È in scena a Sala Futura “O di uno o di Nessuno” di Luigi Pirandello. Spazio di scenico Luca Mannino, regia e adattamento di Fabrizio Falco; con Giovanni Alfieri, Federica D’Angelo, Fabrizio Falco, Giancarlo Latina. Produzione Teatro Libero Palermo.
La pièce in scena -tratta dall’omonima novella del grande drammaturgo agrigentino, esponente italiano del relativismo come simbolo dell’esistenza- fu scritta nel 1911 e in seguito inserita nella raccolta ‘Novelle per un anno’.
Nel 1929 fu riadattata per il teatro diventando una commedia in tre atti, rappresentata per la prima volta al Teatro di Torino il 4 novembre 1929.
La data è interessante.
La crisi del 1929, infatti, insieme all’inflazione, ai gravi problemi politici legati al Trattato di Versailles, alla caduta dell’impero e alla minaccia incombente del nazismo aveva messo a dura prova la Repubblica di Weimar (1919-1933), quel tentativo liberal-costituzionale che si sarebbe chiuso con la morte di Hinderburg e il cancellierato hitleriano.
Il clima creato da Walter Gropius e dal ‘suo’ Bauhaus, da Kurt Weil e da Bertolt Brecht aveva certamente avuto il suo ruolo nel pensiero pirandelliano.
L’influenza dell’ambiente è indubitabile: la tragedia era alle porte.
Con “Questa sera si recita a soggetto” degli stessi anni si giungerà alla destrutturazione totale, con la frantumazione di ruoli, linguaggi e soluzioni sceniche.
Se nella produzione pirandelliana si intravede un’accusa contro la dittatura, ci si domanda come si coniuga con l’ambivalente rapporto dell’autore con il fascismo cui aveva già aderito dal 1924?
L’adesione al regime nel 1924 poteva essere coerente, in un certo senso, con il disprezzo del figlio di un ex garibaldino nei confronti della classe politica ‘liberale’ non all’altezza delle istanze risorgimentali.
Oppure Pirandello trovava nel fascismo l’ideologia politica più aderente al suo pensiero (“Io sono fascista perché credo soltanto nella creatività dei singoli e non in quella delle masse”) sullo sfondo provinciale e borghese di una narrativa, pervasa da un’inquietudine nuova, dall’ansia dell’uomo che invano cerca di ribellarsi agli schemi della vita per essere soltanto sé stesso e non ‘maschera’.
Anche il suo teatro si muove dapprima sulle orme della commedia borghese, di cui accetta i canoni per piegarli tuttavia al nuovo contenuto con tratti di umorismo a volte grottesco.
Il suo teatro utilizzava gli spunti della sperimentazione europea (non escluso il teatro futurista), influenzando, al contempo, la drammaturgia posteriore.
Sono elementi, questi, che traspaiono in questo lavoro, poco conosciuto che vede sul palcoscenico sostanzialmente tre protagonisti con pochi personaggi di contorno.
Il titolo potrebbe sembrare a prima vista (con i tempi che corrono) una minaccia di femminicidio, ma tutt’altro si presenterà allo spettatore.
Tito Morena e Carlino Santi, compagni di studi, avevano diviso la loro camera e una prostituta, Melina, di buon accordo e con il beneplacito della giovane.
Trasferitisi a Roma come segretari ministeriali, ben presto si rendono conto di non avere le basi economiche necessarie per potersi costruire una famiglia.
A questo punto nasce l’idea di invitare Melina a trasferirsi nella Capitale per riproporre l’antico triangolo.
Melina accetta e per due anni il sistema funziona finché…non resta incinta e non si sa chi sia il padre.
L’equilibrio e l’armonia della ragione si rompono e i sentimenti ‘patriarcali” di proprietà, che provengono non dalla natura ma dalla società, trasformano l’amicizia in odio reciproco: “E avvertirono – così recita la novella- un sordo astio, un’agra amarezza di rancore, non propriamente contro la donna, ma contro il corpo di lei che, nell’incoscienza dell’abbandono, aveva evidentemente dovuto prendersi più dell’uno che dell’altro. Non gelosia, perché il tradimento non era voluto. Il tradimento era della natura”.
Ma una donna si può dividere, un figlio no.
E la volontà della donna dove la mettiamo? Il suo improvviso e innato senso di maternità? “né Melina tentò minimamente d’indurre l’uno o l’altro a credere che il padre fosse lui”
Capovolgendo tutti i canoni della società borghese, la donna si ribella alla prevaricazione degli uomini e urla la sua ferma volontà di tenere il bambino, il suo tenace impegno, la sua autodeterminazione.
Affronta così il parto e dopo un’ultima dichiarazione in cui esprime l’ostinata risoluzione di volere il figlio, contro il parere dei ‘due padri’ incapaci di empatia, muore.
«Di fronte abbiamo un maschile in balia di valori sbagliati», osserva Falco, «che strizza l’occhio all’uomo forte, incapace di empatia, prigioniero di un’idea di potere che si esercita soprattutto sul corpo e sui desideri della donna… È un testo di cento anni fa che parla con vigore al presente».
Pirandello con questo “piccolo gioiello da scoprire”, mette già in mostra tutti quegli aspetti della sua drammaturgia che hanno lasciato un’eco profonda arrivando fino ai giorni nostri.
Foto di Giulia Mastellone
