Politically incorrect

Il Lupo perde il pelo ma non il vizio. Il caso Cuffaro

Dall’ultima indagine della Procura di Palermo – che ha chiesto gli arresti domiciliari per Totò Cuffaro e altri 17 indagati eccellenti, tra cui Saverio Romano, emerge un quadro, se verrà confermato, a tinte fosche che, per i pm, è “rappresentativo dell’attualissimo potere di influenza e di ingerenza del Cuffaro nella gestione strategica dei posti di maggiore responsabilità nel mondo della sanità regionale”. Certamente, nella giustizia italiana vige il principio di presunzione di non colpevolezza, ragion per cui Cuffaro, per chi scrive, è considerato innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata con una sentenza definitiva, dopo aver esaurito tutti i gradi di giudizio. Dalle intercettazioni emerge, però, che nella villa di Cuffaro ci andavano in tanti, imprenditori, politici, faccendieri; qualcuno lo convocava lui, come nel caso dell’assessore regionale colpevole di intralciare il lavoro di un “suo fedelissimo”, che ascoltava la conversazione nascosto in una stanza limitrofa. “Non hai capito! – lo ammoniva Cuffaro. Se tu non torni indietro… ti rompo i cogl… su tutto. Tu non l’hai capito, te lo stai cercando”, urla l’ex governatore al componente della giunta di Renato Schifani. È anche alla luce di queste conversazioni che la procura accusa Cuffaro di essere a capo di un comitato d’affari occulto che ruoterebbe intorno a un presunto sistema di appalti pilotati nella sanità e assunzioni di soggetti segnalati dall’ex governatore e dai suoi sodali. Favorire i suoi candidati, sostiene Cuffaro intercettato, “non serve solo a fare bene al pubblico… serve anche a fare bene a Democrazia Cristiana cioè il suo nuovo vecchio partito” e, forse, a farlo eleggere di nuovo presidente della regione. Agli amici confidava che oltre Siracusa c’erano altre strutture dove “noi abbiamo la golden share … come Villa Sofia e Enna”.

 I pm scrivonono di una associazione criminale in grado di “infiltrarsi e incidere sulle attività di indirizzo politico-amministrativo della regione e catalizzare il consenso elettorale del maggior numero di cittadini”. Al centro dell’attività del comitato d’affari nomine di dirigenti e funzionari pubblici e regionali negli enti e apparati amministrativi di maggior rilievo in settori nevralgici come sanità, appalti e opere pubbliche. 

L’indagine della Procura di Palermo sull’ex presidente della Regione racconta la Sicilia di sempre. Se le accuse di corruzione andranno provate in tribunale, lo sfondo su cui le vicende si sviluppano non necessita di una sentenza definitiva; accostarsi al potere resta per molti il modo migliore per tagliare un traguardo in barba a un sistema sanitario che non funziona, con interminabili liste di attesa per i comuni mortali.

Al di là dell’innocenza o della colpevolezza degli indagati, di cui si occuperà la magistratura, emergono due ordini di problemi. Da un lato, la scarsa moralità e qualità della classe politica e lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati i quali, sempre più spesso, decidono di non andare a votare, non riconoscendosi più in coloro che, anziché lavorare per il bene collettivo, brigano per i propri interessi personali o per quelli della propria famiglia o consorteria. Dall’altro lato, al centro del dibattito è la questione della corruzione, elevata a sistema politico. Per usare il termine coniato da Edward Banfield nel suo lavoro, The Moral Basis of a Backward Society, si tratta di “familismo amorale” cioè quella assenza di valori che porta alla ricerca di massimizzare un vantaggio materiale e immediato per sé e per la propria cerchia familiare o di fiducia, brigando per la conquista d’un appalto, di un posto di lavoro, di un incarico rilevante nel mondo imprenditoriale, politico, accademico.

In tanti – intellettuali, giuristi, economisti – hanno sottolineato la piaga della corruzione, l’uccisione della sana competizione, il decadimento morale della classe politica, disposta a vendersi al miglior offerente, e la prassi del trasformismo. 

Una “piaga” enorme poiché “la corruzione – come sosteneva Sandro Pertini – è una nemica della Repubblica e i corrotti vanno perseguiti”.

Sul fenomeno della corruzione sono apparsi, negli ultimi tempi, una serie di studi volti a sottolineare sia la complessità del fenomeno, sia le conseguenze economico-sociali degli atti corruttivi e dell’illegalità diffusa. Partendo dalla considerazione che l’atto di corruzione distrugge le regole morali e le regole/leggi amministrative, nell’immaginario comune, il termine corruzione rimanda all’idea di malcostume, di vizio, di illegalità, di decadimento morale, politico e sociale.

A ragion veduta, parecchi economisti – da Fitoussi ad Amartya Sen, da Stiglitz  a Malem Sena – sostengono che l’attenuarsi del rapporto tra moralità e politica, tra etica ed economia sia dovuto all’affievolirsi della democrazia e all’accrescersi della corruzione. Si tratta di due fenomeni diversi ma strettamente interconnessi. La corruzione, ormai diffusa, ha come condizione preliminare il declino della democrazia partecipata e quindi la scomparsa, nella coscienza delle persone, del concetto di interesse generale. L’effetto è il sovrastare degli interessi particolari, delle lobby politiche ed economiche, delle clientele regionali, dei singoli e del loro cerchio parentale.
Gli atti di corruzione, come scrive Jorge Malem Sena, sono collegati all’aspettativa di ottenere un beneficio extra, che può essere di carattere economico, politico, professionale, etc.

Per alcuni versi più articolata è la definizione di Barbara Huber: la corruzione è un deterioramento nel processo decisionale in cui il decisore (in una impresa privata o nel settore pubblico) consente o domanda di deviare dal criterio che dovrebbe guidare il processo decisionale in cambio di una ricompensa, della promessa o dell’aspettativa di essa.

Un sistema circolare in cui i corruttori diventano corrompibili e viceversa. Un comitato di affari, un sistema di “do ut des”, di assenza di etica, di rapporto malato con il denaro.

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