Non è un paese per poveri: gli insegnanti e il rinnovo del contratto

Il 5 novembre, a meno di due mesi di distanza dall’inizio del 2026, è stato firmato il nuovo contratto Istruzione e Ricerca relativo al triennio 2022-2024. Per il personale Docente (Infanzia/Primaria, ITP, Laureati di I e II Grado), gli aumenti mensili ammonteranno ad una cifra compresa tra €52.74 netti (per l’anzianità inferiore per ITP e Infanzia/Primaria) a €87.43 netti (per i Docenti Laureati II Grado con anzianità più elevata).
Si stima che a fronte di un incremento del costo della vita del 16 per cento (negli ultimi tre anni), il rinnovo del contratto appena siglato arriverà a coprire un aumento di circa il 6 per cento.
La trattativa per il rinnovo del contratto si è conclusa con la firma di cinque sigle sindacali su sei: Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Gilda- Unams, Snals-Confsal e Anief hanno aderito all’intesa all’Aran, mentre Flc Cgil ha deciso di non firmare.
Il contratto inoltre è stato siglato con almeno un anno di ritardo: i sindacati avrebbero già dovuto mobilitarsi per la firma del contratto 2025-2027!
Se indubbiamente l’aumento degli stipendi previsto dall’accordo è davvero misero, anche la posizione della Flc Cgil che ha deciso di non firmare, non è del tutto condivisibile. E’ lecito opporsi quando si ha forza contrattuale, quando si è in accordo con gli altri sindacati e quando si riescono a proporre misure di contrasto alternative agli scioperi (forma di lotta molto onerosa per le tasche degli insegnanti); in assenza di questi prerequisiti, il no del sindacato non comporta per i docenti una prospettiva economica realmente vantaggiosa e ha rischiato di far perdere anche quel poco che la scuola sta portando a casa.
Quest’anno a rendere ancora più pesante la condizione degli insegnanti è anche la misteriosa scomparsa della “Carta del docente”. Si tratta di un bonus di 500 euro erogato per la prima volta per l’anno scolastico 2015-16, in seguito alla riforma detta “Buona Scuola” attuata nel 2015 dal governo Renzi.
Il bonus veniva accreditato a inizio di ogni anno scolastico, in modo da consentire agli insegnanti di ruolo di acquistare libri, PC, corsi di formazione e abbonamenti al cinema o al teatro.
Quest’anno a settembre il bonus non è stato accreditato.
Fumose sono le spiegazioni che provengono dal Ministero della Cultura e del Merito: si parla di non meglio identificati “ritardi legati a modifiche normative e alla riorganizzazione della piattaforma ministeriale”. Tra l’altro, con uno stile comunicativo oggi molto in voga, il governo ritiene poco opportuno parlare di vero e proprio ritardo: Valditara preferisce infatti parlare di “tempistiche mutate”, così anche se il bonus sarà forse accreditato a fine gennaio invece che a settembre (e probabilmente con un importo ridotto), il governo NEGA che ci sia un ritardo.
Oltre al danno, la beffa!
D’altronde cosa dobbiamo aspettarci da un governo che dà così poca importanza alla cultura?
E’ curioso, infatti, che in Italia dove oggi è richiesta una laurea – anche breve – per svolgere qualsiasi professione, sia consentito ai ministri (anche a quelli della cultura!) di non possedere questo titolo di studio. Sono senza laurea, infatti, la Premier Giorgia Meloni, il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Mattero Salvini, il ministro della difesa, Guido Crosetto. Si tratta del 14,4 per cento dei ministri, percentuale che sale al 15,7 per cento se si considerano anche i sottosegretari.
Se la Premier in persona ha ritenuto poco importante concludere il suo percorso di studi, perché dovremmo aspettarci che il governo dia importanza a chi lavora nel settore dell’istruzione?
Il ministro della cultura, Alessandro Giuli, che quando ha conseguito l’incarico ministeriale era senza laurea, ha cercato in ogni modo di farci dimenticare il fatto di essere abbondantemente fuori corso con le sue circonvoluzioni verbali degne dell’oracolo di Delfi o del conte Mascetti (indimenticato protagonista del film “Amici miei” di Monicelli). A gennaio del 2025, all’età di 48 anni, Giuli ha finalmente conseguito la tanto ambita laurea in filosofia. Il suo predecessore, Gennaro Sangiuliano – che la laurea invece l’aveva sin dall’inizio dell’incarico – non ama però leggere (nel 2023 è stato smascherato dalla presentatrice Geppi Cucciari mentre dava i suoi voti ai libri in gara per il premio Strega senza averne mai letto uno) e oggi va in giro con un ridicolo cappellino con su scritto “Make Naples great again” e un braccialetto nero con su scritto “Siete dei poveri comunisti” (ricordiamo che malgrado i poco onorevoli trascorsi, Sangiuliano è il nuovo corrispondente RAI da Parigi; mica cosa da poco!).
Se alle retribuzioni da fame (assolutamente non in linea con quanto percepito dagli insegnanti negli altri paesi europei) aggiungiamo anche il progressivo deteriorarmento del ruolo sociale dei docenti, stritolati da una burocrazia in abnorme aumento, da genitori aggressivi e invadenti e da dirigenti sempre più scollegati dalla didattica e spesso inutilmente scortesi, si capisce perché la professione dell’insegnante risulti oggi sempre meno ambita.
Ad eccezione dei pochi collaboratori della presidenza, riconoscibili dalle occhiaie viola già a settembre e dal fatto che si aggirano per i corridoi degli edifici scolastici borbottando “presto che è tardi”, come il Bianconiglio di Alice ne “Il Paese delle Meraviglie”, la maggior parte dei docenti oggi rifugge dagli incarichi straordinari, come tutoraggi o coordinamenti, che non solo sono pagati pochissimo ma non comportano alcuna gratificazione umana da parte di colleghi e dirigenti.
Gli alunni poi, stipati nelle classi pollaio (anche se Valditara afferma, sempre utilizzando quello stile comunicativo volto a negare l’evidenza e basandosi sui soli risultati delle prove invalsi, che le classi numerose non nuocciono all’apprendimento), passano le loro giornate scolastiche assistendo ad incontri per la formazione scuola – lavoro, per l’orientamento in entrata e in uscita, per le giornate del ricordo, della creatività e della memoria.
Il tempo dedicato alle lezioni e allo studio in classe è sempre minore, così non è raro trovare all’università allievi che non sanno usare un congiuntivo e che usano piuttosto che come sinonimo di oppure.
“Ai tempi dei miei genitori – diceva Philippe Roth ne “La macchia umana”-le carenze erano dell’individuo. Oggi sono della disciplina. Leggere i classici è troppo difficile, dunque la colpa è dei classici. Oggi lo studente sbandiera la sua incapacità come se fosse un privilegio. Non riesco a impararlo, dunque dev’esserci qualcosa di sbagliato. E qualcosa di particolarmente sbagliato deve avere l’insegnante cattivo che pretende d’insegnarlo.”
Il populismo prospera e grazie all’azzeramento delle competenze a favore del generico buon senso popolare chi ci governa fa il suo gioco.
E a noi, come il croupier della roulette, non resta che dire “rien ne va plus”.



