il suicidio sotto una stretta valutazione giuridico-morale, il fenomeno è da mettere in relazione alla progressiva trasformazione sociale dell’idea di uomo come identità individuale, all’homme machine, al cospetto di un sempre più feroce pragmatismo, alla funzionalità come produttore o consumatore, proiettato nell’ ich et nunc di un immediato, sempre più immediato. Frammentandosi l’originario monolite dell’ illiceità giuridico-teologica dell’atto suicida, solennemente sancito già dalle consuetudini medievali, toccherà alle nascenti scienze sociali occuparsi del fenomeno, interpretato sotto una luce diversa che non accadrà mai. In effetti, la vigilanza sul suicidio si perpetuerà così come è stato fino ad oggi. Ancora negli anni ‘30 del XIX° secolo, alcune “scienze miste” come la statistica morale (originario ambito di convergenza di linee di ricerca che ancora non riescono ad imporsi un obiettivo epistemico definito), identificavano nel suicidio un importante indicatore del livello morale di una nazione; al giorno d’oggi, su questo tema, non ci si interroga nemmeno se non su carta come mera “civile” pro forma.

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