Al Teatro Sangiorgi è andata in scena Le Nozze dell’Orso, opera da camera su libretto di Alessandro Idonea e musica di Joe Schittino, ispirata alle commedie L’orso e Una domanda di matrimonio di Anton Čechov.
La regia di Davide Garattini Raimondi costruisce un impianto scenico coerente dall’inizio alla fine. All’avvio della prima e della seconda scena compare un grande orologio le cui lancette scorrono all’indietro. Il tempo torna indietro, alla fine dell’Ottocento. Tuttavia, il messaggio è chiaro: i caratteri umani non cambiano. Avarizia, desiderio di possesso, narcisismo e amori di sé stessi restano immutabili.
Lo sfondo scenografico rimane costante: un bosco di betulle. È l’ambiente simbolico in cui si muovono i personaggi della media borghesia russa, quella classe sociale alla quale aspirò e riuscì ad appartenere lo stesso Čechov. Il suo sguardo resta ironico e umoristico — tratto distintivo dello scrittore russo, maestro non solo del dramma ma anche della commedia.
Ecco allora la vedova inconsolabile, in gramaglie, con una gestualità volutamente esagerata che richiama il cinema muto; ecco l’ipocondriaco, figura caricaturale e nevrotica. La regia riesce così a costruire un racconto continuo e ben strutturato, collegando con coerenza i diversi quadri dell’opera.
Molto curati i costumi, sia maschili sia femminili. Particolarmente suggestivo quello dell’Orso, con copricapo e pelliccia, che contribuisce a rafforzare l’effetto caricaturale del personaggio.
Librettista e compositore si confrontano con due testi di Čechov trasformandoli in una struttura musicale articolata. La musica accompagna costantemente l’azione scenica. In alcuni momenti diventa quasi descrittiva: quando il personaggio afferma «ho il cuore che batte a mille», l’orchestra introduce un ritmo che ricorda il trotto di un cavallo. Il battito cardiaco trova così una corrispondenza nelle percussioni, con pulsazioni irregolari.
Al di là di questi momenti più immediatamente riconoscibili, la partitura si presenta complessa. Vi sono continui cambi di metro e una strumentazione che, dal punto di vista ritmico, richiama la tradizione della scuola europea novecentesca. Sul piano timbrico emergono invece suggestioni francesi, con echi che fanno pensare a Debussy. Non mancano riferimenti al melodramma italiano — si avvertono talvolta reminiscenze pucciniane, soprattutto nel secondo atto — rielaborate però in chiave moderna.
Questi rimandi rendono l’opera particolarmente interessante dal punto di vista musicale. Il tutto è attraversato da una vena ironica che sembra costituire la cifra della scrittura di Schittino. L’ironia percorre la partitura fino alla conclusione: una sorta di risata musicale costruita attraverso contrapposizioni sonore che ricordano il momento in cui l’orchestra accorda prima di iniziare il concerto. I litigi messi in scena si sciolgono così in una risata generale, realizzata in pizzicato.
Si tratta di un’opera che meriterebbe di essere ripresa, pur non essendo probabilmente destinata a un pubblico vasto. Il pubblico presente ha accolto positivamente la prima, anche grazie alla possibilità di seguire il libretto proiettato in alto durante lo spettacolo.
Le voci in scena erano di buon livello: Italo Proferisce (baritono), Lara Rotili e Sofia Janelidze (mezzosoprani nei due atti), Ivan Tanushi (tenore). Sul podio Domenico Famà alla guida dell’Orchestra del Teatro Massimo Bellini.
Il direttore Domenico Famà ha sottolineato la complessità dell’opera. La partitura è frammentata, ricca di effetti timbrici e coloristici, con un uso significativo delle percussioni per delineare la psicologia dei personaggi. Anche la scrittura vocale non segue il modello tradizionale dell’aria operistica: poche arie e molti momenti di recitar cantando, con linee vocali spesso in tensione dissonante con l’orchestra. Si tratta di una scelta tipica del teatro musicale novecentesco, ma qui portata a un ulteriore livello di sperimentazione.
«È stato un privilegio e un onore dirigere l’orchestra nella mia città», ha dichiarato Famà, sottolineando anche l’impegno necessario per affrontare una partitura tanto articolata.
Il librettista Alessandro Idonea ha ricordato come l’operazione sia stata particolarmente complessa. Il libretto d’opera richiede infatti una struttura molto diversa rispetto al teatro di prosa. I testi di Čechov sono stati quindi rielaborati per adattarsi alla forma musicale: un prologo, otto scene e un epilogo. La scrittura ha dovuto tenere conto delle esigenze della musica, come la presenza di rime, ripetizioni e strutture metriche funzionali alla composizione.
L’opera nasce da una commissione del Teatro Massimo Bellini, nell’ambito del progetto dell’ente lirico volto a proporre nuove opere contemporanee. Il sovrintendente Giovanni Cultrera e il direttore artistico Fabrizio Carminati hanno affidato a Schittino e Idonea il compito di trasformare i due testi cechoviani in una nuova creazione operistica.
Schittino è un compositore già affermato, autore di altre opere. In questa partitura conferma la propria solidità tecnica e una scrittura musicale molto personale. Tuttavia, proprio la complessità della partitura e il linguaggio musicale, vicino alla contemporaneità, possono risultare meno immediati per il pubblico abituato al repertorio operistico tradizionale.
La messinscena è stata anche una sfida organizzativa per il Teatro Massimo Bellini, impegnato negli stessi giorni in un’altra importante produzione. Le squadre tecniche sono state divise per lavorare contemporaneamente nei due teatri, il Bellini e il Sangiorgi. Un impegno notevole, che ha richiesto anche rinforzi orchestrali, tra cui il ritorno temporaneo del primo violino Imperato.
Nel complesso si può parlare di una produzione di buon livello, capace di affrontare una partitura difficile e di portare in scena un’opera contemporanea complessa, dove ironia e tragicomico si intrecciano continuamente. I personaggi, costruiti come archetipi, oscillano tra reazioni emotive esagerate e caricature psicologiche, rimanendo fedeli allo spirito di Čechov.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi
