Settembre 12, 2026 04:15

Silvana Raffaele

Writer & Blogger

Un grande Pirandello del Brancati

In scena all’Ambasciatori lo spettacolo del Brancati “Uno, Nessuno, Centomila” di Luigi Pirandello. Adattamento e regia di Nicasio Anzelmo. Protagonisti: Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Jane Alexander, Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano. Scene e costumi di Annamaria Porcelli e Sergio Maria Minelli, musiche di Giovanni Zappalorto, movimenti di Barbara Cacciato.

Questo lavoro è tratto dall’ultimo romanzo di Pirandello («sintesi completa di tutto ciò che ho fatto e la sorgente di quello che farò»).
L’elaborazione dell’opera era iniziata, in realtà già intorno al 1910, ma il grosso del lavoro di scrittura si concentrò nei primi anni ’20 del secolo scorso. Il romanzo “Uno, nessuno e centomila” venne pubblicato tra il 1925 e il 1926.

Riadattato per le scene da Nicasio Anzelmo, con la sua ironia che giunge al grottesco, il testo rimane ancora di grande attualità per la sua notevole capacità di mettere in crisi l’apparenza, l’individuo e la società attraverso una profonda riflessione esistenziale.
Il protagonista di “Uno, nessuno, centomila”, Vitangelo Moscarda, dalla scoperta da parte della moglie di una un’insignificante imperfezione fisica (“il naso ti pende a destra”) parte per il suo viaggio di destrutturazione e di ricostruzione di se stesso come individuo, e delle centomila maschere che gli altri percepiscono di lui e attraverso cui lo giudicano (“Mi si fissò il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere”. e infine della ‘liquidità’ in cui si immerge come ‘nessuno’.
È il superficiale Gengè (Primo Reggiani) per la moglie (Francesca Valtorta), il sempliciotto proprietario della banca ereditata dal padre, per chi la gestisce ‘pro domo sua’ (Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano) un usuraio, figlio di usuraio, per gli abitanti del paese, e misterioso per l’enigmatica signorina Anna Rosa (Jane Alexander). Vitangelo comincia ad affrontare le sovrastrutture ideologiche e sociali che l’uomo ha costruito nel passato alla ricerca di una propria identità contro stereotipi, eccessi, cliché.
Si sente un estraneo a se stesso e al contempo questo estraneo si moltiplica in base alle persone che lo giudicano costruendogli addosso una maschera e accelerando la sua irrimediabile crisi d’identità: “Credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà”.
Uno dunque è l’immagine che ognuno ha di se stesso; nessuno è quello che il protagonista sceglie di essere alla fine del romanzo; centomila indica le immagini che gli altri hanno di noi.
E ancora.
Uno perché l’uomo è colui che crede di essere, nessuno perché, dato il continuo cambiamento, non è capace di fissarsi in una forma definita e centomila perché l’uomo non si riconosce in quello che gli altri dicono che sia.
Complesso e impegnativo pure il ruolo degli altri interpreti, anch’essi grotteschi, esasperatamente superficiali a fronte dell’intenso lavorio interno del protagonista alla ricerca di autenticità, contro le ‘maschere’ imposte dalla società, di spiritualità negata. La conclusione cui giunge l’autore è che siamo tutti labili incarnazioni di un Io di facciata; tante le facce quante sono le persone, i momenti con cui interagiamo.
Siamo somma di infinite contraddizioni.
Nell’adattamento diretto da Nicasio Anzelmo, la storia di Vitangelo Moscarda diventa un viaggio fisico e spirituale che attraversa i temi della finzione sociale e dell’ipocrisia per giungere a una storia ancora oggi di grandissima attualità.
“È sorprendente -dice Primo Reggiani intervistato- l’attualità di questo pezzo scritto tanti anni fa… la messa in scena lo rende più comprensibile tramite i maggiori livelli di rappresentazione”
Interessanti anche i commenti degli altri interpreti.
La Valtorta ha sottolineato il valore in termini di comprensione di questa versione inedita che ci ravvicina al romanzo spesso temuto perché troppo verboso.
Fabrizio Bordignon dichiara che la cosa più interessante è che il protagonista rispecchia il personaggio.
Per Enrico Ottaviano, Nicasio Anzelmo -che era già attuale- ha facilitato gli attori nella interpretazione della scrittura di scena.
La Alexander, infine confessa alcune sue difficoltà nell’interpretazione di Pirandello, specie per il ruolo assegnatole di Anna Rosa.
Pirandello definiva “Uno Nessuno Centomila” come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”.
La scoperta del lieve difetto fisico scatena in lui una crisi di identità, un vero e proprio abisso nel quale egli non sa più riconoscere se stesso, non sa più chi sia. Inoltre egli si rende conto di non essere lo stesso Moscarda percepito dagli “altri”: è giunto il momento per lui di scrollarsi di dosso l’immagine che il mondo gli ha affibbiato arbitrariamente, di dare inizio a una vera e propria guerra di “distruzione”: distruggere Gengè amato dalla moglie Dida, distruggere la società bancaria condivisa con Firbo e Quantorzo, affrancarsi da “tutte le rabbie” del mondo (l’eros, la violenza, il denaro) a costo del proprio tracollo.
Comincia con la banca che fa cadere in rovina, continua con il regalare un appartamento a una coppia di derelitti, caduti in miseria per colpa del padre, per liberarsi, così, della maschera di “usuraio”.
Cercando un nuovo stile di vita vuole fare ingresso in una dimensione di assoluta povertà e spiritualità. Lo aiuta in questo percorso di affrancamento la misteriosa Anna Rosa, e il vescovo, Monsignor Partanna, il quale lo convincerà a liberarsi da tutti i suoi averi. Tornato a casa inizia una rinascita lontano da “tutte le rabbie del mondo”. Il romanzo si conclude con Moscarda che dimora in un “ospizio di mendicità”, edificato da lui stesso con il denaro proveniente dalla liquidazione della banca, offerto in beneficenza. La nuova vita di Vitangelo sembra davvero la vita soave di un angelo fino a diventare aria, vento, puro spirito, l’unica dimensione veramente umana, nobile e degna perché libera da interessi materiali e vincoli sociali:
«muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori…» perché “Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.”

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

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