Giugno 12, 2026 09:55

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Writer & Blogger

“Virdimura”, storia della prima medichessa di cui si abbia notizia nel mondo occidentale

Il Teatro Stabile di Catania, con lo spettacolo diretto da Cinzia Maccagnano, parla della donna, catanese ed ebrea, nata nel 1302 e che solo 74 anni dopo, nonostante avesse diretto per decenni uno Spedale, ottenne la licenza di praticare la medicina curando in particolare gli indigenti. Lo spettacolo, che unisce dramma e levità grazie a una squadra di artisti di altissimo livello, ha entusiasmato il pubblico anche grazie al ritmo impresso alla narrazione e alla capacità di divertire e stupire.

Era il 1302. Catania era un animale immenso e travagliato… un ventre di mercanti, venturieri, soldati, giustizieri, saltimbanchi, attori. Ebrei, musulmani, arabi, cristiani. Nessuno parlava una lingua sola, tutti masticavano ogni dialetto. E tutti stavano dentro le mura.

In principio è sempre la luce, come all’alba dei tempi: quando il sipario si apre, cade dall’alto, a svelare le mura che includono ed escludono, simbolo di differenze sociali e razziali, e un parto che si conclude con la morte della madre.

Comincia così Virdimura, opera teatrale tratta dall’omonimo romanzo di Simona Lo Iacono, nel poetico adattamento di Angela Dematté e Cinzia Maccagnano, che firma anche la regia di questo sorprendente spettacolo, presentato nella Sala Verga per la Stagione dello Stabile di Catania e in coproduzione con il Biondo di Palermo.

Virdimura celebra la prima medichessa di cui si abbia notizia nel mondo occidentale. Ha il nome d’un muschio che guarisce, perché il medico ebreo Urìa, padre della protagonista, resa sulla scena dalla bravissima Donatella Finocchiaro, così decide di chiamare la figlia appena nata, facendola crescere nella devozione per i malati: Non distrarti mai dai dolori terrestri, perché sono il vero e sacro linguaggio del mondo… E stai allegra. Un medico non deve essere malinconico. Ci sono molti motivi per ridere nella fame, sopportare nel lutto, ringraziare nel dolore.

Conquista, la narrazione della vicenda umana – autentica – della giudea catanese nata appunto nel 1302 e che solo 74 anni dopo, come attesta un documento conservato nell’Archivio di Stato di Palermo, avrebbe ottenuto la licenza di praticare la medicina curando in particolare gli indigenti. Dopo aver spiegato ai magistrati: Non ve la chiedo per me. Ormai sono vecchia. Ve la chiedo soprattutto per le mie allieve. Per le donne che sono state e che diventeranno.

Prima, mentre Virdimura studiava anatomia e farmacopea, erano arrivate la prigione e le accuse di prostituzione e di stregoneria, per la convinzione di Urìa che la paura si cura con la fantasia. E il vociare nei tribunali del Dio degli smemorati e le paure per la peste, con i giudìi fatti passare per untori, capro espiatorio dell’ignoranza.

Conquista lo spettacolo, non soltanto per la vicenda in sé, ma anche per l’abilissima maniera in cui viene rappresentata: la regista sceglie la contaminazione di stili tipica del teatro shakespeariano. E così, come nel Crollalanza messinese, il comico viene utilizzato per far maturare le riflessioni più complesse grazie a una risata liberatoria.

Ed è proprio unendo dramma e levità – oltre che dirigendo una squadra di artisti di altissimo livello, dallo scenografo Andrea Taddei alla musicista Etta Scollo, dalla costumista Dora Argento al lighting designer Gaetano La Mela – che Cinzia Maccagnano, grazie al ritmo impresso alla narrazione, compie il miracolo di far sembrare che lo spettacolo duri un’ora appena, quando ne trascorrono due.

La capacità di divertire e stupire è alla base di tutto: applausi a scena aperta hanno premiato “le due matte” Margherita Mignemi e Olivia Spigarelli, incarnazioni della commedia nella tragedia, irresistibili quando recitano filastrocche e parlano in inglese o… al contrario. Ma a lasciare a bocca aperta gli spettatori sono stati anche i costumi, tanto brillanti da apparire più cinematografici che teatrali, così come le emozionanti musiche – si ripropone anche una ninna nanna popolare: La vò – , le luci caravaggesche e la sorpresa finale della scenografia che si anima. Per non parlare dei cori:

Luna scura, luna babbiuna, fila fila e non ragiuna

fila russu, fila rubinu, fila di tutti li fimmini lu destinu

Luna china, luna lenta, ogni misi ti turmenta

punci la vugghia di dulura e lu sangu nesci fora.

         Le tematiche femminili s’intrecciano nel racconto. Come la storia di Zachara – violata con la forza e timorosa di non poter sposare il figlio del rabbino -, la quale chiede alla medichessa di aver restituiti onore e dignità ricucendo la verginità trafitta.

E poi la nascita dello Spedale … dove non ci siano sani e malati, ma guaritori e guariti, coscienti e folli. Ti pare una pazzia Sciabè? chiede Virdimura alla ragazzina matta lasciatale dalla madre. E aggiunge: Le donne governano tutto: la notte, la morte, la speranza, il vaticinio.

             Poi la medichessa distribuisce i compiti: Misurate le vostre qualità. Quelle brave con la vita, facciano le levatrici, quelle brave con la morte, accompagnino gli agonizzanti. E se vi diranno che a voi compete unicamente far nascere figli, o accudire le madri, perché siete femmine, rispondete che l’arte medica attinge al mistero di Dio, che entrambi partorì i sessi.

         Il teatro è un’invenzione continua, così al grammelot della lingua siciliana d’ogni tempo, simbolo di quel teatro catanese che ha sempre saputo conquistare il mondo, si unisce la capacità di mutare ogni pezzo di stoffa in un burattino.

         Dieci gli interpreti in scena e tra loro due uomini: Franco Mirabella, che nel ruolo di Urìa, figlio di prostituta che si fa medico dopo la morte della madre seguendo l’uomo che l’ha curata, Josef De Medico, e il figlio di quest’ultimo, Pasquale, interpretato da Franz Cantalupo, che sposerà Virdimura e la sosterrà nel mandare avanti lo Spedale. I due attori sono bravissimi così come anche le sei corifee, che impegnate a ritrarre anche personaggi diversi: Luana Toscano (la madre di Sciabè), Giorgia Boscarino (Josef De Medico, Prete), Ornella Brunetto (Prigioniera), Chiara Barbagallo (Zachara) e Luna Marongiu (Sciabè).

         Un’ultima considerazione: da qualche tempo, ormai, si parla della necessità di rilanciare quel Teatro Mediterraneo di Mario Giusti, che per trent’anni, a partire dalla sua fondazione, guidò lo Stabile di Catania. Ci si ricorda del successo de I Malavoglia diretto da Lamberto Pugelli e del Pipino di Giuseppe Di Martino. Ma siamo davvero certi che questo Virdimura non potrebbe inserirsi in quel solco?

Le foto sono di Antonio Parrinello

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