Quartett di Heiner al Piccolo: una cruda analisi

E’ in scena al piccolo Teatro della Città, “Quartett” di Heiner Müller liberamente tratto da “Les liasons dangereuses” di Pierre Shoderlos de Laclos. Traduzione di Saverio Vertone; con Viola Graziosi e Maximilian Nisi. Regia Maximilian Nisi. Musiche originali di Stefano De Meo, scene e costumi di Vincenzo La Mendola, produzione Teatro della Città.
Quando nel 1782 Pierre Shoderlos de Laclos diede alle stampe” Le relazioni pericolose” voleva fare un quadro della decadenza morale dell’aristocrazia francese alle soglie della rivoluzione. Nelle intenzioni il romanzo epistolare intendeva essere un atto di accusa, una critica amara attraverso le lettere che si scambiano due libertini: la Marchesa di Merteuil e il Visconte di Valmont. Tramite intrighi, inganni e seduzioni, per il loro puro piacere, i due protagonisti fanno a gara, per condurre alla perdizione la giovane collegiale Cécile de Volanges e la virtuosa Presidentessa de Tourvel, sposa fedele, con conseguenze tragiche per tutti.
Tra le molte versioni, forse la più cruda e feroce è “Quartett” di Heiner Müller (1929-95), definito il “massimo esponente del teatro vivente” dopo Samuel Beckett il più importante drammaturgo tedesco del XX Secolo assieme a Bertold Brecht, anche se i suoi scritti vennero spesso censurati o proibiti nella Germania postbellica forse perché Müller era cresciuto e si era formato nella Germania orientale.
Il titolo “Quartett” si spiega perché i due protagonisti si scambiano il ruolo (ora carnefice ora vittima), perdono e ritrovano la propria identità e impersonano a turno le loro vittime attraverso gli indovinati costumi di Vincenzo La Mendola.
Un ‘diabolico’ ritorno di fiamma tra i due ex amanti, sempre il visconte Valmont e la marchesa di Merteuil, porta i due protagonisti prevaricatori (Maximilian Nisi e Viola Graziosi) a rinfacciarsi cinicamente le loro passate bassezze; rinverdendo le intriganti performances erotiche ordiscono ragnatele sessuali ai danni di terzi: una competizione distruttiva fra due crudeli sopraffattori. È un esercizio di cattiveria erotica che arriva agli estremi attraverso una mimica adeguata al soggetto. La seduzione così scivola verso la libidine e la lussuria, giungendo alla masturbazione, all’onanismo e alla coprofilia. Il tutto entro uno spazio limitato e al di fuori del tempo ritmato soltanto da un orologio e dalla musica originale di Stefano De Meo. È la magia creata dalla regia del medesimo Maximilian Nisi e dalla toccante interpretazione della Graziosi che recita con la mente e con il corpo insieme al suo coprotagonista riproponendo un indovinato gioco di ruolo che riguarda se stessi e le loro ‘vittime’. Nessuno cerca l’amore che viene usato come strumento per un dominio ottenuto con sarcasmo e crudeltà; nessuno vuole la comunicazione: resta solo il desiderio di distruzione che coinvolge carnefici e vittime, sull’orlo dell’abisso (Merteuil Adesso siamo solo morte, amore mio). Ma la comunicazione con il pubblico per Viola Graziosi – lo dice nell’intervista rilasciata al nostro giornale- vuole essere significativa perché tocca tutte le problematiche sociali, specie della coppia Questo testo, continua è un grande laboratorio, è molto rappresentativo per analizzare il binomio ‘sopraffazione /sottomissione’, perché sulla scena tutto è un gioco e come tale innocuo. Lo spettacolo vuole riproporre inoltre ciò che si sta perdendo: la curiosità verso l’altro, il desiderio di incontrarsi, la volontà di incarnare, come si sperava negli anni ’80, il potere senza sopraffazione.
Cinico, drammatico, potente è per Nisi, anche lui da noi intervistato, questo copione letto negli anni ’90; rileggendolo ora lo trova sempre molto bello…ma un po’ superato perché negli anni ’80 raccontava della necessità della donna di conquistare un proprio spazio, in questi cinquant’anni lo spazio se l’è preso e in tutti i campi. Anche questo viene rappresentato dallo scambio di vestiti e di personaggi: è lo scambio dei ruoli. Si entra negli scompensi personali e di coppia. Si ripercorre, sottolinea il regista/coprotagonista, la storia dell’uomo e della donna. È anche uno spettacolo degli specchi in cui ciascuno di noi dovrebbe ritrovarsi. Non è volgare anche se ci sono scene di sesso raccontate, lo è molto di più nelle parole.
Il lavoro degli anni ’90, conclude, è cinico, ma oggi il mondo è più cinico… e questa riflessione fa paura!
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi







