Settembre 8, 2026 23:36

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Writer & Blogger

Teatro a Catania, la strenua difesa di un “Mondo piccolo” nell’irata autobiografia di Santi Consoli

Conduttore, attore e regista, esponente di un’amatorialità che nulla aveva da invidiare al professionismo, nel libro narra vari episodi vissuti nei suoi 77 anni facendo emergere, con il risentimento per esser stato spesso relegato in ultima fila, anche il ritratto d’una Catania teatralmente vivacissima ma che, riflessa in mille specchi deformanti, si dimostra afflitta da una costante perdita della memoria. L’invito a passare “dalla protesta alla proposta”

Negli anni Settanta divoravo i magnifici libri di Giovanni Guareschi senza conoscerne la vicenda umana e immaginavo il creatore di don Camillo e Peppone, morto nel 1968 a sessant’anni, come un buontempone.

Fu un trauma scoprire ciò che aveva scritto sui giornali contro coloro i quali definiva negristi. Il critico Tatti Sanguineti avrebbe poi ipotizzato che il suo non fosse razzismo, ma derivasse piuttosto da una visione ottocentesca del mondo: monarchica, anarchica e colonialista.  Per questo – lui che aveva sempre pagato la coerenza con le proprie idee: aveva perduto la direzione del Bertoldo per aver criticato Mussolini, era rimasto due anni nei campi di concentramento nazisti, e, dopo aver appoggiando De Gasperi, si era fatto un anno di galera per aver pubblicato lettere, risultate false, sul capo della Dc – strillava contro “i giovani d’oggi” d’allora, “generazione spietata e imprevedibile”, cinica e sacrilega.

Un momento della presentazione del libro nella Sala Harpago (Foto Dino Stornello)

Difendeva, Guareschi, il suo Mondo piccolo, un Eden che non prevedeva cambiamenti: tutto doveva rimanere legato al Dio, patria e famiglia (non volle mai riconoscere, nonostante la prova del Dna, il figlio nato fuori dal matrimonio).

La medesima, strenua difesa di un Mondo piccolo ho trovato ne Il mio posto in ultima fila, irata autobiografia di Santi Consoli, settantasettenne catanese noto come conduttore, attore e regista – esponente di un’amatorialità che nulla aveva da invidiare al professionismo -, e con un passato prima da portiere e poi da arbitro di calcio, e da giornalista (suo padre era Giuliano Consoli, gloriosa firma del quotidiano del pomeriggio Espresso Sera).

L’autore narra di sé fin da quando, “rampollo della genia Consoli-Caltabiano, frequentava le elementari nel Convitto Mario Cutelli” ed era già “ponchiolino”, – termine che sotto l’Etna definisce un bimbo destinato all’obesità prossima ventura – in un  godibilissimo racconto in cui si dimostra  capace d’ironia e autoironia nel dipingere i personaggi catanesi del tempo: il fotografo Gianni D’Agata, il calciator-professor-giornalista Salvo Pappalardo, l’attore Mimmo Mignemi, Domenico Tempio, direttore di Antenna Sicilia. E tanti altri come il musicista Uccio Sanacore, Turi Lo Giudice, Carlo Mangiù, Ciccino Sineri, Pippo Fava, allora caporedattore del giornale in cui lavorava Giuliano Consoli, che alla richiesta poter collaborare del giovanotto appena diplomato, avrebbe risposto: “Si mi fai sciarriari ccu to’ patri, ti pigghiu e ti jettu d’u scogghju d’u Club d’a Stampa”.

Quel che emerge dal libro è un ritratto in cui Catania, riflessa in mille specchi deformanti, mostra il suo peggior difetto: la perdita della memoria. Anche su vicende importanti che videro tra i protagonisti Santi Consoli: la compagnia e il Teatro Rosina Anselmi, i Filodrammatici, la Federazione Italiana del Teatro e delle Arti, il Premio Scena. Tutto vero.

Santi Consoli dialoga con Gino Astorina e Elisa Guccione (Foto Dino Stornello)

Il problema è che, a pervadere queste “righe, un po’ strampalate”, come le definisce, è spesso il risentimento per esser stato costretto in quel posto in ultima fila che lo ritrae (di spalle) sulla copertina del libro. Certo, quella posizione gli ha consentito di “vedere e sentire, quasi non notato, tanti e tali di quei commenti…”, ma gli ha prodotto anche l’impulso di cavarsi dalle scarpe non sassolini, ma macigni. Per di più esprimendo indomite certezze tipiche di chi si è convinto di essere un eroe che combatte contro il “chi te lo fa fare” di quegli ambienti teatrali “dove l’ipocrisia, le menzogne, le truffe, i raggiri, i bassi compromessi, i falsi sorrisi, per non parlare delle ruffiane pacche sulle spalle, e le pugnalate alle medesime, sono state da sempre e continuano ad essere l’abecedario del quotidiano”.

Di qui le continue sfuriate contro i giornalai prezzolati (citati una cinquantina di volte) contro “la gloriosa città di Catania che non ha un teatro comunale”, per non parlare del rifiuto dei giovani del rap e dei tatuaggi e dei giudizi tranchant su personaggi come Franco Battiato (“mi annoia da morire”) e Carmen Consoli (“è stonata o meglio atonale alle mie orecchie”).

Un’altra immagine della presentazione del libro (Foto Dino Stornello)

Personalmente, da uomo di dubbi che vive in un’Italia lampante esempio di come la verità possa avere mille sfaccettature, rifuggo dalle convinzioni assolute di tipo guareschiano, con l’elogio di “bei tempi andati” che forse così belli non erano. Ma immagino anche quanto possa essere amaro, a quasi ottant’anni, dover tirare le somme della propria esistenza e rendersi conto di non aver ricevuto dalla vita quanto meritato.

D’esser spesso stato costretto a tornare in ultima fila.

Un solo consiglio, per Santi Consoli: diamo per buona la prima, ma prepari un altro libro che gli consenta di passare “dalla protesta alla proposta”, ché l’urlo è figlio dei tempi attuali, non del Mondo piccolo.

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