Müller e il fascino del male, parla Maximilian Nisi

Gli attori Viola Graziosi e Maximilian Nisi debutteranno a Catania il 21 gennaio con la piéce teatrale Quartett del drammaturgo tedesco Heiner Müller in prima nazionale al Piccolo teatro della città, in via Federico Ciccaglione 29, alle ore 21. Dopo si sposteranno al Teatro Massimo di Siracusa, il 23 e il 24 gennaio e proseguiranno con le prime tappe della tournée nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano (dal 27 gennaio al 1° febbraio) e alla Sala Bartoli del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia (il 2 e 3 febbraio). Prodotto dal Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale, lo spettacolo, con la traduzione di Saverio Vertone, vanta le musiche di Stefano De Meo e le scene e i costumi di Vincenzo La Mendola. Sentiamo telefonicamente Maximilian Nisi, classe 1970, che è anche regista della piéce teatrale oltre ad essere il direttore del Festival teatrale di Borgio Verezzi che quest’anno compirà 60 anni.
Maximilian Nisi, lei è regista e anche attore di Quartett.
Tutto è nato perché il regista ha avuto un altro lavoro da fare e insieme alla produzione abbiano deciso di farlo fare a me. Ho un’anima romantica, sono un fuori epoca, già negli anni Novanta ero affascinato dal testo di Müller. Siccome il teatro ti dà la possibilità di fare delle esperienze che ti precludi da altre parti ho deciso di affrontarlo. Non è uno spettacolo che divertirà il pubblico, deve passare una domanda al pubblico e se la porterà a casa. Mi sono diplomato a Milano alla Scuola del Teatro d’Europa diretta da Giorgio Strehler 33 anni fa. Ho già fatto altre regie in passato, ma è la prima volta in cui recito in uno spettacolo che dirigo ed è una cosa che non mi piace moltissimo. Io credo nella divisione delle competenze, nel distinguere bene i ruoli.
Chi rappresentano in fondo i due protagonisti?
La parabola che si racconta è la parabola dell’uomo che non può sottrarsi a delle dinamiche che sono insite nel proprio carattere e nella propria natura. Müller dice di avere scritto questo testo teatrale Quartett senza avere letto Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos che è un esercizio di stile, seduzione, galanteria, oltre che a un cinismo con due personaggi molto manipolatori. Ma in Quartett le cose sono diverse a partire dalla scenografia: rappresentarlo o in un salotto prima della Rivoluzione Francese o in un bunker post-atomico dopo la Terza Guerra Mondiale.
A chi consiglierebbe di vedere Quartett?
A chi ha curiosità di vederlo, è uno spettacolo che può essere visto un po’ da tutti, ha delle scene un po’ scabrose e mi sono anche chiesto se non era il caso di evitarlo. Ma i ragazzi se aprono il Pc vedono cose più raccapriccianti. In Quartett ci sono immagini esplicite che non sono volgari, fanno parte della natura, è uno specchio deformante nel quale lo spettatore deve riconoscere i propri impulsi, quelli più bassi, che spesso noi nascondiamo sotto questa ipotetica civiltà che in realtà non c’è. Quando si parla di desiderio si parla di distruzione, di annientamento dell’oggetto umano, si parla di maschere che vengono indossate per poter sopravvivere e per poter dominare l’altro. La sopraffazione dell’altro per poter confermare la propria personalità, il proprio ego, in una società nella quale la gente non si ama, vive in solitudine, vive un egoismo ed egotismo che sono lancinanti. A me piacerebbe che ci fosse una specie di presa di coscienza. Lo specchio non è altro che uno specchio nel quale il pubblico si possa ritrovare. In scena ci sono diversi specchi, ma sono specchi deformanti, in quanto in quegli specchi c’è la parte brutta di noi stessi.
Considerando la solitudine del digitale di oggi, quale parallelismo può tracciare tra il romanzo scritto nel 1779 da Choderlos de Laclos e le relazioni attuali?
Io non ho voluto modernizzarlo, l’idea di portarlo ai giorni nostri mi avrebbe inorridito, adoro quando vado al teatro e poter vedere una ricerca di scenografia, di costume, di trucco. La gente che va al teatro vuole vedere quel teatro. È come se fosse un rito. L’idea di affrontarlo come aveva consigliato Müller nel Settecento e per il Settecento è quella che ha predominato in me. Ma io parlo della solitudine delle anime. Quando dico che la nostra solitudine in questo mondo digitale vive relazioni usa e getta, parlo del mondo di oggi, ma la solitudine dell’uomo come stato d’animo la racconto come poteva essere raccontata nel Settecento e come poteva manifestarsi in quell’epoca. Il fatto di non avere rapporto con un’altra persona è solitudine, il fatto di doversi compiacere fisicamente da soli è solitudine, si parla proprio di atti onanistici, il fatto di avere un rapporto con sé stesso guardandosi allo specchio e non con la persona che sta in presenza è comunque solitudine. Questo credo che sia la radiografia di quello che viviamo oggi e a causa del digitale siamo ancora più soli, non abbiamo un rapporto con noi stessi, ma abbiamo un rapporto con il virtuale, esattamente quello che vediamo in uno specchio, sembra che la nostra immagine in uno specchio sia falsata. I selfie che ci facciamo al mattino non sono reali, sono virtuali. Se pensiamo a quella tragedia successa in Svizzera, i ragazzi che hanno fatto i video pare che edulcorassero quello che stava accadendo perché attraverso lo schermo del cellulare quello che stava accadendo diventa virtuale. Volevo raccontare con un testo molto complicato uno stato attuale, una radiografia di quello che sta accadendo oggi tra esseri umani, tra i generi, tra uomo e donne e poi tutti i generi che ci sono in mezzo. Comunque la sopraffazione tra i sessi è sempre in atto, tutti sappiamo che accadono cose violente e raccapriccianti e secondo me ha una motivazione.
Quale?
Cioè il fatto che la donna ha desiderato negli anni passati di avere la parità con l’uomo che nei secoli è stato sempre molto poco generoso con la donna e l’ha relegata a ruoli inferiori. I rapporti fino agli ‘50 erano costringenti. Il problema grosso è stato quando i ruoli si sono scambiati: la donna è cambiata ma l’uomo non ha accettato l’affermazione della donna, si è perso quel concetto di mascolinità e di femminilità. Ma oggi non sono contenti né gli uomini né la donna. Entrambi i sessi non sanno secondo come gestire questa situazione: l’uomo è diventato violento, si è sentito defraudato dal potere. La donna è spietata. E’ una lotta di sessi. Dove c’è desiderio di affermazione.
Questo in Quartett viene raccontato dalla marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont.
In Quartett l’uomo e la donna indossano delle maschere per manipolarsi a vicenda. Inizia così, poi cercano di capire cosa è accaduto. Interpretano il ruolo degli amanti, delle vittime e riescono a palesare a loro stessi il trascorso. Io non so cosa possa arrivare al pubblico, a me interessa che lo spettacolo possa essere un pugno nello stomaco, creare una presa di coscienza.
Chi è la sua compagna di scena?
Viola Graziosi mia partner artistica, classe 1979, attrice molto impegnata, stimolante e curiosa. Esce dalla scuola di Carlo Cecchi ma soprattutto si è formata al Conservatoire national supérieur d’art dramatique di Parigi. Ha un modo di concepire il lavoro molto interessante quasi a 360 gradi. Ci siamo incontrati ne Il leone d’inverno e altri lavori nel teatro, cinema e televisione. E’ molto femminile ma ha anche un lato maschile molto accentuato.



