In scena al Teatro Vitaliano Brancati: “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello, con Alessandro Averone, Alessia Giangiuliani, Laura Mazzi, Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro, Antonio Tintis; regia Alessandro Averone, scene Alberto Favretto, costumi Marzia Paparini, musiche Mimosa Campironi, assistente costumista Federica Bianchi, assistente alla regia Antonio Tintis, luci Luca Bronzo, sartoria L’Ago Teatrale, foto di scena Manuela Giusto, produzione Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale. Un progetto realizzato in collaborazionecon il Teatro Metastasio di Prato e Knuk Company.
La pièce in scena, la cui prima, dopo ‘La Morsa’ (1910) ‘Lumie di Sicilia’ (1910), ‘Il dovere medico’ (1913), ‘Cecé’ (1915), ‘La ragione degli altri’ (1915), ‘Liolà’ (1916), ‘Pensaci Giacomino’ (1916), andò in scena a Torino, al teatro Carignano, nel novembre 1917, lo stesso anno in cui Luigi Pirandello aveva composto ‘Così è (se vi pare), ‘Il berretto a sonagli’ e ‘La giara’.
‘Il piacere dell’onestà’ è tratta (per il tema e qualche parallelismo) dalla novella ‘Tirocinio’ pubblicata nel 1905 su ‘Il Marzocco’.
Al centro del dramma pirandelliano si pone, come cardine, la falsa etica borghese così come era nei primi anni del Novecento, quel “moralismo-amorale” proprio della provincia siciliana in cui nasceva l’autore.
L’azione si snoda, in un salotto dove regna l’ipocrisia e l’arte dell’apparire che cozza inevitabilmente con la realtà dell’essere, attorno all’antieroe Angelo Baldovino.
Isolato e spinto ai margini di una società di benpensanti per suoi illeciti precedenti egli accetta, dietro compenso, di sposare Agata, incinta del marchese Fabio Colli, già sposato con un’altra moglie.
Angelo, convinto da un suo vecchio amico e costretto dalla sua necessità di sopravvivenza materiale e ‘sociale’ acconsente a questo ‘salvifico imbroglio’…ma nella vicenda interviene una profonda metamorfosi: egli sposerà Agata intendendo con ciò “sposare per davvero l’onestà”: “è molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini, si dev’essere sempre»
Così inizia un ‘rapporto’ tra i membri di questa finta famiglia impostato su un rigido e irreprensibile stile di vita cui ‘tutti’ devono tirannicamente sottostare a cominciare dallo stesso Baldovino e coinvolgendo anche il fedifrago marchese.
Questi, intrappolato nell’intrigo, impossibilitato a continuare la sua relazione per la presenza del rigoroso padre putativo – deciso a recitare la sua parte di uomo irreprensibile e onesto fino in fondo – cerca invano di incastrarlo in un tranello per poterlo incolpare di furto.
Il desiderio di riscatto di Angelo lo spinge però a fare almeno una volta nella vita la cosa “giusta”, agendo con ‘voluta’ onestà ed esigendone il rispetto da tutti.
Agata a questo punto si rende conto del vero volto del marchese e decide di restare con Angelo interpretando non astrattamente ma realmente il ruolo di buona moglie e brava madre, abbandonando tutti alle loro ipocrite vite e andando via con Baldovino.
Di lui finalmente apprezza la maschera dell’onestà, una maschera che finisce coll’essere sincera: la donna si trasforma in persona pensante e… innamorata.
Di Pirandello scriveva addirittura Gramsci in una recensione su “Avanti!”:
“C’è nelle sue commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro italiano, d’una plasticità e d’una evidenza fantastica mirabile. Così avviene nei tre atti del Piacere dell’onestà”.
Sottolineava pertanto il tema legato alla dignità della persona, all’onestà intesa come necessità intrinseca dell’esistenza modificando l’ovvietà del reale quotidiano dominato da ipocrisie, malcelate o esibite, in riflessione.
Pirandello analizza anche in quest’opera la natura dell’essere umano che contempla la bestia, incontrollabile, o l’intelligenza per domare la bestia che purtroppo spesso sfugge al controllo: Baldovino vuole nascondere sotto la forma del marito onesto la bestia ma si innamora della ‘moglie’, l’altra faccia della maschera.
Anche Agata vive le stesse dinamiche.
Quando scopre la meschinità dell’amante e i veri sentimenti di Baldovino, sarà vinta anche lei dall’amore: la vita vince sulla forma liberando i personaggi dalla maschera.
È quando ha dichiarato nell’intervista concessa al nostro giornale il regista/attore Alessandro Averone che si ritiene fortunato di trovarsi al Brancati, dopo Siracusa, e felice per questa sua seconda regia. Il testo per lui appartiene al periodo più grottesco di Pirandello, quando la sua critica feroce ai salotti borghesi, all’apparenza, alla forma è molto più spietata, velenosa, sarcastica anche se alleggerita da momenti di ironica comicità.
Parlando della sua compagnia, riferisce che lavora con lui da parecchi anni (hanno debuttato 7 anni fa) e in perfetta sinergia: scelgono insieme i testi dei molti spettacoli messi in scena e ne discutono operativamente.
Anche la scelta dei costumi ‘atemporali’, continua il regista, è voluta: il Settecento è l’epoca dell’apparenza, del mostrarsi…come oggi avviene con i social; solo Baldovino entrerà nel costume d’epoca in un secondo momento, quando accetterà il ‘compromesso’.
La sua speranza è che Pirandello possa stimolare riflessioni circa le debolezze di ognuno di noi – anche se apparentemente recepite con leggerezza – i propri istinti bestiali, condizionati dall’apparenza e le scelte razionali che vanno incontro al nostro sentire.
Teatro, quindi, non come finzione ma per meglio comprendere se stessi.
Raggiungere la verità superando l’apparenza, l’inganno, la bugia, la falsità: ritrovare il volto dietro la maschera.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi
