Non sempre la violenza nasce dall’odio dichiarato. A volte germoglia silenziosa, alimentata dal confronto sociale, dall’invidia, dal senso di esclusione. “Radio Killers”, scritto da Valeria La Bua e diretto dalla stessa La Bua insieme a Davide A. Toscano, esplora proprio questa zona d’ombra dell’animo umano, ed è andato in scena al Piccolo Teatro della Città di Catania nell’ambito del cartellone Nuovoteatro.
Interpretato da Gianmarco Arcadipane e Marta Cirello, lo spettacolo offre una riflessione inquietante sulle dinamiche che possono spingere persone comuni a compiere atti estremi. Non mostri eccezionali, ma individui ordinari attraversati da frustrazione, risentimento e desiderio di rivalsa.
Prodotto da Associazione Città Teatro in collaborazione con Bottega del Pane – Teras Teatro, con scene di Mariella Beltempo e Rosalba Cannella, lo spettacolo si articola in tre quadri autonomi ma interconnessi, tutti attraversati dal filo rosso dell’invidia sociale.
Nel primo quadro emerge la frustrazione di chi percepisce la propria condizione come marginale: figure sottopagate e socialmente svalutate riversano rancore su chi è percepito come “altro”, immigrato o diverso, individuato come ostacolo alla propria affermazione.
Il secondo quadro mostra un’invidia più sottile: l’invidia della felicità. Ispirandosi a un noto caso di cronaca nera, la drammaturgia utilizza dialoghi in siciliano, rendendo la vicenda disturbantemente vicina allo spettatore. I protagonisti potrebbero essere chiunque. La soglia del male appare sottile: basta poco perché il risentimento verso la gioia altrui — verso chi vive “al piano di sopra”, tra feste e schiamazzi in una casa con giardino — si trasformi in gesto irreparabile.
Il terzo quadro introduce la cosiddetta “sindrome di Procuste”: il bisogno di “tagliare” chi emerge, chi ha talento o successo. L’aggressione a un cantante affermato — colpito da un uomo che nutre rancore anche per un incidente passato che ha reso disabile il figlio — diventa atto di punizione e tentativo simbolico di distruggere ciò che brilla.
In sintesi, “Radio Killers” mette in scena crimini e forme di odio che nascono dal confronto sociale e dal desiderio di livellare verso il basso chi si distingue, abbattendo chi emerge per ristabilire un’illusoria equità.
Arcadipane e Cirello offrono interpretazioni credibili e intense, restituendo l’ambiguità morale dei personaggi senza indulgere nella caricatura. La violenza non è spettacolarizzata: è suggerita, insinuata, resa ancora più inquietante dalla sua plausibilità.
“Radio Killers” solleva una domanda scomoda: quanto è fragile la linea che separa frustrazione e ferocia? Ed è forse proprio questa inquietudine, trasmessa allo spettatore, il risultato più riuscito dello spettacolo.
