Quando la stampa viene intimidita, lo Stato di diritto arretra

Quanto accaduto a Minneapolis, negli Stati Uniti, dove una troupe della Rai è stata fermata, seguita e minacciata da agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) mentre svolgeva il proprio lavoro giornalistico, non può essere archiviato come un episodio marginale né liquidato come un semplice eccesso operativo.
Le immagini diffuse restituiscono una dinamica che merita attenzione ben oltre la cronaca: giornalisti chiaramente identificati come stampa, accerchiati da mezzi federali, destinatari di minacce esplicite e della prospettazione dell’uso della forza. Non si tratta soltanto di una condotta sproporzionata, ma di un segnale che interroga direttamente il rapporto tra potere pubblico, libertà di informazione e garanzie fondamentali.
Sul piano giuridico, la libertà di stampa non è una concessione dell’autorità né una tolleranza contingente. È un diritto fondamentale, riconosciuto come tale negli ordinamenti democratici maturi perché strumentale all’esercizio consapevole degli altri diritti. Senza un’informazione libera, indipendente e tutelata, il cittadino perde la possibilità di comprendere, valutare e controllare l’azione del potere.
È necessario dirlo con chiarezza: la sicurezza è un’esigenza legittima e imprescindibile. Proprio per questo, tuttavia, deve muoversi entro confini rigorosi di legalità, proporzionalità e ragionevolezza. Quando un’autorità pubblica arriva a minacciare fisicamente giornalisti impegnati nel racconto dei fatti, il problema cessa di essere operativo e diventa giuridico, istituzionale, democratico.
In un contesto simile, è legittimo attendersi che il nostro Paese pretenda chiarimenti ufficiali sull’accaduto, attivando pienamente i canali diplomatici a tutela dei propri giornalisti impegnati all’estero. Allo stesso modo, l’Unione europea non può restare silente quando viene messo in discussione il diritto all’informazione, che costituisce uno dei fondamenti dello spazio democratico europeo.
Episodi come quello di Minneapolis producono effetti che vanno ben oltre il singolo caso. L’intimidazione della stampa genera autocensura, riduce la trasparenza dell’azione pubblica e altera l’equilibrio tra istituzioni e società civile. In questo senso, non colpisce soltanto i giornalisti coinvolti, ma l’intero spazio democratico.
Difendere la libertà di informazione significa difendere il diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto, completo e indipendente. Significa preservare uno dei pilastri dello Stato di diritto: la possibilità, per la collettività, di esercitare un controllo critico sul potere, soprattutto nei momenti più delicati.
Quando la stampa viene intimidita, non è solo il giornalismo a essere messo sotto pressione.
È la tenuta stessa della democrazia a essere messa in discussione.
*Segretario Nazionale Codacons




