Con il fiato sospeso per tutta la durata della rappresentazione il pubblico del Piccolo Teatro di Catania: non un solo sospiro o un colpo di tosse prima dell’infinito e liberatorio applauso finale. La pièce, scritta e impeccabilmente diretta da Claudio Fava, si avvale della coinvolgente interpretazione di Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis, che si muovono sulla scenografia di Vincenzo La Mendola insieme al muto coro dei desaparecidos. Una storia di ieri che impedisce di voltarsi dall’altra parte riguardo ai fatti odierni.
Lacerante, così come dev’essere la tragedia, quella che i greci antichi avevano inventato per confrontarsi con gli orrori della violenza – poteva esser soltanto narrata, mai mostrata – e metter ordine nel magmatico intreccio che caratterizza l’Uomo, tra dilemmi etici e moti d’odio e d’amore, tra credenze e follia, sogni e delusioni, identità e bugie, miseria morale e umanità.
Perché mettere in scena una tragedia, porla sotto gli occhi di tutti, spingeva a ragionare, impedendo di commettere, nuovamente, gli errori del passato.
Lacerante e illuminante è dunque “La firma”, che, scritto e diretto da Claudio Fava e interpretato da Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis sulla scenografia di Vincenzo La Mendola, dopo il debutto nazionale ad Ancona e rappresentazioni a Siracusa, ha conquistato il pubblico del Piccolo Teatro della Città di Catania: non un solo sospiro o un colpo di tosse prima dell’infinito e liberatorio applauso finale.

La vicenda si sviluppa nel parlatorio di un carcere e soltanto con il procedere della narrazione, quando cominciano a moltiplicarsi in maniera angosciante le foto dei desaparecidos proiettate sul fondale – ogni tragedia ha il suo coro, sia pur immobile e silenzioso, come in questo caso -, si comprende che si stanno rievocando gli anni seguenti al ritorno della democrazia in Argentina, dopo sette anni segnati da una terribile dittatura militare.
Il nuovo governo, liberamente eletto, istruì più di duemila processi per individuare i responsabili della strage di trentamila dissidenti nella guera sucia, sudicia: il regime militare ti portava in carcere per un nonnulla, a subire torture d’ogni genere. I più fortunati, tra i desaparecidos, furono uccisi nei vuelos de la muerte, lanciati da aerei nell’Atlantico dopo una coltellata al ventre, perché il sangue attirasse gli squali, che li avrebbero divorati. Le donne venivano stuprate e, se incinte, prima di ucciderle si attendeva il parto, così da impossessarsi dei neonati, poi consegnati a famiglie vicine al regime.
Teresa, la protagonista della pièce, scopre d’esser stata una di quei bambini soltanto dopo l’imprevisto arresto di quello che ha sempre considerato suo padre, un colonnello “anziano, elegante, malinconico”. E la firma del titolo è quella che i giudici le chiedono su una dichiarazione in cui lo disconosce come genitore.
Così, Teresa va a cercare il padre in carcere, per chiedergli conto delle tante “bugie a fin di bene”, per parlare della madre scomparsa e soprattutto per sapere qualcosa di più dei suoi veri genitori. Ma prima consegna al detenuto gli oggetti che lo caratterizzano: un orologio, un pettine, un profumo e un libro del fascista Ezra Pound, che stava sul suo comodino al momento dell’arresto.
Il dialogo che segue è potentissimo: Federica De Benedittis sfodera una straordinaria mimica, frutto anche di una evidente partecipazione emotiva che la fa commuovere fino alle lacrime, e che rende impossibile distogliere lo sguardo dall’orrore.
A farle da eco, l’apparente distacco del Colonnello, interpretato da Ninni Bruschetta, e le battute del dialogo folgorano la scena come accecanti saette: “Non ho mai ucciso nessuno. Io ho scelto la vita: per te e per me”; “Hanno sempre scelto gli altri, per me”; “Lo sapevano tutti delle stragi, delle violenze”; “Ti sembra un Paese migliorato?”; “Sei un assassino”; “Tu non conosci la fatica di fingere!”; “Mi hai fatto credere in una vita che non era la mia!”.

Fa riflettere la rievocazione dei giorni esaltanti della finale dei Mondiali di calcio del 1978, vinta dalla nazionale argentina e che aveva, temporaneamente, cancellato i rigurgiti di ribellione del popolo: “È sempre andata così, basta poco alla gente… questo Paese ha il fiato falso di una puttana, non merita amore”.
L’angoscia della figlia porta il Colonnello a confessarsi: “Lo abbiamo sempre fatto di ammazzarci tra di noi… per il Paese, la Fede, il Potere… mai misericordioso con gli sconfitti”.
E mentre sullo sfondo le centocinquanta foto dei desaparecidos formano un angosciante puzzle, Teresa si sistema accanto a loro, vittima tra le vittime, concludendo: “Io ti odio, papà. Ma non so che farmene della tua condanna. Mi riprendo la mia vita!”.
Grazie alla potenza della recitazione dei due protagonisti e a una regia essenziale ma impeccabile, come la scenografia, per tutta la durata della rappresentazione gli spettatori rimangono col fiato sospeso, travolti da un autentico turbine di emozioni e pensieri sull’angosciante attualità di vicende come quelle narrate. Come non pensare agli Epstein files, alle stragi di uomini, donne e bambini, agli scontri tra ogni tipo di militari e militanti, alle strategie della tensione e alle guerre lampo, alle opinioni spacciate per verità assolute e a qualunque genere di menzogna “a fin di bene”.

Ecco perché l’applauso finale del pubblico non è di liberazione, quanto piuttosto di gratitudine: questo lavoro teatrale permette di acquistare consapevolezza perché raccontando una storia di ieri, ci impedisce di voltarsi dall’altra parte riguardo ai fatti odierni.
In attesa di leggere il libro di Claudio Fava “Non ti fidare”, da cui è stata tratta la pièce e che uscirà a giorni, “La firma” sarebbe un eccellente strumento per strappar via i giovani – ma non solo – dal mondo vacuo e assordante dei social e metterli di fronte alla complessità di un universo umano e a problemi che non potranno certo esser risolti da una app o dall’Intelligenza artificiale.
