Al Piccolo Teatro della Città è andato in scena “Io. Una corsa infinita” di Costanza Di Quattro, regia di Cinzia Maccagnano, con Alessandra Salamida e le musiche di Mario Incudine, costumi di Monica Mancini. La produzione è del Teatro della Città – Nutrimenti Terrestri.
Lo spettacolo, già presentato in diversi teatri siciliani dopo la prima nazionale al Tindari Festival, prosegue il suo percorso proponendo una rilettura contemporanea del mito di Io, la sacerdotessa amata da Zeus che scatena la gelosia della dea Era; trasformata in giovenca, è condannata a una fuga incessante per mari e monti, inseguita da un tafano, fino alla liberazione finale in Egitto. È da lei che, secondo la leggenda, prende il nome il Mar Ionio.
Raccontando il mito di Io, lo spettacolo attinge al classico: i lamenti vocalizzati sin dalla prima scena richiamano le antiche tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide. Il suono della lingua greca antica risuona a tratti, riportando alla mente gli studi liceali e creando una suggestione immediata.
Ma la drammaturgia ideata da Costanza Di Quattro va oltre e, ai miei occhi, appare sorprendentemente moderna, tanto vicina all’esperienza quotidiana che lo spettacolo si potrebbe definire — mi si perdoni l’espressione — un “apologo dell’amante”. Il testo indaga infatti la condizione di una donna innamorata di un uomo già legato a un’altra, costretta a sfuggire alla gelosia e alla rabbia della moglie legittima. La vicenda di Io si riduce così a una dinamica sentimentale riconoscibile e profondamente umana: i sentimenti messi in scena appaiono lontani dalla distanza del mito e vicini all’esperienza comune.
La convincente prova di Alessandra Salamida regge l’intero monologo e dà corpo alla sacerdotessa che, pur votata alla castità, si abbandona all’amore e scivola negli abissi del piacere, mentre il suo Zeus, celato da una nube, accompagna il desiderio. In scena l’attrice si muove, danza o si sdraia su una cassapanca decorata con un’immagine di forte simbolismo erotico e mitologico, elemento che arricchisce la scenografia. Suggestiva anche l’idea di rappresentare Argo dai cento occhi attraverso biglie illuminate, con un effetto visivo memorabile.
La musica composta da Mario Incudine risulta fondamentale: accompagna e amplifica la psicologia di Io e la sua metamorfosi da giovinetta in giovenca. La fuga, la solitudine, la marginalità emotiva e la corsa infinita diventano passaggi musicali scanditi da ritmi e melodie, tra cui anche un sirtaki che sottolinea la corporeità della trasformazione. Nel finale Io canta una canzone intensa e liberatoria: approdata in Egitto, ormai trasformata e consapevole, danza con un costume orientale che racconta la sua nuova identità.
Foto di Dino Stornello
