Spettacoli

“Le Parole di Pippo” al Piccolo Teatro di Catania

In scena al Piccolo Teatro di Catania “Le parole di Pippo”, spettacolo organizzato da Artelè, diretto e interpretato da Orazio Torrisi e Angelo D’Agosta, e liberamente tratto dalle interviste e gli scritti di questo intellettuale, tutto nostro, barbaramente ucciso nel 1984.
Cento anni fa nasceva a Palazzolo Acreide Giuseppe Fava, giornalista, drammaturgo, pittore.
Pippo, come lo chiamavano affettuosamente gli amici, era un vulcano di idee che, come le tessere di vetro colorato di un caleidoscopio si aggregavano nella sua mente nelle forme più diverse ma tese tutte verso la verità, la giustizia e l’impegno civile.
Trasferitosi dal paese natio a Catania nel 1943 e laureatosi in giurisprudenza, Pippo diventava nel 1952 giornalista professionista, collaborando a testate locali e nazionali.
Nel 1956 venne assunto dall’Espresso sera di cui fu caporedattore fino al 1980 mettendosi in luce specie con le interviste a Calogero Vizzini e Genco Russo.
Intanto cominciava la sua attività di sceneggiatore teatrale e di collaboratore cinematografico.
In seguito Fava si trasferì a Roma, collaborando con Il Tempo e il Corriere della sera finché, nel 1980gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud, dove lavorò con un gruppo di giovani da lui formato, facendone un quotidiano coraggioso per «realizzare giustizia e difendere la Libertà»
«Io ho un concetto etico del giornalismo -scriveva -. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.»
Cosa portò al tramonto di Fava? Certamente il suo dissenso all’installazione della base missilistica di Comiso e il suo forte assenso invece all’arresto del boss Alfio Ferlito; l’arrivo inoltre al giornale di ‘imprenditori’ legati al clan di Santapaola.
Fava venne licenziato nonostante l’occupazione deIla redazione da parte dei giovani giornalisti.
Il Giornale del Sud dovette chiudere i battenti ma Pippo fondava nel 1982 la nuova rivista mensile “I Siciliani” in cui Fava avrebbe denunciato la collusione tra i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” con il clan del boss Nitto Santapaola e la sua piena convinzione dell’enorme «confusione che si fa sul problema della mafia.[…] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”.
Alle ore 21:30 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava veniva ucciso in via dello Stadio con cinque proiettili alla nuca. Il processo che ne seguì volle etichettare in un primo momento il delitto come passionale. In un secondo momento la magistratura resasi conto delle accuse lanciate da Fava procedeva ad una revisione concludendo, nel 1998, il processo denominato “Orsa Maggiore 3” con la condanna all’ergastolo di Santapaola e di Ercolano
“A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”. Questa frase, attorno a cui ruota tutto lo spettacolo, è diventata il simbolo del suo impegno e del suo percorso attraverso le parole e le idee che, pur non essendo create per la scena, prendono corpo attraverso la forma teatrale.
E così Orazio Torrisi e Angelo D’Agosta, al centro del palcoscenico indossando una sorta di camicia bianca volutamente atemporale, intrecciano interviste (ricordiamo quella a Enzo Biagi), editoriali e scritti che rievocano nella nostra memoria gli ultimi decenni (gli anni Settanta e Ottanta) del secolo scorso riconoscendoli come estremamente attuali.
Il collegamento tra documento, dimensione storica e teatro, inoltre, porta facilmente all’elaborazione critica attraverso la consapevolezza da cui dovrebbe scaturire l’impegno civile.
Il modello c’è: un uomo che analizzando la realtà e le oscure dinamiche del potere fortemente e coraggiosamente le ha denunciato senza remore a costo della sua stessa vita.
Attraverso la parola prendono corpo personaggi (Placido Rizzotto, Boris Giuliano, Dalla Chiesa, Calogero Vizzini, Genco Russo…) ed eventi della nostra storia in cui “tutti i dominatori si presentavano come amici, ci davano i loro saperi creando una cultura composita” e di fronte a un’assenza di Stato i potenti “inventarono la mafia per proteggere e proteggersi”.
E non solo la parola scritta. Anche il disegno e la pittura sono intrisi delle stesse problematiche, dell’accusa e del coraggio civile che hanno caratterizzato la vita di Pippo. La mostra “La cultura e il diavolo” ne è testimonianza.
Nella lunga intervista che ci ha voluto concedere Orazio Torrisi esce fuori il desiderio di raccontare il pensiero di Fava a 100 anni dalla sua nascita mettendo insieme e analizzando le sue parole.
“Ho avuto la fortuna di conoscerlo ribatte Torrisi…punto di riferimento della mia vita personale… era davvero un personaggio straordinario oltre a essere un grande giornalista, un grande autore teatrale di uno spirito e una sagacia eccezionale. Era bello passare con lui la giornata non solo per il lavoro, ma anche per godere della vita. Nel suo percorso di drammaturgo c’è stata un’evoluzione tra i primi tempi in cui scriveva con Pippo Baudo…altre cose abbiamo fatto insieme sulle radici del teatro dell’arte…ci si diverte in teatro quando si hanno dentro gli strumenti per codificare ciò che si rappresenta. Divertendosi si riflette molto… il pubblico porta a casa queste parole che sono sempre attuali…il canto di protesta…”
Questo canto che ha intriso la vita di Pippo Fava, questo desiderio di scavare nelle cose continua ancora oggi attraverso la ‘Fondazione Fava’, -diretta dalla figlia Elena da 202 al 2015, anno della sua morte- che di Pippo ha raccolto l’eredità, e continuata dai familiari (e non solo) attraverso un impegno forte e quotidiano.
Solo così le parole di Pippo possono giungere ai giovani e risuonare ancora come premessa di un ricco (speriamo) raccolto.

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

Articoli correlati

Back to top button