Spettacoli

Storie di mare e di pescatori: N’gnanzoù al “Brancati”

Storie di mare e di pescatori: N’gnanzoù al “Brancati” di e con Vincenzo Pirrotta e con Nancy Lombardo, Mario Polidoro. Musiche di Mario Polidoro. Produzione Artelè.
La pièce di Vincenzo Pirrotta – allievo di Mimmo Chuticchio che dal 1996 conduce una ricerca sulle tradizioni popolari fra pratiche arcaiche e teatro di sperimentazione – è una sorta di full immersion nella sicilianità arricchita dalle influenze greche e arabe che ha caratterizzato nel tempo lingua e costumi della popolazione dell’isola e, in particolare, il mondo dei pescatori della fascia costiera occidentale tra Palermo Trapani e Mazara comprendendo anche Favignana e la piccola Mozia: la Sicilia delle tonnare.
N’gnanzoù è la parola onomatopeica dei pescatori siciliani durante il ritiro delle reti dalla ‘camera della morte’ degli ignari tonni lì forzatamente indirizzati.
In tale contesto si alza come un gigante con le sue storie di mare, recuperate con una puntuale ricerca, attraverso il ‘cunto’, il protagonista e regista Vincenzo Pirrotta affiancato da Nancy Lombardo e Mario Spolidoro (autore anche delle musiche), che narra, la vita di una comunità di pescatori siciliani, specie dei tonnaroti e dei ‘raisi’. Il tutto è ispirato dall’interesse verso quell’antica e affascinante narrazione orale che è il “cunto” siciliano e che prende corpo attraverso “il rais Mommo Solina, l’ultimo grande rais, cui è dedicato lo spettacolo”. Il dialogo si svolge tra il rais e il muciarotu il capo pesca dei tonnaroti che governa l’imbarcazione al centro del quadrato della Camera della Morte. Attorno si alternano le ‘cialome’, i canti dei pescatori.
Straordinariamente Pirrotta riesce, da solo, a interpretare tutti e 40 i tonnaroti che compongono la ciurma della ‘mattanza’; Tutto avviene grazie all’uso della voce, della diatonalità, che trasforma una giornata di lavoro in mito.
La pièce è infatti una rielaborazione di una ricerca condotta da Vincenzo Pirrotta anni fa quando passò alcuni mesi tra i tonnaroti e i ‘raisi’ di Favignana e di Trapani.
Il ‘cunto’ siciliano si basa su un flusso di parole, gestualità, mimica e voce che risale al passato; è un’antica arte orale di narrazione, tramandata di generazione in generazione, che si concentra soprattutto su storie epico-cavalleresche e può risalire anche alla tradizione rapsodica della Grecia arcaica. Ateneo fa affermare a Cameleonte Pontico: “L’invenzione della musica fu escogitata dagli antichi prendendo esempio dagli uccelli che cantano nei luoghi solitari.”. E ancora Aristotele:
«Per quanto riguarda poi la grandiosità: da racconti brevi a da uno stile ridicolo – per il fatto che la trasformazione avvenne dal satiresco – più tardi divenne seria e anche il metro da tetrametro [trocaico] divenne giambo. Infatti dapprima adoperavano il tetrametro perché la composizione era satiresca e più ballabile; ma poi, sopravvenendo il parlato, la stessa natura trovò il metro a quello più adatto: il giambo infatti è più discorsivo e una prova di questo sta nel fatto che parlando noi pronunciamo, nella conversazione, più giambi, raramente esametri e interrompendo il ritmo discorsivo»( Aristotele, Poetica)
Questa forma “poetica” si è poi evoluta, in Sicilia, per narrare anche altre storie di vita vissuta e così, attraverso la trasmissione orale, preservare la memoria storica e le tradizioni dell’isola.
Secondo Giuseppe Pitrè, Vincenzo Linares, Salomone Marino ed altri, l’arte del ‘cunto’, legandosi anche all’opera dei pupi nasce e si sviluppa in Sicilia nel primo trentennio dell’Ottocento, per arrivare fino ai nostri giorni.
Il cuntista, da non confondere con il cantastorie, alterna voce, parola, canto con un ritmo che vuole seguire sentimenti e stati d’animo, spesso in un crescendo che si conclude con lo spezzare della parola.
Il “rito declamatorio” con il suo flusso ininterrotto di parole, alterna dunque voce e respiro. cogliendo la relazione tra le varie fasi narrative, il volume, il tono e il ritmo più adatto: una recitazione più sincopata, spezzata e scandita dal battito del piede che sembra richiamarsi alla partitura musicale e coreografica dei cori teatrali dell’Atene del V sec. a.C.
La sostanza di questo spettacolo, che ha debuttato a Roma nel 1999 ed ha girato il mondo, ci viene ben spiegato dallo stesso Pirrotta nell’ intervista che ha voluto concederci in cui spiega come la pièce inglobi altri racconti: ad esempio la sua stessa infanzia o le storie di Giufà.
Il centro è però il rapporto tra rais e muciaro che si inserisce in un momento preciso della vita della comunità e nella ritualità della ‘mattanza’, utilizzando la diatonalità, e trasmettendo forti emozioni.
Nella continuità tra mondo greco e tradizione ‘cuntista’ siciliana, magnificamente interpretata da Pirrotta, il racconto così diventa mito ancestrale e rituale, metafora di comunità, sacrificio e resistenza; non semplice riproposizione folklorica, ma ricerca viva delle radici: storie di mare, di sole e di luci mediterranee tra miti e realtà.

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

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