È in scena alla Sala Verga Virdimura dal romanzo “Virdimura” di Simona Lo Iacono, adattamento teatrale di Angela Dematté e Cinzia Maccagnano,
assistente alla regia e drammaturgia Valeria La Bua, regia di Cinzia Maccagnano.
RUOLI e PERSONAGGI: VIRDIMURA (Donatella Finocchiaro), URÌA, suo padre (Franco Mirabella), PASQUALE DE MEDICO, figlio di Josef de Medico, marito di Virdimura (Franz Cantalupo), una Matta (Margherita Mignemi), altra Matta (Olivia Spigarelli), CORIFEA, MARIA, MADRE DI SCIABÈ (Luana Toscano), CORIFEA, SILVANA, JOSEF DE MEDICO, MALATA, PRETE (Giorgia Boscarino), CORIFEA, CARMELA, PRIGIONIERA (Ornella Brunetto), CORIFEA, AGATA, ZACHARA (Chiara Barbagallo), CORIFEA, LUCIA, SCIABÈ (Luna Marongiu).
Quando, diversi anni fa, in qualità di presidente della Commissione di Toponomastica del Comune di Catania, all’interno di un progetto di donare una identità anche al femminile alla nostra città, proposi di intitolare una strada a Virdimura, mi trovai davanti all’ ignoranza dei commissari rispetto a questa medichessa ebrea storicamente protagonista di una trancia di medioevo catanese.
E invece Virdimura (forte come il muschio sulle mura) – tratta dal romanzo di Simona Lo Iacono, vincitore del Premio Vittorini 2024, con la drammaturgia di Angela Dematté e la regia di Cinzia Maccagnano- miscela magistralmente tra storia e ricostruzione artistica le vicende della prima donna medico della storia, ambientate proprio a Catania: “della prima donna ( cito la Maccagnano) abilitata all’esercizio della professione medica, vissuta nel 1300, quando questo era impensabile. Il racconto attraversa l’intero arco della vita della protagonista, dall’infanzia alla vecchiaia, richiamando figure, luoghi e memorie che abitano la sua esistenza”.
Appartenente alla comunità ebraica catanese impara, studiando erbe officinali e anatomia, dal padre medico Uria, l’arte di guarire fino ad ottenere la Licentia Curandi Risale infatti al 1376 il documento, oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Palermo -riservata fino ad allora unicamente agli uomini ebrei, a condizione di curare gratuitamente i poveri- con cui, dopo un esame sostenuto davanti a una commissione regia istituita da Federico II di Svevia nel 1212 e composta da fisici della corte reale, venne riconosciuta ufficialmente la sua attività -riservata fino ad allora unicamente agli uomini ebrei, a condizione di curare gratuitamente i poveri- di “dottoressa” valida in tutta la Sicilia.
Nella licenza si legge ‘Licentiam praticandi in arte medicina certa …magistra in medicina fisica e in celurgia”: uno dei titoli più alti a cui un ebreo potesse aspirare.
Sarebbe addirittura arrivata, la nostra Virdimura a fondare un ospedale aperto a tutti senza distinzioni di razza o religione.
Non era certamente facile a quel tempo, specie per una donna, guarire corpi e anime senza essere accusata di stregoneria.
“La sua strada – scrive la regista nelle sue note – è in un certo senso segnata da quella del padre Urìa, medico visionario e carismatico, ma attraversando una crisi, in cui si trova a fare i conti con la grande assenza materna, con il senso di abbandono del padre che per salvarla ha dovuto abbandonarla, è chiamata a prendere una scelta per la sua vita: può lei essere medico pur essendo donna, dall’infanzia alla vecchiaia, richiamando figure, luoghi e memorie che abitano la sua esistenza”.
Già la sua nascita ha del surreale: “Quando finalmente fui fuori [cito il testo] mia madre proruppe in un urlo rauco e sgarrito, poi chiuse gli occhi. Mi posero in braccio a mio padre che profumavo di vento. Benedetta sia tu, figlia amata, Virdimura… Verde come il muschio che affiora dalla pietra, forte come le Mura che cingono Catania”…
Comincia poi una descrizione minuziosa della città etnea e dei suoi abitanti.
“Una città immensa e travagliata. Era il 1302. Era un ventre di mercanti, venturieri, soldati, giustizieri, saltimbanchi, attori. Era popolosa, piena di ebrei, musulmani, arabi, cristiani… Mio padre sa tutte le lingue. L’arabo, l’aramaico, il siciliano…Nessuno parlava la stessa lingua, tutti masticavano ogni dialetto. E stavano tutti dentro le mura. Solo noi giudei dovevamo stare nella giudecca malsana e paludosa…”
Virdimura prosegue con il racconto della formazione di Uria: “Mio padre aveva imparato l’arte medica da un maestro, Josef de Medico… lui un giorno venne a trovarci con suo figlio… Pasquale. Te la ricordi la nostra casa? Avevi undici anni quando venisti da noi. Io dovevo averne nove o dieci…”
Inizia così l’amore tra Pasquale e Virdimura che durerà una vita nonostante le reticenze della fanciulla: “Io non sono una sposa giusta per te. Guarda le mie mani! Sono abituate a gestire la morte più che la vita! Devi guardarmi bene, Pasquale. Guarda i miei capelli! Nessuno mi ha spiegato come adornarmi, come vestirmi…Io non sarò mai come le altre donne. Loro sanno sedurre! Hanno imparato da bambine. Io non ho imparato niente se non… curare. Non sono un medico, perché una femmina non pote essere dutturissa. Io non sugnu nenti!”
Donatella Finocchiaro, nei panni di Virdimura, dà corpo a questa figura coraggiosa e visionaria, attenta ad una osservazione olistica del sofferente: “Sorridi sempre – continua il padre – ad un malato incurabile bisogna sorridere spesso, a uno curabile bisogna cantare. Ricordale tutte queste cose, ricordale… E stai allegra. Un medico non deve essere malinconico. Ci sono molti motivi per ridere nella fame, sopportare nel lutto, ringraziare nel dolore… La celestite fa ritrovare la felicità, Il quarzo bianco dà spensieratezza, chi è oppresso dalla tristezza deve cuocere le violette nel vino puro”
La Finocchiaro si pone al centro di una sorta di ‘coro greco’, formato da sei attori-performer, che sottolineano con grande forza evocativa i vari momenti dello spettacolo: “Sono Virdimura. L’unica che sa usare il forcipe, che sa estrarre un neonato dal ventre, perché miscelo liquidi, impasto gli odori, perché conosco il segreto della carne, conosco la morte, e perché mi lavo in mare e mi lascio asciugare al vento… perché so ricucire la verginità trafitta… praticare l’aborto. Anche tu hai paura di me? Come quelli che mi chiamano impura, diavola, perduta”.
Sullo sfondo della carestia e della peste ancora si leva la saggezza della medichessa contro i pregiudizi dei cristiani. “Tutti muoiono vicino a me! Uomini, donne, bambini! Io non so salvare nessuno! Anche i bambini nel ventre mi muoiono!… Voi versate liquidi acidi nei pozzi! Voi ungete le pareti col veleno! Voi siete untori!… Di questo ci hanno accusato! I giudii sono gli untori! La peste è manufatta”.
Da questo intreccio di verità storica, mito e tradizione nasce, attraverso il ruolo magistrale della drammaturgia unita all’impareggiabile regia, uno spettacolo permeato di atmosfere arcaiche e al tempo stesso di tematiche contemporanee: la forza della resilienza, il desiderio di emancipazione, il diritto alla cura, la libertà femminile e il valore della compassione.
Elementi di forte impatto che attraverso i secoli giungono fino a noi lasciando un’impronta indelebile negli spettatori.
PS. Ringrazio sentitamente la regista Cinzia Maccagnano per avermi cortesemente fornito il testo del copione.
Foto di Antonio Panarello
