Marzo 15, 2026 15:12

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Writer & Blogger

R.U.R., un emozionante percorso sulle montagne russe dell’evoluzione umana

Nel magistrale spettacolo proposto dallo Stabile di Catania sul profetico lavoro di Karel Čapek, la regista Cinzia Maccagnano riesce a far apprezzare agli spettatori i molteplici aromi della distopia. Ma anche del sentimento umano, incarnato dalla figlia del produttore dei robot che diventa paladina di questi ultimi. Gli incredibili interventi firmati dal lighting designer Gaetano La Mela, la sorprendente scenografia di Andrea Taddei, in cui l’analogico si fa digitale e viceversa, i bei costumi e infine gli attori, cuore palpitante dello spettacolo.

Proiettarsi di cent’anni e più indietro nel tempo, alle radici della profezia distopica, per comprendere che può sì esistere un’IA, ma non un’Anima artificiale.

Un esaltante percorso sulle montagne russe dell’evoluzione umana quello costruito da Cinzia Maccagnano per R.U.R., spettacolo proposto dallo Stabile di Catania in quella che, probabilmente non a caso, si chiama Sala Futura.

Sul palcoscenico, scienza e fantascienza vengono ancora una volta superate da una delle più antiche magie: quella del teatro, risucchiando lo spettatore in un gorgo di suggestioni che lo costringono a guardarsi nello specchio dell’oggi.

Il teatro, già, anche se la regista strizza un po’ l’occhio al cinema. Se R.U.R. è infatti l’acronimo di Rossumovi univerzální roboti (Rossum’s Universal Robots, se lo preferite in inglese), profetico lavoro di Karel Čapek che debuttò nel Teatro nazionale di Praga il 25 gennaio del 1921, il carattere tipografico di quell’insieme di iniziali, proiettate sulla scena prima dell’inizio dello spettacolo, rimanda a uno stupefacente film che, cinque anni dopo, avrebbe stupito il mondo: Metropolis.

Proprio al testo di Čapek, Fritz Lang si era ispirato preconizzando la nascita dopo un secolo, nell’anno 2026 della Nuova Babele: altissimi grattacieli collegati da ponti sospesi e paradiso dei ricchi. Gli altri, i condannati al lavoro pesante, forzato – robota, si chiama, in ceco – erano i poveri, locali o giunti da terre lontane, seppelliti nel buio delle fabbriche sotterranee.

Ma questo R.U.R. che Cinzia Maccagnano ha tratto da un testo adattato da Ottavio Cappellani, puzza anche di sorveglianza di massa e – tra tecnologia, neolingue e new media – di manipolazione della realtà. Cattivi odori che si sarebbero evidenziati, in Letteratura, soltanto alla fine degli anni Quaranta del Novecento, con il 1984 di George Orwell.

Magistrale è, comunque, la maniera con cui la regista riesce a far arricciare il naso agli spettatori, sollecitati da tutti questi profumi – ci sono anche quelli esaltanti della figlia del produttore dei robot che diventa paladina di questi ultimi – nel narrare dell’Isola in cui si fabbricano umanoidi grazie a “una sintesi chimica di materia vivente”.

E magistrali sono gli incredibili interventi, che mescolano, grazie anche al videomapping, luce e animazioni, attraverso un innovativo uso del videoproiettore anche come corpo illuminante, firmati dal lighting designer Gaetano La Mela.

La scenografia di Andrea Taddei, poi, è una sorta di rappresentazione materiale dell’immateriale: il paradosso dell’analogico che si fa digitale e viceversa, tra icone e finestre da schermo che si aprono per far saltar fuori questo o quel personaggio. Appropriati i bei costumi di Dora Argento ed efficacissime le musiche scelte dalla regista per commentare i passaggi strategici della narrazione, fino al coinvolgente finale.

Ma il cuore palpitante dello spettacolo sono gli attori: Agostino Zumbo, con le mille sfaccettature che è capace di mostrare nell’interpretare Domin, direttore di produzione della fabbrica di automi, convinto che questi, come lavoratori, siano “di gran lunga migliori degli esseri umani!”.  

E la brillante Evelyn Famà, che, nei panni di Helena, figlia del proprietario dell’azienda obietta, “Ma l’uomo è una creazione di Dio!”, riceverà da Domin una risposta netta: “Sicuramente la peggiore: Dio non aveva alcuna competenza di tecnologia moderna”.

Ma che la tecnologia è fallace Helena lo scoprirà al primo Glitch, ossia il malfunzionamento, che coglie Silla (Marina La Placa), segretaria “automatica” di Domin, quando le vien chiesto se non abbia paura di morire: “Non posso rispondere a questa domanda, Signorina. Ne formuli un’altra”.

Al centro di tutto c’è l’enigma sui robot, che è anche quello sull’Uomo: quando Helena auspica che gli automi siano “trattati come persone vere” , Busman (interpretato dalla poliedrica Rita Fuoco Salonia), uno degli ingegneri della fabbrica, risponde: “Ah. E forse dovrebbero anche votare, no?”.

Poi, la fine di tutto: “Noi, l’Unione dei Robot Universali di Rossum, dichiariamo l’uomo nostro nemico e lo esiliamo dal mondo e dall’universo intero”.

Ma è davvero la fine se Alquist (Franco Mirabella), ex ingegnere e ora giardiniere, può gridare al mondo che “la vita non morirà mai”?

Una nota a margine: è davvero un peccato che uno spettacolo così potente abbia un numero di repliche tanto limitato.

Le foto sono di Antonio Parrinello

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