da La casa dai mattoni rossi, F. Catalano, P. Travagliante (edd.), Algra Editore, Catania 2026
Il mondo delle donne, si sa, è pieno di incognite: la loro testa, il cervello che vi abita, producono impressioni che sfuggono alla logica del mondo abitato dall’altro genere: il sesso maschile. Il perché ce lo dicono con maggiore precisione, oggi, le neuroscienze, che segnalano la complessità dei processi mentali.
Garbo e rispetto, gioia e speranza, consapevolezza e amore: in queste diadi potrebbe sintetizzarsi il nucleo primario e sostanziale del libro, definito dalle curatrici, Francesca Catalano e Pina Travagliante, un contemporaneo Decamerone, oggetto finale di queste nostre riflessioni. La casa dai mattoni rossi è una ‘finzione’ specialissima, alcune ospiti raccontano di sé, altre, di altre, altre fingono di raccontare altre, ma parlano di sé, oppure, usano la circostanza per tirar fuori emozioni che si legano trasversalmente alla condizione presente, insomma, un intrigo di rappresentazioni in cui ciascuna mette liberamente, e responsabilmente, se stessa, con nome, cognome, e ‘dintorni’.
Si diceva, del mondo delle donne, della sua particolare realtà, percepita e vissuta. Come pensano le donne, che caratteristiche cerebrali presentano? Perché troviamo tanto vigore nei racconti e nelle loro ricomposizioni esistenziali. Già, perché, nonostante tutti gli sforzi di una bizzarra e generalizzata cancel culture (letteralmente, “cultura della cancellazione”), la diversità fra i due sessi non è solo frutto di educazione e di cultura, bensì, proprio di strutturazione biologica, di disposizione mentale.
Il cervello femminile si distingue per una maggiore interconnessione tra gli emisferi (grazie a un corpo calloso più sviluppato) e una gestione delle informazioni più emotiva e integrata rispetto a quello maschile. È caratterizzato da una densità neuronale superiore nelle aree del linguaggio, della memoria e delle emozioni, con una spiccata capacità di elaborazione simultanea di stimoli verbali ed emotivi. Queste differenze strutturali, spesso paragonate a una gestione “a gomitolo” (interconnessa) rispetto a quella “a cassetti” maschile, non implicano differenze nel quoziente intellettivo, ma una diversa modalità di approccio alla realtà.
Nonostante gli ultimi studi abbiano rilevato solo piccole differenze strutturali nel cervello dei due sessi, di contro, si sono dimostrati effetti sulla salute e sull’invecchiamento, sul pensiero e la sua articolazione. Le neuroscienze contemporanee (A.M.Rossi, Linguaggio mistico e soggetto femminile, 2022) stanno abbattendo il paradigma binario, rivelando un quadro molto più complesso e sfumato. Forse, per una tendenza a evitare ‘caselle’, e a prediligere la ‘fluidità’, gli scienziati ci dicono che non esiste un cervello esattamente maschile o femminile, ma un insieme variegato di caratteristiche che possono coesistere nello stesso individuo in un vero e proprio “mosaico cerebrale”. Le differenze cerebrali vanno considerate nella loro complessità, senza binarismi semplicistici. Una chiave per comprendere questa complessità è la plasticità cerebrale, ovvero la capacità del cervello di modificarsi in risposta a esperienze e stimoli ambientali. Per esempio, la comunicazione tra donne si nutre nel confronto di racconti di vita, piuttosto che di scontro tra idee, come avviene per gli uomini. È la cosiddetta “amicizia narrativa”: la donna elabora il pensiero in piccoli gruppi femminili, in scambio amicale, costruisce un ‘pensiero collaborativo’, e anche se la competizione femminile può essere forte quanto quella maschile, nel confronto colloquiale, le donne ‘si costruiscono’, le idee migrano, il pensiero si trasferisce dall’una all’altra, laddove, nel rapporto maschile, è il dibattito a prevalere. Persino l’ascolto femminile produce un rimbalzo reciproco. Le ricerche della neuroscienziata Daphna Joel (The Complex Relationships between Sex and the Brain, 2019), rilanciate in Italia da Martina Ardizzi (L’algoritmo bipede, 2025), mostrano questo mosaico cerebrale come combinazioni di tratti che si modellano con l’esperienza. Non è solo teoria: cambiano scuola, clinica e narrazioni sociali, che superano stereotipi tradizionali e leggono le differenze nella loro complessità. Eppure, il cervello femminile presenta peculiarità strutturali e funzionali influenzate dagli ormoni, con aree più estese dedicate a emozioni, memoria e linguaggio; esso è caratterizzato da una maggiore connettività tra gli emisferi, agilità verbale e capacità di decifrare emozioni.
Tutto questo, in modo esemplare, emerge dai fatti narrati dalle donne riunite nella Casa dai mattoni rossi. C’è una luce speciale dietro le storie che si leggono, è la luce dei mille colori delle donne che (si) raccontano: sono le luci senza ombre, luci dell’umore: umore non contenuto, non mortificato, ma espresso, evidente. Come evidenti sono i cicli naturali, biologici, della vita di ogni donna, eventi di dominio pubblico: menarca, maternità, allattamento, menopausa. Tutti sanno, tutti conoscono, e spesso giudicano. Sarà forse per questo che le donne, tutte, anche le più introverse, trovano sempre il modo di esternare. E scrivere, anche di sé, è uno di quei modi possibili. Nella prefazione al volume si legge che le abitanti della Casa indossano una maschera, come tutta l’umanità è abituata a fare, più o meno consapevolmente, ciascuno la propria, come simbolo di ruoli e comportamenti, per adattarsi, per proteggersi, determinando quella “frantumazione dell’io”, impossibile da ricomporre, di cui scrive Pirandello. Eh sì, perché la maschera non è infingimento, o camuffamento, bensì, terapeuticamente, protezione; serve a distinguere gli atteggiamenti tenuti nelle diverse situazioni della vita; in realtà ognuna di esse non maschera nulla, ma permette di mostrare un lato della propria personalità, quello che serve in una, o in altra situazione, bisogna inventare, travestirsi nuovamente, per non fuggire, per essere, per restare vitali e salde.
Sì, perché serve proteggere la parte più esposta, fragile, di quel momento, quella che emerge quando lasci troppo scoperto il volto, quando cadono le coperture e perdi le certezze: il padre, la madre, il lavoro, il fidanzato, il capo, la sorella, l’amore, la famiglia, la terra amata, il luogo natio, il paese d’elezione. É allora che l’esperienza di vita non basta più, serve conforto, carezza, cura, serve altro, una via nuova che dia carica, sia leva di cambiamento. E la Casa, questa immaginifica casa rossa, è luogo in cui, forti della solidarietà, le compagne si sentono vive, vitali, autentiche, piene di sé, e utili, le une alle altre.
C’è un momento nel percorso del dolore e della malattia, quando il peggio sembra passato, eppure, qualcosa dentro rallenta, un passaggio quieto, che dall’esterno può apparire invisibile. Ma chi lo attraversa lo riconosce, non è più la paura della diagnosi, ma un sentire più sottile, che si deposita nel tempo: un’ombra che accompagna le giornate, una stanchezza che non appartiene al corpo, una tristezza anonima che resta anche quando tutto sembra rimettersi a posto: come se la fatica di quel ‘dopo’, del perdurante dolore, non fosse legittima. Succede quando lo sguardo si sposta su ciò che viene dopo, quando tutti, anche i più vicini, si aspettano che, finito il tempo della malattia, dell’acme della sofferenza fisica, delle terapie, dei cambiamenti drastici, ritorni la normalità. Invece, quella normalità è scomparsa, e con fatica e solitudine si cerca di costruirne una nuova, di normalità, un andamento che sappia di ripetitività salutare, di non-ansia, di blocco del timore degli ‘agguati’. E poi, il riconoscersi, ritrovarsi uguale a quella con cui si è vissute fino a quel momento: no, quella persona proprio non c’è più. Però, è nata una nuova resistenza, in misura large, quella che non si esaurisce ai primi sforzi. È bello sapere, è generoso dirlo, che sofferenza e gioia, dolore e amore sono doni della vita, capaci di ‘resettare’ negli umani (forse anche negli altri viventi) meccanismi scomposti durante la caduta.
Vanno ringraziate queste voci femminili, dal tono suadente pur nell’affanno, che sanno infondere, nonostante il buio che le ha attraversate, voglia di vivere.
Antonia Criscenti
Ordinaria di Storia sociale dell’educazione dell’Università di Catania

