Aprile 19, 2026 17:20

Silvana Raffaele

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Sala Futura: in scena “L’amica delle mogli” di Luigi Pirandello

Nella Sala Futura del Teatro Stabile di Catania è in scena “L’amica delle mogli” di Luigi Pirandello, con riduzione teatrale di Gianni Garrera
e la regia di Nicola Alberto Orofino. Lo spettacolo, nuova produzione del TSC, è interpretato da Gianmarco Arcadipane (Fausto Viani), Giorgia Boscarino (Elena), Giovanni Carta (Francesco Venzi), Lydia Giordano (Anna) e Carmen Panarello (Marta). Le scene e i costumi sono di Vincenzo La Mendola, luci di Gaetano La Mela.
Nella produzione di Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936) convivono romanzi, novelle, commedie, poesie. L’amica delle mogli è stata infatti una novella prima ancora che una commedia, pubblicata nel 1894 nella raccolta Amori senza amore (Roma, stabilimento Bontempelli editore) non compresa fra la Novelle per un anno, o per meglio dire relegata in appendice.
Fu messa in scena il 28 aprile 1926 al Teatro Argentina di Roma da parte della Compagnia del Teatro d’Arte, protagonista Marta Abba.
Il titolo del lavoro è L’amica delle mogli, con sottotitolo “commedia” in tre atti. In realtà il termine commedia è inappropriato, visto che sentimenti forti e non ilari percorrono tutto il lavoro, che poi si conclude con una morte naturale e un omicidio
La scena è dominata sin dall’inizio dalla bella elegante e sinuosa Marta che si aggira entro le mura di un borghese salotto romano arredato secondo gli ultimi dettamidella moda
È una donna sola, Marta, chiusa, lontana da ogni civetteria. Un forte ritegno e una certa impassibilità hanno allontanato dal lei ogni ipotetico corteggiatore incontrato nell’esclusiva casa del padre senatore Pio Tolosani, relegandola al ruolo di nubile e ‘amica delle mogli’ per realizzare al meglio i ménage familiare delle sue amiche e il loro ‘nido’ d’amore
Non sono esclusi i mariti più o meno consapevoli di amare Marte, ma costretti dal tempo che incalza a prender moglie.
Partendo da tale contesto, Pirandello introduce una protagonista dalle funzioni metateatrali, regista delle vite degli altri personaggi: Pia nella novella, Marta nella commedia.
In breve tempo, però. Marta diventa oggetto di trame ed equivoci che ruotano intorno al sentimento dell’odio tra le donne che se ne contendono l’amicizia esclusiva e degli uomini che si fanno forti di un amore vissuto e ancora vivo ma non concretizzato.
Marta rimane per tutti gli uomini che ha incontrato un desiderio irrealizzabile, un’ossessione.
Il signor Venzi, rinunciando a Marta, aveva sposato Anna, considerata sciocchina «senza veruna pratica della vita, né modi, né garbo». Il signor Viani, aveva scelto Elena. Egli vedeva quasi in ogni oggetto il consiglio, il gusto, la previ­denza di lei… S’era messa al posto della sposa lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi, a cui un uomo, per quanto innamorato, non avrebbe potuto pen­sare.
La tecnica della solitaria Marta sembra funzionare: tutti i mariti non riescono a non pensarla.
Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciati sfuggire! E ciò appunto ella vuol dimostrarci, prendendosi tanta cura delle nostre mogli! E questa è la sua vendetta! Liberati da lei, da’ ascolto a me! Liberati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, senza fallo… già lo vedo… come me, guarda! come me…
L’amica delle mogli è, in un certo senso, il comune denominatore dei sentimenti degli altri personaggi: i mariti innamorati di lei, le mogli in qualche modo succubi del suo fascino.
Tutti sembrano condannati agli «amori senza amore», come recita il titolo della raccolta di novelle dell’autore.
Il testo teatrale, tuttavia, ha un finale cupo, tenebroso e tragico. Elena, la moglie di Viani, si ammala gravemente e muore; Venzi impazzisce di gelosia cieca e incontrollabile, pensando che il rivale, vedovo, potrà sposare Marta e lo uccide: «A me è bastato accorgermi che lei l’amava. […] Quello che a me importa è che lei, dopo questo, non sarà più di nessuno.
Il dramma si chiude con il grido di Marta che sottolinea il suo ineluttabile destino: «…Lasciatemi sola! voglio restar sola! – Sola, – sola, – sola!».
«Ma perché – si domanda il regista Orofino- Marta fa tutto questo? Non sarà forse uno studiatissimo tentativo di vendetta sugli uomini che non l’hanno scelta?».
Per il suo carattere riservato e alieno dalle civetterie, per attrarre gli uomini, non si è mai sposata e ha preferito invece essere il nume tutelare delle sue amiche. Ella crede che il suo comportamento possa essere generoso e non si rende conto che così sottilmente soddisfa invece la sua volontà di predominio sulla vita degli altri. In ogni caso rimane impressa nella mente dello spettatore l’immagine di questa donna libera, emancipata… modernissima da poter inserire opportunamente, ad un secolo di distanza, nell’attuale dibattito sulla “dicotomia maschile /femminile”.

Foto di Antonio Parrinello

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