Un libro, per tanti versi, di storia familiare, con un titolo accattivante, che ti trasporta in un tempo lontano in cui le donne tessevano e ricamavano il loro corredo ma contemporaneamente affrontavano con forza e coraggio situazioni familiari e drammi sociali e reagivano alle avversità con una grande dignità.
Un libro che racconta storie di donne vissute tra Malta, Riposto, Catania, Napoli in un periodo, dal 1830 al 1951, di grandi sconvolgimenti storici che incidono fortemente sulle loro vite. “Storie di trine e di filet” (Gruppo Albatros, 2025) di Rosaria Zammataro è un romanzo ambientato, per gran parte, in Sicilia che intreccia saga familiare e memoria storica attraverso la narrazione delle vite di cinque donne, di cui una sola conosciuta dall’autrice; con uno stile secco, senza mai cadere nel sentimentalismo, l’autrice racconta i loro amori, i loro sogni e la loro capacità di resilienza di fronte ai cambiamenti storici.
Attraverso la narrazione di una madre che tramanda la memoria delle antenate, il libro racconta la “grande storia” – la fine del Regno delle Due Sicilie, la costituzione dell’Unità d’Italia, la Grande guerra, il Fascismo, la Seconda guerra mondiale – utilizzando la lente della quotidianità e del privato. Il ricamo (trine e filet) che all’inizio unisce queste donne diventa metafora del riannodare i fili delle vicende personali e della storia siciliana e napoletana tra Ottocento e Novecento.
Pur non essendo un romanzo storico, “Storie di trine e di filet” è un racconto che celebra le figure femminili, intrecciando le storie personali con gli eventi storici che hanno segnato il territorio e contrassegnato le loro vite. E il racconto esce dalle stanze di famiglia e diventa storia collettiva di dolore, di fallimenti, di amore e di resistenza. Trasferimenti sconvolgenti, partenze per terre lontane e anche tragici lutti – come la morte prematura di Giuseppe, marito di Maria – vengono vissuti con grande dignità. La forza dell’amore, il senso di appartenenza, la fratellanza e la sorellanza, il rigore morale, alcune volte in maniera più o meno evidente, altre in maniera sottesa, affiorano in tutte le storie e ti aprono i ricordi e ti tornano in mente storie da tempo dimenticate. Quando l’emigrazione entra nella casa di Nina e la prima a partire con il marito Carmelo Castorina è la primogenita Agata, “il braccio destro di Nina, la figlia del cuore sempre disponibile e affabile”, pensi immediatamente a quei parenti lontani di cui parlava tua nonna che erano emigrati in America e non erano mai più tornati in Sicilia; quando Gemma racconta che pur essendo ritornata a malincuore da Napoli a Catania trova una città vivace, illuminata, a cui si affeziona, pensi subito alla Catania di De Felice, alla città dei primi anni del Novecento, descritta come la Milano del Sud, ai palazzi e ai lussuosi negozi di Via Etnea, al Teatro Massimo Bellini, ai luoghi culturali, allo sviluppo urbano e sociale che coinvolge anche gli strati sociali meno ricchi, che per De Felice sono soprattutto le fasce urbane, operaie e piccolo borghesi; quando Gemma parla dei suoi monili d’oro che era stata costretta a consegnare durante il periodo fascista, perché Mussolini lo aveva imposto, ripensi a tua nonna che raccontava di essere stata costretta a consegnare la collana che teneva al collo e persino il suo anello di fidanzamento. Le era rimasta solo una collana di coralli rossi siciliani che conservava con cura e che usava in occasione delle feste.
E quando si impone un cambiamento di vita con sconvolgenti trasferimenti in Argentina, a Napoli, e poi durante la Seconda guerra mondiale da Catania a Riposto risalta la forza dell’affetto e dell’amore che lega i protagonisti della storia. E tra le righe affiorano i ricordi tramandati dalle zie che raccontavano di intere famiglie che durante la guerra si erano trasferite in campagna per sfuggire ai bombardamenti e che, mentre le donne anziane non erano riuscite ad adattarsi, quelle più giovani si erano tanto divertite andando a cavallo e scorrazzando tra i campi.
Nel romanzo assieme all’amore, che traspare con sobrietà, senza gesti plateali – la cura delle nonne, la fedeltà coniugale, l’amore incondizionato, il legame tra i fratelli che sopravvive alla lontananza – un altro elemento è l’accettazione, che non è passiva rassegnazione, ma sobria virtù e composta condivisione dei problemi.
Anche nei momenti di grande sconforto non c’è mai la disperazione congiunta all’ineluttabilità: c’è invece la consapevolezza della necessità di prendere in mano la propria vita e quella dei familiari, c’è la forza di chi si impegna a controllarsi per curare le ferite degli altri (Maria che pensa ai figli, Candida a Napoli accarezza o pulisce gli occhi ai bambini poveri). Se l’amore, come la stessa autrice dichiara nell’ultima pagina, è il fil rouge che lega tutte le storie, è da sottolineare che amore e condivisione vengono declinati in vari modi: amore per affrontare la difficile quotidianità con i suoi gravami; amore nel rispettare le tradizioni e nel rievocare ricordi e usanze ma anche nell’accettare i cambiamenti e la decisione della giovane Rita di impegnarsi nello studio. Quel mondo fatto di trine e di filet non basta più a Rita che vuole circondarsi di libri e di cultura. Rita non ha fretta di trovar marito o di completare il corredo; non vuole un matrimonio combinato, vuole aprirsi al mondo e ragionare con la propria testa, vuole scegliere e vuole inseguire il proprio sogno di diventare insegnante . “Rita, sottolineava la mamma, era una donna colta che amava studiare, sapeva parlare e scrivere bene e si dedicava all’insegnamento con passione e trasporto”. E quando in Italia la collana editoriale “La Medusa” della Mondadori ebbe grande successo, grazie al fatto che in essa vi scrivevano Pavese, Vittorini, Prampolini, Montale, per Rita “rappresentò una ghiotta occasione culturale per realizzare a casa una biblioteca, di cui usufruivano anche amici, colleghi…. Era un’opportunità per chi non aveva a disposizione tanti libri”.
I libri creavano occasioni d’incontro, di conversazioni stimolanti, di dibattiti e preparavano le donne a condurre le loro battaglie per la parità.

