L’incendio a Crans-Montana: una responsabilità collettiva

E’il mattino del primo gennaio del 2026.
A Crans-Montana, nota località sciistica svizzera, tutto procede come al solito. La cabinovia continua a portare gli sciatori sulle piste, i gazebi bianchi vengono montati sulla via principale, le signore eleganti prendono l’aperitivo e le boutique sono affollate.
La settimana bianca continua o per alcuni inizia. Gli uffici del turismo assicurano che non c’è stata alcuna disdetta.
Come se niente fosse.
Ma questo primo giorno dell’anno a Crans-Montana non è un capodanno qualsiasi.
La sera prima infatti, nel famoso locale “Le Constellation”, centinaia di ragazzi, quasi tutti giovanissimi, festeggiavano la fine dell’anno. Erano allegri, spensierati e incoscienti, come è normale che sia quando si hanno 16 anni. Ballavano, bevevano e allo scoccare della mezzanotte hanno stappato le bottiglie di champagne e acceso le candele pirotecniche sulle bottiglie.
Peccato che alcune scintille abbiano raggiunto i pannelli fonoassorbenti del soffitto, “basso”, riferiranno più tardi alcuni giovani. Da lì, la festa s’è fatta inferno, per quel letale principio che le autorità svizzere hanno indicato nel “flashover”: ovvero un “fenomeno pericolosissimo, che vede il fuoco propagarsi all’improvviso e con violenza in ambienti chiusi, provocando una o più esplosioni”.
I ragazzi ci mettono un po’ per capire costa sta succedendo; sono intontiti dall’alcol e dall’eccitazione. Quando si accorgono che l’incendio è scoppiato, provano a fuggire, ma, purtroppo per molti di loro è già troppo tardi.
Nell’incendio sono morte circa 40 persone e più di 120 sono state ricoverate d’urgenza, con ustioni di secondo o terzo grado.
Sui social moltissimi haters si sono espressi con parole feroci contro i ragazzi che partecipavano alla serata, anche perché, quando l’incendio è scoppiato, alcuni di loro hanno perso preziosi minuti a filmare con i cellulari invece di scappare o cercare di spegnere l’incendio.
Ma cercare di pretendere maturità e consapevolezza da un gruppo di ragazzini di 16 anni, eccitati dalla festa e dall’alcol, è forse un tantino eccessivo; gli adolescenti sono per definizione privi di freni inibitori, ed è compito degli adulti, semmai, quello di porre limiti e di metterli in condizione di sicurezza.
Ed è proprio il ruolo degli adulti che è venuto a mancare in questa drammatica vicenda.
Alcuni psicologi e neurologi hanno evidenziato l’esistenza di una specifica risposta neurofisiologica che può verificarsi in caso di pericolo: si tratta dell’effetto “freeze”. La persona invece di scappare si blocca all’improvviso e rimane immobile. La psicologia e le neuroscienze studiano il fenomeno, ma è la pedagogia che dovrebbe poi intervenire per insegnare quali comportamenti tenere in caso di imprevisti. Se nessuno ti ha mai “allenato” a decidere sotto stress, il corpo si ferma. Il fatto inoltre di essere parte di un branco (la comitiva di amici, in questo caso) peggiora ulteriormente la situazione; nel branco si diventa passivi e non si pensa che sia possibile agire anche se gli altri non lo fanno.
I corsi di sicurezza che si fanno nelle aziende o nelle scuole (organizzati prevalentemente da ingegneri o architetti) da soli non bastano: non basta una prova antincendio formale (che per i ragazzi si risolve spesso nell’allegra possibilità di saltare un’interrogazione e respirare un po’ l’aria fresca del cortile), serve una vera e propria “pedagogia dell’emergenza”. Troppo pochi sono quelli che nelle scuole e nelle strutture pubbliche o private sanno davvero cosa fare e come, ad esempio, utilizzare correttamente un estintore per spegnere un incendio.
Insomma senza tappe mentali pronte, il cervello va in tilt e la persona non si comporta come dovrebbe. In questo caso dunque gli adulti hanno una responsabilità diretta, non insegnando ai ragazzi a salvarsi in caso di pericolo.
E’ chiaro poi che un’enorme fetta di responsabilità ricade sui proprietari del locale, i coniugi Moretti. La notte dell’incendio alcune telecamere hanno ripreso Jessica Maric, moglie di Jacques Moretti, che, invece di aiutare i ragazzi ad uscire o facilitare l’accesso alle uscite di sicurezza, si è assicurata di avere con sé l’incasso della serata, prima di lasciare il locale con una ferita al braccio.
Le indagini che prenderanno corpo nei giorni successivi mostrano l’esistenza di gravi colpe sia dei proprietari del locale che delle stesse autorità svizzere. Sul soffitto basso del sotterraneo era stata installata una schiuma fonoassorbente per ridurre l’eco della musica. Doveva essere ignifuga, ma non lo era. A posarla sarebbe stato direttamente il gestore, Jacques Moretti (già condannato a 12 mesi di carcere per sfruttamento della prostituzione e oggi arrestato proprio a causa dell’incendio a “Le Constellation”), durante i lavori del 2015, quando il locale, in origine solo un bar, si era ampliato per diventare una sorta di discoteca. La normativa Svizzera, inoltre, prevede che se una ristrutturazione non cambia la destinazione d’uso di un locale, non è soggetta a nuove autorizzazioni, né a controlli preventivi. Lo stesso sindaco di Crans – Montana ha ammesso che il locale non veniva controllato dal 2020.
Per accedere al locale, infine, bisognava essere maggiorenni, ma i controlli all’ingresso, a quanto pare, non sono stati troppo severi. Bastava un solo maggiorenne nel gruppo per accedere in blocco, oppure promettere al bodyguard di consumare una bottiglia da 250 franchi prima della mezzanotte. Così la notte di capodanno il locale era pieno di ragazzini giovanissimi, anche di soli 14 o 15 anni.
Arricchirsi senza troppi intoppi e senza prestare troppa attenzione alla sicurezza era quindi l’obiettivo della coppia.
Giorno 8 gennaio, alla riapertura, le scuole italiane hanno fatto un minuto di silenzio per commemorare i 5 ragazzi italiani morti nell’incendio e in Svizzera è stato osservato un giorno di lutto nazionale.
Ma il giorno dopo la tragedia la vita a Crans- Montana è continuata come se nulla fosse accaduto, si è continuato a sciare, a mangiare nelle baite e a fare shopping.
Un minuto di silenzio non costa nulla, ma fermare il business invece sì; chi ha speso per la propria settimana bianca non vuole fermarsi e buttare i suoi soldi, mentre i locali e gli impianti vogliono continuare a battere cassa.
Così la tragedia, invece che lasciare attoniti e sgomenti, viene dimenticata mentre si sorseggia un aperitivo con vista sulle montagne innevate.
Solo che questa volta il brindisi di inizio anno viene fatto sui corpi di 40 ragazzini morti e sulle lacrime inconsolabili dei genitori che adesso devono trovare il modo per sopravvivere ai loro figli.
C’è un fenomeno inquietante che oggi sta diventando sempre più pervasivo: assistiamo al dolore altrui senza restarne davvero colpiti.
Stiamo diventando insensibili alla sofferenza, fino a quando questa non ci tocca in modo diretto. Così la gente in Svizzera ha continuato a sciare, mentre le autoambulanze soccorrevano i sopravvissuti e i cadaveri venivano portati via.
Le norme etiche, il diritto internazionale, il politically correct stanno scomparendo dalla scena, con il beneplacito dei grandi leaders mondiali, lasciando spazio ad una manifesta concezione del potere per cui contano solo i soldi e il profitto.
Come avrebbe detto la famosa filosofa ebrea Hanna Arendt il male sta diventando “banale” e a pagarne le spese sono, purtroppo, soprattutto le nuove generazioni.



