È in scena al Teatro della Città ‘Vitaliano Brancati’ di Catania “La creatura del desiderio” di Andrea Camilleri nel libero adattamento drammaturgico, regia ed interpretazione di Massimo Venturiello. Musiche del Quartetto Klezmer: Pasquale Laino (clarinetto), Andrea Pandolfo (tromba), Riccardo Manzi (chitarra); Fabia Salvucci (voce). Luci e fonica: Andrea Memoli. Produzione: Teatro della Città/Centro di Produzione Teatrale.
Tratto dal libro ‘La Creatura del desiderio’ di Andrea Camilleri, che utilizza materiali in gran parte inediti e sconosciuti al pubblico italiano, nasce il lungo monologo con l’adattamento e la regia di Massimo Venturiello che narra il complicato e morboso amore tra il pittore Oskar Kokoschka e la giovane e bellissima vedova di Gustav Mahler. La storia inizia nella Vienna del 1912 , un anno dopo la morte del marito di Alma, e prosegue per due anni, tra eros, sensualità, sfrenata passione e furioso, inestinguibile, senso del possesso travestito da gelosia da parte di Kokoschka che intanto crea alcune fra le sue opere più importanti (‘La sposa del vento’); una gelosia rivolta non solo verso la mondanità salottiera che Alma non smette di frequentare, non rinunciando alla frequentazione di uomini e donne del bel mondo ma anche verso il passato su cui trionfa il ricordo del marito morto.
Un aborto, poi, voluto da Alma che ormai non sopporta più Oskar, corrode la loro vita di coppia.
È troppo per la donna che dopo vari tentativi di sopportazione interrompe il rapporto.
Kokoschka parte per la guerra, viene ferito, desidera che la donna accorra al suo capezzale, ma invano. Al suo rientro in patria, traumatizzato dall’esperienza bellica e sempre ossessionato dall’amore perduto, giunge a sottoporsi all’elettroshock per i suoi estremi di follia. A quel punto decide, con il consenso del medico, di farsi confezionare una bambola al naturale con le fattezze di Alma.
Gli automi e le bambole abbinati a meccanismi a orologio o a dispositivi per produrre musica hanno goduto di una fama incredibile tra Sette e Ottocento.
Dietro la confezione di questi ‘feticci’ c’è una lunghissima tradizione legata al simulacro, alla sostituzione della persona originale con una fittizia che nell’antichità trova spazio in numerose opere e miti. Basti pensare a Pigmalione fino a Coppelia di Hoffmann (1815) su musica di Delibes.
Un caso esemplare in tal senso è questo lavoro.
Rientrato in Germania, a Kokoschka infatti viene affidata una cattedra alla scuola di Belle Arti di Dresda e qui, probabilmente, dopo aver visitato una mostra di bambole di una straordinaria artigiana di Monaco, Hermine Moos, decide d’accordo con il proprio medico di farsi eseguire una bambola di dimensioni naturali, la replica esatta e maniacale di Alma.
Quando la bambola arriva in casa di Kokoschka, la servetta Terèse asseconda il padrone, vestendo e truccando il pupazzo, che ormai accompagna Oskar in società e viene utilizzato per compiere alcuni rituali erotici. Fino a quando a una festa data in casa: due amici mostrano eccessive attenzioni verso la bambola, risvegliando nel pittore la sua furiosa gelosia che lo fa giungere alla decapitazione della bambola /Alma abbandonandola svestita in giardino. Rientrando, subito dopo vorrà sfogare i suoi istinti sessuali con la cameriera resasi complice del ‘gioco’ erotico. Interrogato, il giorno dopo, dalla polizia l’artista prende coscienza dell’equivoco: doveva liberarsi dell’amata con un’uccisione rituale e sanguinosa.
È il prototipo di molte vicende di solitudine della nostra contemporaneità che tende a sublimare la difficoltà di relazione con l’altro sesso e il desiderio frustrato tra sentimenti affettuosi ed eros in un tutto inestricabile di cui le punte più acute sono la passione ossessiva che fa giungere alla follia: la bambola è la materializzazione di un eros unilaterale che garantisce la totale subordinazione del partner. “Gli spettatori e le spettatrici- dichiarava qualche anno fa Giuseppe De Pasquale – come partecipi della natura umana non sono osservatori distaccati di una azione altrui. Quelle passioni, quelle debolezze, quei sogni, sono di tutti. L’amore carnale, quello attraverso le parole o l’arte sono di tutti».
Venturiello nell’intervista che ha voluto concedere al nostro giornale, ha dichiarato di ‘aver frequentato ogni giorno Camilleri attraverso la lettura’ e di essere stato colpito dall’attualità di questo pezzo. L’aver voluto una bambola pare sia un fatto avvenuto (“perché una bambola non fa domande”)…se la portava all’opera e in società.
Ha voluto riportare questa vicenda come monologo impiegando, con grande piacere, il tempo della composizione dall’estate fino a febbraio.
Pensa che lo spettatore inchiodato per oltre un’ora in una storia morbosa e al contempo potente giungerà a meditare che l’amore può essere pericoloso se gestito male…una delle molte riflessioni suggerite da Camilleri che non è solo Montalbano, ma che ha scritto cose molto profonde e interessanti come questa.
Una nota di merito particolare va, infatti, all’ottimo Massimo Venturiello che con questo lavoro prosegue il suo percorso artistico fondato sull’incontro tra narrazione e partitura sonora, trasformando il testo di Camilleri in un’esperienza scenica immersiva, dove la musica diventa parte integrante della drammaturgia. dando vita a una potente partitura in cui parola e suono si fondono in un racconto emotivamente travolgente.
Questo racconto rappresenta, dunque, un’indagine sull’ossessione d’amore, sulla finzione umana che si trasforma in un flusso scenico serrato e immersivo.
“Una ballata noir (cito il foglio di sala) in cui voce e musica costruiscono una partitura unica che rende possibile l’evocazione di un racconto in cui espressionismo e dramma costruiscono un avvincente vortice emotivo e narrativo”.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi
