Il silenzio degli dei e la principessa smarrita. Perché non è bastata la bellezza dei Templi a salvare Agrigento?

C’era una volta Agrigento, città di dèi e di uomini, di templi che si stagliavano come colonne eterne contro il cielo mediterraneo. La Valle dei Templi, patrimonio dell’umanità, sembrava custodire un incanto capace di proteggere la città da ogni caduta. Eppure, come nelle fiabe in cui il castello dorato cela stanze vuote e corridoi polverosi, l’incanto non ha funzionato. I templi hanno vegliato, ma non hanno salvato. Zeus, rimasto immobile nel suo sacrario, non ha scagliato alcuna freccia risolutiva.
Agrigento, proclamata Capitale Italiana della Cultura 2025, avrebbe dovuto trasformarsi in regina del Mediterraneo, ma si è ritrovata principessa smarrita, circondata da carrozze burocratiche che si sono rivelate zucche sgonfie. I fondi pubblici sono piovuti come monete d’oro nelle fiabe, ma si sono dissolti in eventi mancati, musei chiusi, cartelloni improvvisati. La città che diede i natali a Pirandello e ispirò Sciascia e Tomasi di Lampedusa ha visto la sua corona scivolare tra le mani, lasciando dietro di sé il sapore amaro di un’occasione perduta. Un tempo, da tutta la Sicilia, da ogni parte d’Italia e anche dall’estero accorrevano numerose scolaresche, famiglie e flotte di turisti ad ammirare le sue bellezze, ma nell’anno 2025, scoraggiati si sono diretti verso altre mete.
Così Agrigento, che avrebbe potuto raccontarsi al mondo con la voce dei suoi scrittori e la pietra dei suoi templi, si ritrova oggi protagonista di una parabola malinconica: la fiaba di una città che aveva tutto per brillare, ma che ha preferito restare addormentata sotto il peso delle proprie incertezze. Secondo l’indagine Qualità della Vita 2025, promossa da ItaliaOggi e Ital Communications, Agrigento si trova, tra le province italiane, tra gli ultimi posti della classifica; esattamente è al numero 103 su 107. E se è in buona posizione per quanto riguarda l’Ambiente (401 punti su 1000) e per Reati e sicurezza (634), non così per la Salute (277), per il Turismo e cultura (165), per l’Istruzione (158), per il Reddito e ricchezza (142), per Affari e lavoro (140).
A tutto questo si è aggiunto, com’è noto, l’intervento della Corte dei Conti che ha bocciato Agrigento capitale della cultura 2025.
Flop del turismo, presenze identiche al passato, un concerto affidato a “Il Volo” ad agosto, con gli spettatori obbligati a cappotti e piumini” e mandato in onda a Natale, il cartello sbagliato con due strafalcioni, e tanto altro. In questi giorni, su tutti i quotidiani nazionali, da “La Stampa a “Il Corriere della Sera, da “La Repubblica” a “Il Fatto Quotidiano”, vengono elencati i fallimenti registrati ad Agrigento, nonostante le spese stratosferiche.
La Corte dei Conti elenca punto per punto gli errori e le falle, sottolineando i “rilevanti profili d’incertezza”, i “significativi profili di confusione”, i “rilevanti ritardi nella rendicontazione”, mentre “non sussiste alcuna evidenza istruttoria positiva sul coordinamento delle attività”, “nell’organizzazione” o “nella verifica della congruità dei costi”. “L’andamento della riscossione dell’imposta di soggiorno — scrivono i giudici Salvatore Pilato e Giuseppe Di Prima — ha segnato percentuali tendenzialmente raffrontabili con quelle degli anni anteriori, senza il conseguimento dell’incremento percentuale espresso nei dati previsionali dell’iniziativa”. In sintesi, i 12,7 milioni di fondi pubblici, in buona parte regionali, dirottati sulla città di Agrigento per mostre, visite ed eventi non sono serviti a niente.
Per risalire la china, scrive Laura Anello su “La Stampa”, “ci vorrebbe che Zeus venisse fuori dal suo sacrario nella Valle dei Templi e scagliasse un fulmine risolutore”.
Anche noi già da mesi, sia sul Qds, sia su Sikelian, avevamo segnalato incompetenze e ritardi poiché, in realtà, già fin dalle battute iniziali e dai primi eventi di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, erano emersi, da parte di tanti, dubbi e perplessità sull’effettiva capacità organizzativa dell’evento.
Evidenti le lacune nei settori strategici: infopoint, parcheggi, trasporti urbani, infrastrutture, viabilità e forniture idriche, decoro urbano e illuminazione pubblica.
Anche ilprogramma culturale appariva lacunoso per una città che aveva dato i natali o ispirato autori quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e che vantava il meraviglioso parco archeologico, patrimonio dell’umanità, della Valle dei Templi. Alcuni degli eventi erano in ritardo, come la mostra “Agrigento e i Chiaramonte”, che doveva essere inaugurata a gennaio e che ancora a marzo non era stata aperta, i laboratori di Banksy Humanity Collection e dell’artista cipriota Efy Spyro, previsti da gennaio, ma mai partiti. In programmazione risultavano alcuni eventi già esistenti, come la Sagra del Mandorlo in Fiore, il FestiValle, il Carnevale di Sciacca e la Festa di San Calogero che avrebbero avuto luogo indipendentemente dal titolo di Capitale della Cultura.
Non meno preoccupante la gestione della Fondazione Agrigento Capitale della Cultura 2025, che ancora, nonostante i cambiamenti al vertice, non disponeva di una sede operativa stabile, né di un personale adeguato. La nuova presidente, Maria Teresa Cucinotta, aveva ammesso le difficoltà incontrate e aveva promesso che le proposte di associazioni e sponsor sarebbero state vagliate attentamente.
E, intanto, quasi tutti i musei cittadini restavano chiusi. In particolare, il museo ospitato nel Monastero di Santo Spirito soffriva di una grave mancanza di personale: non vi erano custodi nelle sale, né una guida per accompagnare i visitatori, che ricevevano in ingresso una fotocopia che avrebbe dovrebbe orientarli nella visita e nulla più. Questo rendeva quasi impossibile una fruizione completa delle opere esposte e riduceva l’attrattiva per i turisti. La questione non riguardava solo questi due spazi. Anche altri piccoli musei, come l’antiquarium dei Padri Liguorini, gli spazi espositivi di Santa Caterina e Santa Maria dei Greci, rimanevano spesso fuori dai circuiti ufficiali, con aperture sporadiche e difficoltà gestionali.
La sensazione generale era che Agrigento non fosse pronta a gestire il ruolo di capitale della Cultura in assenza di una progettualità adeguata, in mancanza di un programma di comunicazione e con una Fondazione, “Agrigento 2025”, costituitasi con grande ritardo per organizzare e promuovere l’evento.
Doveva essere il trampolino di rilancio di Agrigento, ma non è stato così perché e è mancata una visione d’insieme e sono stati spesi oltre 4 milioni di fondi pubblici, mentre i privati si sono tenuti alla larga da un carrozzone sfondato.
Agrigento, che avrebbe dovuto consacrarsi come polo culturale del Mediterraneo, rischia di essere ricordata come un’occasione perduta con un grave danno d’immagine per Agrigento e per la Sicilia tutta.
La missione strategica, fondata su una visione culturale e infrastrutturale con orizzonte almeno fino al 2028, è stata smentita dai fatti e ora è al vaglio della Corte dei Conti.



