Avete presente il varietà televisivo Studio Uno, mandato in onda negli anni Sessanta dalla Rai? È proprio a quel tipo di spirito musicale — insieme alla tradizione delle commedie musicali italiane di Garinei e Giovannini — che sembra ispirarsi “Il quinto moschettiere”, opera contemporanea commissionata dal Teatro Massimo Bellini e presentata in prima esecuzione assoluta al Teatro Sangiorgi.
Con musica di Matteo Musumeci e libretto di Vincenzo De Vivo, entrambi efficaci nei rispettivi ruoli, l’opera si articola in un prologo, otto scene e un epilogo. Tale struttura contribuisce a rendere più dinamico il racconto, mentre il linguaggio musicale, lontano da sperimentalismi, rimane accessibile, immediato e comunicativo, in forte continuità con la tradizione del melodramma italiano.
In linea con questa stessa tradizione — che già nell’Ottocento prediligeva intrecci ricchi e articolati — anche la trama risulta piuttosto complessa e, senza la possibilità di seguire il libretto durante la rappresentazione, può talvolta risultare difficile orientarsi pienamente nello sviluppo della vicenda che, ambientata in Francia al tempo di Richelieu, presenta vaghi richiami alla Rivoluzione francese e introduce un’eroina che, nella finzione librettistica, è indicata come bisavola della celebre Lady Oscar, anch’essa figura interamente immaginaria.
Tutti gli interpreti si sono distinti: il mezzosoprano Albane Carrère, il tenore Ivan Tanushi, il baritono Italo Proferisce e il basso Ugo Guagliardo. In particolare Carrère ha dominato la scena per presenza teatrale ed efficacia espressiva; in diverse scene sembrava richiamare, nelle posture e nelle movenze, l’iconografia tradizionale di Giovanna d’Arco.
La regia di Davide Garattini Raimondi, con l’aiuto di Anna Aiello, ha offerto soluzioni visive efficaci, valorizzate dall’uso suggestivo delle proiezioni e delle candele accese (scene e luci di Paolo Vitali). Memorabile la vetrata di cattedrale nella terza scena, durante il “Miserere mei” del coro (diretto da Massimo Fiocchi Malaspina), uno dei momenti più intensi dello spettacolo.
L’Orchestra, diretta da Domenico Schiano Lo Moriello e composta da circa venticinque elementi, ha mostrato una notevole ricchezza timbrica. La presenza di una sezione ritmica — pianoforte, batteria, basso e chitarra — conferiva energia alle scene d’azione e rendeva particolarmente vivaci i duelli.
La scrittura musicale, basata su ritornelli riconoscibili, si imprime con facilità nella memoria. Numerosi i rimandi stilistici, dal valzer allo swing, fino a suggestioni che richiamano Gershwin e Carosone, in un gioco di citazioni piacevole e dilettevole.
Nonostante il titolo, l’opera “Il quinto moschettiere” non è realmente centrata sulle avventure di Athos, Porthos ed Aramis e del lontano D’Artagnan. Il vero nucleo drammaturgico è la figura del protagonista nascosto: una donna che si finge paggio e che, una volta rivelata la propria identità femminile, viene dapprima respinta e infine accettata come pari. Il tema diventa così quello dell’identità e della costruzione del mito: chi scrive la storia, chi resta ai margini e chi diventa eroe.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi






