Like Kiribati – delirio finale, al Piccolo Teatro della Città

Kiribati è un luogo reale: un arcipelago della Micronesia minacciato dall’innalzamento del livello del mare. Un territorio fragile che diventa metafora di un presente globale, segnato dallo scioglimento dei ghiacciai e dalle catastrofi ambientali. A partire da questa realtà, Giuseppe Provinzano (Palermo, 1982) scrive e dirige Like Kiribati – delirio finale, in scena al Piccolo Teatro della Città con Sergio Beercock, Noa Di Venti e Chiara Muscato, produzione Babel e Teatro Biondo.
Lo spettacolo affronta in modo diretto la crisi climatica e il riscaldamento globale. Fin dal titolo, il riferimento non rimanda a una distopia futuribile, ma a una condizione già in atto: lo spettatore non osserva un “possibile domani”, bensì un presente che ci riguarda da vicino.
La prima impressione restituita dallo spettacolo è quella di un’estrema semplicità, che costituisce al tempo stesso la sua forza. Il messaggio ecologista è immediatamente leggibile, tanto nella drammaturgia affidata ai tre interpreti — confinati in un frammento di terra di tre metri per tre — quanto nella sua traduzione plastica in scena.
Il dispositivo scenico è esplicito: sul bordo del palco, vassoi di ghiaccio, sciogliendosi lentamente, provocano il crollo progressivo di modellini in scala di luoghi iconici — dalla Tour Eiffel alla Statua della Libertà. Un’immagine diretta, quasi didascalica, che non lascia spazio a equivoci: il mondo che cade è il nostro, e cade davanti agli occhi dello spettatore senza mediazioni.
I dialoghi restituiscono un mondo chiaramente distopico, risultato di una concatenazione di eventi negativi: la quinta pandemia, estati a cinquanta gradi, il grande caldo, il blackout globale, l’acidificazione dei mari. In questo scenario estremo, la memoria diventa l’unico appiglio per i tre protagonisti. I ricordi dei nonni, di una vecchia ricetta, di gesti quotidiani del passato si trasformano in strumenti di sopravvivenza: resistere significa aggrapparsi a un patrimonio affettivo e culturale che precede il collasso.
Emerge così l’idea che non sia soltanto il pianeta a essere in crisi, ma la permanenza stessa dell’umano su di esso. Il fallimento è collettivo. In scena si intrecciano crisi climatica e crisi esistenziale: i personaggi oscillano tra capacità di resistenza, rassegnazione e fuga emotiva, rifugiandosi nel sonno, nei sogni o nell’ironia, usata come strategia di sopravvivenza. In un mondo in cui — come recita la seconda legge della termodinamica — l’entropia tende all’aumento del caos, la vita umana si ostina infatti a muoversi in direzione opposta, opponendo una fragile resistenza al disordine.
La drammaturgia introduce la “pillola del dopodomani”, una sostanza chimica pensata per anestetizzare il peso dell’esistenza in un futuro compromesso. La pillola incarna un’ambiguità centrale: promessa di salvezza e, insieme, possibile rinuncia. Solo nel gesto finale il piano simbolico si ribalta: quella distribuita al pubblico non contiene alcun farmaco, ma semi da coltivare. Un’azione semplice che affida a ogni spettatore una responsabilità concreta, accettando la lentezza e la fragilità come unica forma possibile di futuro.
Il discorso politico è esplicito e si intensifica nel finale, con il richiamo a John Donne — «Nessun uomo è un’isola». Le riflessioni su etica, politica e responsabilità individuale attraversano l’intero spettacolo, chiamando ciascuno a intervenire ora, prima che il destino si traduca in un disastro già inscritto nel titolo. Siamo troppi, egoisti e — soprattutto — abbiamo smesso di immaginare un futuro migliore.
Luci, suono e musica costruiscono un’atmosfera sospesa, dilatando la percezione del tempo e dando spessore emotivo alla scena (luci di Gabriele Gugliara, drammaturgia musicale di Sergio Beercock). Scene di Petra Trombini, realizzazione di Jesse Gagliardi, costumi di Vito Bartucca, aiuto tecnico Jean-Mathieu Marie.
Like Kiribati – delirio finale non lascia indifferenti e pone una domanda civile urgente: cosa possiamo fare, qui e ora, contro la crisi ecologica?



