Verdi al “Bellini”: l’Aida come metafora

È in scena al Teatro Massimo “Bellini” Aida. Opera in quattro atti di Antonio Ghislanzoni. Musica di Giuseppe Verdi. Direttore Fabrizio Maria Carminati. Regia Marco Vinco. Scene e costumi Guido Buganza. Coreografia Filippo Stabile. Maestro del coro Luigi Petrozziello. Compagnia Create Danza. Nuovo allestimento scenico.
Aida Oksana Dyka/Valentina Boi, Radamès Jorge de León/Aleksandrs Antonenko, Amneris Nino Surguladze/Irene Savignano, Amonasro Franco Vassallo/Alberto Gazale, Ramfis Insung Sim/Simón.
Il canale di Suez, è noto, venne inaugurato il 17 novembre 1869 e celebrato sulle note della marcia egizia di Strauss. Era il punto d’arrivo di un sogno che era sempre stato un rovello degli Egizi sia in termini economici che geopolitici fin dal tentativo, riferito da Erodoto, del faraone Necao II intorno al 600 a.C. ripreso da Dario I di Persia e da Tolomeo II nel 250 a.C. Dopo il vano esperimento di Cleopatra, riferito da Plutarco, nel 30 a.C. di salvare la sua flotta, dopo la battaglia di Azio, il progetto venne abbandonato nell’VIII sec.
Secoli dopo, nel 1504, alcuni mercanti veneziani avanzarono nuovamente la proposta di tagliare l’istmo di Suez.
Nel 1799, durante la spedizione in Egitto, Napoleone recuperò l’idea, che venne ritenuta ancora una volta irrealizzabile. Nel 1833 un primo progetto fu presentato al viceré d’Egitto Mehmet Ali dall’imprenditore francese Prosper Enfantin seguace di Saint-Simon. Nonostante il disinteresse egiziano, i saint-simoniani costituirono nel 1846 una “Société d’étude pour le canal de Suez”, che dopo un attento rilievo dette il primo consenso alla realizzazione del canale.
Nel 1854 il diplomatico Ferdinand de Lesseps, ottenne una concessione dall’Egitto per costituire, la Compagnie universelle du canal maritime de Suez diretta dallo stesso Lesseps, che nel 1858 procedette ai lavori. Il panfilo reale della imperatrice Eugenia inaugurò così il canale il 17 febbraio 1867.
Per questa cerimonia, il governo egiziano aveva chiesto un inno a Verdi, che in un primo momento rifiutò per poi comporre – quando Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, sottopose a Verdi il soggetto elaborato dall’egittologo Auguste Mariette e a fronte di un lauto compenso l’Aida, andata in scena al Teatro Cheviale dell’Opera de il Cairo il 24 dicembre del 1871.
Il riluttante compositore, famoso in tutta Europa, si lasciò infatti definitivamente convincere a lavorare alla nuova opera solo nella primavera del 1870, quando, si dice, scoprì che un suo ulteriore rifiuto avrebbe visto il passaggio di commissioni al rivale Richard Wagner.
Il libretto di Aida dunque fu il risultato della grande collaborazione con il poeta e scrittore Antonio Ghislanzoni, vicino alla Scapigliatura lombarda e ai circoli mazziniani, che curò la versificazione in prosa italiana di Camille Du Locle sotto la supervisione di Verdi e sulla base del soggetto di Mariette
L’Aida andò così in scena in una sera di Gala al teatro dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, mancando così di coincidere sia con il taglio del Canale di Suez che con l’inaugurazione del Teatro.
Come ha voluto sottolineare Il sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano: “Abbiamo scelto un titolo che denuncia il fallimento morale della guerra e celebra l’aspirazione salvifica alla pace” dando il via a questa splendida e inusuale ‘Aida’ …un capolavoro tardo romantico che porta in scena la guerra e la ripudia, prosegue il sovrintendente. Quanta dolorosa consapevolezza attraversa quelle ultime battute che la principessa Amneris ripete, il suo “Pace, pace, pace” che si eleva al di sopra delle rivalità, implorando la fine dell’odio e il silenzio delle armi. Un grido disperato che arriva sino a noi. Diffondere il grido di Amneris è nostro dovere… Il Teatro lirico ha una chiara responsabilità, l’arte invita alla pace e alla bellezza e mostra sempre l’inutilità della guerra”.
Il maestro Carminati sottolinea quanto il testo sia emozionante e impegnativo perché la direzione comprende un grande numero di artisti: il pubblico potrà godere quest’opera dei contrasti con intimismo e forti emozioni.
Quanta contemporaneità in queste etnie diverse, popoli opposti, in una guerra che appare ineluttabile, in questa scena anche per necessità di spazi, minimalista ma tangibilmente ariosa. Lo scenografo, dichiara nell’intervista concessaci, che con grande rispetto per la parte musicale ed anche della tradizione ha capito che qualcosa di nuovo era da farsi in questo impianto molto semplice, giocato tra colori nero e oro, e di grande impatto. Si è ottenuta così un’Aida tra contemporaneità e tradizione. È un gioco sottile ottenuto con sinergia insieme al regista. Questi sostiene con forza che per lui l’Aida rappresenta il sacro. La musica di Verdi sembra evocare il rapporto con l’aldilà. L’opera è infatti da leggere su due piani: quello terreno dell’amore, della gelosia, dell’odio, delle grandi passioni, del tradimento, e quello ‘celeste’ dell’amore sincero, dell’onore, dell’amor di patria, del senso del dovere che superando le passioni terrene, o introiettandole profondamente, giunge all’estremo sacrificio. È questo, conclude, che ha voluto raccontare in contemporanea: alla tragedia interiore si aggiunge quella bellica e l’aspirazione all’aldilà quasi in un intreccio inestricabile.
“Aida — aggiunge il regista — è l’opera che ci parla del rapporto dell’uomo con il sacro (il Nilo, la terra, la patria per gli egiziani e per gli etiopi) e il trascendente; qualcosa in cui abbiamo bisogno di credere anche se non è visibile Ecco il perché dei due piani: quello inferiore dove si svolge l’azione scenica e uno superiore con ballerini/ acrobati avvolti in una “dimensione non sensibile”. Affidato alla riuscitissima e intensa coreografia di Filippo Stabile e Iliana Ciccarello, alla guida della Compagnia Create Danza. più che una cornice i ballerini/acrobati rappresentano un’altra voce dominate dell’azione, un commento al testo anch’esso su due piani: l’oscillare, quasi circense, degli artisti nel cerchio sottolinea i momenti di riflessione; l’ascesa sulle pertiche, le fasi di sublimazione. Il tutto accompagnato in basso e in orizzontale dalla presenza del popolo, una massa informe e grigia di chi non ha voce in capitolo, di chi deve sottomettersi alla volontà del potere. Le luci -osserva Oscar Frosio-vogliono riproporre lo sfarzo, gli allestimenti della tradizione italiana (ori, colori tratti dal libretto e il cielo): sul fondo scuro costumi molto colorati, intensi, dal rosso al blu.
L’amore tra la principessa etiope e il condottiero egizio tra omissioni e riconoscimenti, tra passioni e gelosia, tra potere e giustizia, si sublimerà sotto l’avello mortale, al grido di ‘pace’ di Amneris
“È un’opera che vuole fortemente denunciare la follia della guerra e il suo fallimento morale, un conflitto che rimane sorprendentemente attuale” Insomma, come sostiene il sovrintendente “la missione di un teatro deve essere civile e sociale prima ancora che artistica”. Bisogna calarsi, per comprendere, in una cultura che prende molto sul serio la dimensione trascendente. E noi, uomini del presente, abbiamo bisogno di credere che spesso ciò che è veramente importante, non è visibile. Ecco il perché dei due diversi piani, quello dove si svolge l’azione scenica e uno superiore con ballerini e acrobati che racconta un mondo ultraterreno. È uno sguardo che oggi dovremmo recuperare se veramente vogliamo il rispetto e la pace… Qui, dietro al sipario di Aida, sembrano davvero incrociarsi l’antico e il sempre nuovo senso del mistero… si è scelto di raccontare Aida rappresentandone la vicenda terrena attraverso l’azione dei cantanti e la dimensione celeste attraverso le coreografie aeree.”. Il tutto sullo sfondo di un Egitto fuori dal tempo e dallo spazio, magico e sognato in cui Verdi costruisce una metafora universale, dove l’Aida permette di parlare molto a noi, alla nostra sanguinante attualità, al nostro presente.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi














