“Il Signore discende dal cielo e si abbassa verso di noi. Come scriveva Bonhoeffer, meditando sul mistero del Natale, «Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. […] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto» (D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia 2004, 12). Possa il Signore donarci questa sua stessa condiscendenza, la sua stessa compassione, il suo amore, perché ne diventiamo discepoli e testimoni ogni giorno.”
Papa Leone, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2025
“Noi non siamo Cristo, ma se vogliamo essere cristiani, dobbiamo condividere la sua grandezza di cuore nell’azione responsabile, che accetta liberamente l’ora e si espone al pericolo, e nell’autentica compassione che nasce non dalla paura, ma dall’amore liberatore e redentore di Cristo per tutti coloro che soffrono. Attendere inattivi e stare ottusamente alla finestra non sono atteggiamenti cristiani. I cristiani sono chiamati ad agire e a compatire non primariamente dalle esperienze che fanno sulla propria pelle, ma da quelle che fanno i fratelli, per amore dei quali Cristo ha sofferto.”.
D. Bonhoeffer.
Durante l’udienza del 22 dicembre davanti alla Curia Romana, Papa Leone ha concluso il suo discorso menzionando esplicitamente il teologo Dietrich Bonhoeffer (1906-1945).
È un passaggio estremamente importante perché il Papa richiama uno dei teologi più importanti e controversi del XX secolo.
Cenni biografici.
Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) nacque a Breslavia in una famiglia dell’alta borghesia. Il padre era uno psichiatra e professore universitario. La madre proveniva da una nobile famiglia prussiana. L’ambiente familiare fu determinante nello sviluppo del suo carattere in quanto l’educazione era molto rigida ed improntata ad un forte senso di obbedienza e di responsabilità.
Intorno ai 17 anni decise di intraprendere lo studio della teologia. Nella sua formazione fu determinante l’incontro con il teologo Karl Barth. Soggiornò in Spagna e poi negli Stati Uniti dove perfezionò i propri studi teologici. Nel periodo americano visitò la Chiesa Battista di Harlem frequentata da afroamericani e incontrò Jean Lasserre, teologo fortemente pacifista che lo introdusse anche negli ambienti ecumenici. Sempre in questo periodo, Bonhoeffer approfondì la sua conoscenza di Gandhi e progettò addirittura un viaggio in India che poi non riuscì a compiere.
Al ritorno in Germania si schierò apertamente contro il nazismo. Disapprovò e condannò la decisione della Chiesa luterana di appoggiare il governo di Adolf Hitler. Insieme ad altri teologi fondò la Chiesa confessante su cui si abbatté la violenza della GESTAPO.
Ben presto entrò a far parte della resistenza politica seguendo uno dei fratelli e soprattutto il cognato Hans von Dohnanyi. Per un certo periodo il suo ruolo di pastore gli permise di agire senza destare molti sospetti nelle autorità di polizia. Fu tra i promotori di una congiura per uccidere Adolf Hitler. L’attentato fallì. I cospiratori furono arrestati e portati in un campo di concentramento. Anche a Dietrich Bonhoeffer capitò la stessa sorte. Fu impiccato a Flossenburg il 9 aprile 1945.
Durante la prigionia scrisse moltissime lettere all’amico Eberhard Betghe che sono state raccolte nel libro intitolato Resistenza e resa. Alcune sono veramente commoventi e sottopongono ad una radicale rimeditazione i fondamenti del cristianesimo.
Il pensiero.
La teologia di Bonhoeffer si sviluppa negli anni successivi alla sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale. Cerca di rispondere ad alcune domande: come è possibile vivere autenticamente la sequela di Cristo? Come predicare il Vangelo ad “uomini maggiorenni” o presunti tali? Come applicare il Vangelo in modo concreto? Cosa ha da dire il Cristianesimo in un mondo totalmente secolarizzato in cui Dio è quasi assolutamente in silenzio? Come essere cristiani credibili quando le chiese istituzionalizzate sono compromesse con tiranni o appoggiano le guerre?
A) Dio non è un tappabuchi.
In una delle lettere ad Eberhard Betghe il teologo scriveva: “Per me è nuovamente evidente che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze; se infatti i limiti della conoscenza continueranno ad allargarsi, il che è oggettivamente inevitabile, con essi anche Dio viene continuamente sospinto via, e di conseguenza si trova in una continua ritirata. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo: […]. Dio non è un tappabuchi; Dio non deve essere riconosciuto solo ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita; Dio vuole essere riconosciuto nella vita, e non solamente nel morire; nella salute e nella forza e non solamente nella sofferenza; nell’agire, e non solamente nel peccato. La ragione di tutto questo sta nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Egli è il centro della vita […].”.
B) Un Dio silenzioso e impotente.
Bonhoeffer parla di un cristianesimo per “uomini maggiorenni e responsabili”, che possono fare anche a meno di Dio. In un mondo sempre più secolarizzato e tecnologico, Dio diviene sempre più silenzioso ed impotente: “Il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc 15, 34)! Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro “Dio”, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Mt 8,17, che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo. La Bibbia, invece, rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio: solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descritta evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apra lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza”.
In molte lettere dal carcere, il teologo si sofferma a riflettere sul silenzio che spesso lo avvolge durante le notti in cella. A questo silenzio ricollega anche il Silenzio di Dio, sempre più nascosto, debole ed impotente. Nella sua riflessione non c’è il Cristo Pantocratore di certi mosaici bizantini. Non pensa allo Spirito Assoluto di Hegel, dove ogni evento e individuo trova il suo posto nel Logos. Bonhoeffer ha davanti a sé il Deus Absconditus di Isaia, il Cristo della kenosis, dello svuotamento: “Gesù Cristo svuotò [annullò] sé stesso sino alla morte e alla morte di croce”.
C) Un cristianesimo attivo. Un cristianesimo non-religioso.
Cristo è il centro della vita del cristiano e chiama alla conversione: “Questa è conversione: non pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma lasciarsi trascinare con Gesù Cristo sulla sua strada nell’evento messianico della croce […]. La fede è prendere parte alla sofferenza di Dio nel mondo. Nessuna traccia di metodica religiosa, l’ “atto religioso” è sempre qualcosa di parziale, la fede è qualcosa di totale, un atto che impegna la vita. Gesù non chiama ad una nuova religione, ma alla vita […].Il cristiano non è un uomo religioso, ma un uomo semplicemente, come Gesù era uomo […]. S’impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi, un santo, un peccatore, un pentito o uomo di chiesa, un giusto o un ingiusto, un malato o un sano, e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità, allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è conversione e così si diventa uomini, si diventa cristiani.” Vegliare nel Getsemani, perché lì Gesù ha provato la solitudine, la debolezza degli apostoli che dormono, il tradimento e l’abbandono di Dio. Sulla croce grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Con queste premesse, il cristianesimo di cui parla Bonhoeffer è molto lontano da quello delle chiese costituite e legate al potere politico. Ogni vero credente è chiamato ad una vita attiva per combattere le ingiustizie e alleviare le sofferenze del mondo: “Chi per amore della tranquillità materiale è troppo tollerante con la sfacciataggine, costui ha già rinnegato sé stesso e lascia che la marea del caos rompa gli argini proprio lì dove era il suo posto di guardia, e diventa così colpevole nei confronti di tutti. In altri tempi può esser stato compito del cristianesimo rendere testimonianza all’eguaglianza degli uomini; ma oggi proprio il cristianesimo dovrà impegnarsi appassionatamente per il rispetto delle distanze tra gli uomini e della qualità umana.”.
In un altro passo scrive: “Noi non siamo Cristo, ma se vogliamo essere cristiani, dobbiamo condividere la sua grandezza di cuore nell’azione responsabile, che accetta liberamente l’ora e si espone al pericolo, e nell’autentica compassione che nasce non dalla paura, ma dall’amore liberatore e redentore di Cristo per tutti coloro che soffrono. Attendere inattivi e stare ottusamente alla finestra non sono atteggiamenti cristiani. I cristiani sono chiamati ad agire e a compatire non primariamente dalle esperienze che fanno sulla propria pelle, ma da quelle che fanno i fratelli, per amore dei quali Cristo ha sofferto.”.
Nella lettera del 21 luglio 1944 Bonhoeffer scriveva all’amico: “Negli ultimi anni ho imparato a conoscere e a comprendere sempre più la profondità dell’essere-aldiquà (Diesseitigkeit) del cristianesimo; il cristiano non è un homo religiosus, ma un uomo semplicemente, così come Gesù – a differenza certo di Giovanni Battista – era uomo. Intendo non il piatto e banale essere-aldiquà degli illuminati, degli indaffarati, degli indolenti o dei lascivi, ma il profondo essere-aldiquà che è pieno di disciplina e nel quale è sempre presente la conoscenza della morte e della risurrezione.”.
D) Critica della società di massa e la nuova nobiltà.
In alcune pagine, traspare una forte critica alla società di massa e prende atto di un “processo di involgarimento che interessa tutti gli strati sociali”. Riteneva che stesse emergendo una nuova nobiltà che significa “rinunciare alla ricerca delle posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta della cerchia intima degli amici, significa saper gioire di una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica. Sul piano culturale l’esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio al libro, dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura.”
Con notevole chiarezza scriveva: “Siamo stati testimoni silenziosi di azioni malvagie, ne sappiamo una più del diavolo, abbiamo imparato l’arte della simulazione e del discorso ambiguo, l’esperienza ci ha resi diffidenti nei confronti degli uomini e spesso siamo rimasti in debito con loro della verità e di una parola libera, conflitti insostenibili ci hanno resi arrendevoli o forse addirittura cinici: possiamo ancora essere utili? Non di geni, di cinici, di dispregiatori di uomini, di strateghi raffinati avremo bisogno, ma di uomini schietti, semplici, retti. La nostra forza di resistenza interiore contro ciò che ci viene imposto sarà rimasta abbastanza grande, e la sincerità verso noi stessi abbastanza implacabile, da farci ritrovare la via della schiettezza e della rettitudine?”.
L’esperienza della fede diviene la via per la ricerca di una vita autentica in contrapposizione alla società di massa e al divertissement.
E) Chiesa, martirio, apocalisse.
Soprattutto in Resistenza e resa, scritta durante la prigionia, Bonhoeffer finisce per spingere le proprie riflessioni ad un livello estremo tra la follia, la disperazione, la profezia e l’eresia. Sin dall’irruzione della GESTAPO nel seminario in cui insegnava gli fu chiaro che la chiesa può nuovamente finire nelle catacombe. Voleva realizzare un nuovo monachesimo che fu quasi annientato dal nazismo. In campo di concentramento gli divenne più chiaro che il cristianesimo non può continuare ad esistere attraverso certe vecchie strutture burocratiche ed ecclesiali.
Dopo il rumore della Prima Guerra Mondiale e con il rumore della Seconda, Dio è sempre in silenzio. Bonhoeffer è pronto al martirio eppure tutto sembra rallentare invece di accelerare verso l’Apocalisse.
F) Disobbedienza civile, resistenza politica e tirannicidio.
Bonhoeffer era un pacifista e ammirava moltissimo Gandhi. Durante l’ascesa del partito nazionalsocialista e nei primi anni del regime hitleriano operò seguendo le vie della disobbedienza civile. In una seconda fase passò attivamente nelle fila della resistenza politica. Poi partecipò al tentativo di assassinare Hitler. Nella teologia medievale è stato molto discussa la legittimità del tirannicidio e la resistenza ad un potere ingiusto. Con Bonhoeffer questo tema ricompare in tutta la sua complessità.
Per i teologi della liberazione, per gli atei credenti come Gianni Vattimo, per i settori più progressisti, Bonhoeffer è un esempio carismatico. Genera una certa freddezza negli ambienti più conservatori come l’Opus Dei.
Alcune conclusioni.
Dai pochi passi citati in precedenza emerge come Bonhoeffer scrivesse con estrema passione e sincerità. La sua particolare esperienza di fede, l’opposizione al nazismo, la morte in campo di concentramento hanno colpito generazioni di lettori e di studiosi. È un teologo decisamente scomodo che spesso finisce per abbattere le sovrastrutture curiali e burocratiche delle chiese. È anche l’archetipo di teologo perseguitato dalle gerarchie ecclesiastiche legate al potere politico o profondamente compromesse con dittatori o governanti corrotti.
L’ultima fase della sua opera potrebbe essere paragonata ai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci. Entrambi erano uomini con profonde convinzioni politiche ed ideali per le quali patirono la persecuzione e il carcere. Gramsci odiava gli indifferenti, Bonhoeffer odiava gli stupidi. Soprattutto in Resistenza e resa analizza la stupidità che considera peggiore del male. Dalle esperienze difficili e terribili che vissero, dalla solitudine del carcere e del campo di concentramento, hanno saputo trarre pagine illuminanti e di altissimo valore ideale e morale, uno schiaffo agli indifferenti che non agiscono contro il male e l’ingiustizia, agli ipocriti che si legano ai poteri corrotti e ai dittatori.
Le opere di Bonhoeffer sono pubblicate e studiate. Anche se in certi punti è controverso, quasi folle ed eretico, il suo martirio in campo di concentramento lo ha salvato da tutte le inquisizioni di tutte le chiese.
Sicuramente c’è ancora un certo interesse per il Cristianesimo solo perché nel mondo sono vissuti Lev Tolstoj, Gandhi e… Dietrich Bonhoeffer.
E. Affinati, Un teologo contro Hitler, Mondadori, Milano.
La casa editrice Queriniana ha pubblicata l’edizione critica delle opere di Dietrich Bonhoeffer.
