Aprile 19, 2026 07:56

Davide Gianmaria Aricò

Writer & Blogger

La normalità del disastro annunciato

La Sicilia è piena di mappe nate per misurare e governare il rischio idrogeologico eppure, nella pratica amministrativa, quelle mappe finiscono spesso per contare davvero soltanto quando diventano fatti di cronaca. È un paradosso caro, perché qui il rischio non arriva come se fosse sconosciuto: ha coordinate, relazioni tecniche, perimetrazioni precedenti. Niscemi è finita nelle notizie perché la frana si è vista, ma la questione è più semplice e più scomoda: ci si muove con decisione soprattutto quando il problema è già esploso, mentre prima, quando si potrebbe lavorare con calma, tutto viene ignorato, si diluisce, si perde. Non è in discussione l’utilità di intervenire, è in discussione l’abitudine a farlo tardi, come se la prevenzione fosse un’aggiunta e non la base. Il dissesto, in Sicilia, non è casuale, si concentra in zone e situazioni che chi amministra conosce bene. Sul versante ionico del Messinese i bacini sono brevi e ripidi, l’acqua scende in fretta, si porta dietro detrito, trova strozzature, attraversamenti mal tenuti, canaloni trascurati, e in poche ore un temporale può diventare un fronte di fango. In quell’area la lista dei luoghi è ormai nota, Messina con le frazioni collinari, Giampilieri, Scaletta Zanclea, Itala, e il punto non è la pioggia in sé, è ciò che viene lasciato andare anno dopo anno, il reticolo minore, le opere piccole, le scarpate, i tombini, le tombature, tutto ciò che non fa notizia finché non cede. Scendendo verso la Piana di Catania e il bacino del Simeto il quadro cambia: qui contano l’impermeabilizzazione del suolo, l’espansione urbana e periurbana, l’età delle opere e la tenuta della rete idraulica, contano i passaggi che devono restare liberi e funzionare sempre, non soltanto quando ci si ricorda di controllarli. Sono aree che nelle mappe di pericolosità e rischio vengono trattate come tali, e questo dovrebbe bastare a spostare il discorso dalla sorpresa alla gestione. Nelle città la fragilità si sente ancora di più, perché spesso non serve l’esondazione da manuale per creare danni, basta una pioggia intensa, una rete di smaltimento al limite, un sottopasso, un punto basso che tutti conoscono, un corso d’acqua minore ridotto a problema secondario. Catania e Palermo, con le rispettive cinture costiere, mostrano bene questo meccanismo: i punti critici non nascono oggi, è la continuità che manca, e quando manca la continuità, la sorpresa diventa una posa. Nell’interno, fra argille e versanti che reagiscono alle piogge prolungate con movimenti lenti e riattivazioni, la frana non arriva come un colpo secco, spesso si annuncia, e proprio perché è prevedibile dovrebbe imporre una scelta chiara, manutenzione, regole applicate, limitazioni dove servono, delocalizzazioni quando non c’è alternativa; invece, il rinvio è comodo, finché non diventa una situazione difficilmente gestibile. Sotto tutto questo c’è un rischio che non si vede nelle foto e raramente finisce in prima pagina, ma pesa sul lungo periodo: l’acqua sotterranea. Le falde in Sicilia sono una riserva fragile e, lungo molte coste, possono soffrire anche di salinizzazione, quando la ricarica diminuisce e i prelievi aumentano, l’acqua marina può risalire nel sottosuolo e compromettere i pozzi. È un danno lento, spesso scoperto tardi, e rientra con fatica. In questa stessa logica rientra anche la gestione dei rifiuti e, più in generale, la tenuta del ciclo ambientale: ciò che resta sul suolo, ciò che viene gestito male, ciò che finisce in siti impropri o perde percolato, prima o poi entra in contatto con l’acqua, e quando la contaminazione si insinua non fa rumore, si stratifica. Qui non serve trasformare ogni frase in un’accusa, basta restare su criteri verificabili: tracciabilità, controlli continui, impianti che funzionano davvero, dati leggibili, depurazione e gestione che non vivano a colpi di provvedimenti tampone, perché senza trasparenza “bonifica” resta una parola comoda e poco efficace. A completare il quadro c’è la siccità, che in Sicilia non è un intermezzo stagionale ma un rischio strutturale, e spesso è il più grave proprio perché non esplode, consuma. Svuota invasi, abbassa falde, spinge la salinità nelle zone costiere, inaridisce i suoli, rende intermittente la vita quotidiana e abitua al razionamento come se fosse normale. Anche qui la risposta tende a essere reattiva, autobotti, turnazioni, ordinanze, mentre le misure vere sono note e concrete: ridurre le perdite delle reti obsolete con programmi misurabili e verificabili, governare invasi e interconnessioni con regole chiare, proteggere le falde come infrastruttura strategica con monitoraggi regolari di livelli e qualità, impedire che l’urgenza diventi un lasciapassare per prelievi fuori controllo, investire sul riuso delle acque depurate dove tecnicamente possibile, mantenere opere e strumenti operativi in modo continuo. La siccità non si risolve con un annuncio, si governa con disciplina e continuità. Dentro questa cornice, Niscemi resta un simbolo per un motivo molto concreto: la memoria corta. In molti territori si avviano controlli, si spendono risorse, si promettono presidi, poi l’urgenza passa e tutto si spegne, e quando il problema torna si ricomincia daccapo, con costi maggiori e margini minori. Sullo sfondo c’è l’estremizzazione del clima, con periodi lunghi di sete e episodi violenti che arrivano su suoli più fragili, reti più stanche, versanti più stressati, alternanze che non inventano i problemi ma li rendono più probabili e più costosi. E siccome la Sicilia, oltre all’idrogeologico, convive con rischio sismico soprattutto a est e sud est, con sistemi vulcanici attivi come Etna ed Eolie, e lungo la costa con scenari rari ma reali legati a terremoti e frane sottomarine, la prevenzione non può funzionare a stagioni né a ondate di attenzione. Resta una domanda semplice e pratica: prima che arrivi l’emergenza, questa macchina operativa come si muove concretamente, chi la tiene accesa, quali atti la sostengono, quali controlli funzionano davvero, con quale continuità, e chi può garantire che non si spenga di nuovo appena la cronaca cambierà pagina?

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