Diretto da David Frankel e ispirato alla narrazione di Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada 2 si apre, a vent’anni di distanza, su una realtà profondamente trasformata, segnata dal declino della carta stampata e dal dominio dei social.
Miranda Priestly (Meryl Streep) si trova a fare i conti con uno scandalo legato a un articolo che ha incrinato la sua immagine pubblica, segno di un potere ormai esposto e vulnerabile. Andy Sachs (Anne Hathaway), diventata giornalista d’inchiesta, viene invece licenziata con un messaggio proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto ricevere un prestigioso riconoscimento. Il ritorno a Runway avviene per volontà dell’editore e all’insaputa di Miranda, che inizialmente non la riconosce. Un dettaglio che restituisce una figura familiare nei gesti, ma già diversa nella sostanza.
Il film si muove dentro uno scenario radicalmente ridefinito. La rivoluzione tecnologica ha trasformato tempi, linguaggi e gerarchie: l’informazione è diventata immediata, permanente, costantemente esposta. Il potere non si esercita più lontano dagli sguardi, ma sotto osservazione continua.
Se nel primo film Miranda incarnava un’autorità assoluta, qui appare costretta a negoziare la propria posizione. Il fascino resta, ma è incrinato. Non è più una figura intoccabile, bensì una professionista che cerca di adattarsi senza perdere del tutto sé stessa. Il suo dichiarato “amo il mio lavoro” diventa il tentativo di dare senso a questa resistenza. Il cambiamento emerge con forza anche nel linguaggio. Le sue metafore taglienti, un tempo cifra del suo potere, oggi vengono corrette dalla sua assistente. Non è solo prudenza: è il segno di un’autorità che non può più permettersi di parlare senza essere osservata, registrata, giudicata. La gerarchia perde la sua aura intimidatoria, è ridimensionata da chi non la prende abbastanza sul serio, come Charlie, il secondo assistente di Miranda, un personaggio solare, entusiasta e ironico.
Eppure, il cuore del film resta nel rapporto tra le due protagoniste. Miranda e Andy si affiancano e si sostengono in un equilibrio nuovo. Miranda resta riconoscibile, ma più fragile, più consapevole dei limiti del proprio ruolo.
Andy è cresciuta, ma non ha smarrito del tutto quella ingenuità che la caratterizzava. Il loro rapporto evolve in una forma di alleanza matura, fatta di sostegno reciproco. Accanto a loro, emergono nuove ambizioni: Emily si muove con lucidità e determinazione, pronta a ridefinire gli equilibri. È in queste dinamiche che il film trova la sua tensione più interessante.
Tra le sequenze più significative, quella ambientata nel Cenacolo Vinciano, davanti all’Ultima Cena, Miranda introduce una riflessione più ampia e rivendica il valore della bellezza e dell’arte come conquiste profondamente umane, contrapponendole alla logica veloce e consumabile dei social. Non è solo una difesa estetica, ma culturale: un tentativo di affermare che ciò che resiste nel tempo non può essere sostituito dall’immediatezza.
Tra i messaggi più forti c’è quello della lealtà. Nigel, sempre a fianco di Miranda, diventa il simbolo di chi resta, di chi sostiene senza chiedere riconoscimenti. Quando Miranda gli dice “ci sei tu, ci sei sempre tu”, cedendogli il palcoscenico per la presentazione della sfilata di Runway, si intravede una crepa nella sua armatura e un riconoscimento tardivo, ma consapevole.
Alla fine, vincono le donne leali. A prevalere è un’alleanza tra donne con visioni diverse che trovano un equilibrio. È in questo incontro che il film costruisce la sua sintesi, suggerendo che crescere non significa solo cambiare ruolo o ambizione, ma anche riconoscere il valore delle relazioni che permettono di resistere e ridefinirsi.
C’è poi un dettaglio visivo che non passa inosservato. Nel primo capitolo, Andy era “allegramente inconsapevole” del significato delle proprie scelte, incarnato nel celebre golfino ceruleo. Nel sequel, alla fine, Andy indossa un gilet ceruleo. Ma questa volta non è un caso. È una scelta.
È il segno di una consapevolezza raggiunta. Se prima il ceruleo rappresentava un sistema che decideva al posto suo, ora diventa un linguaggio che Andy padroneggia. Non più oggetto delle dinamiche del potere, ma soggetto capace di attraversarle.
Il diavolo veste Prada 2 rinuncia in parte alla brillantezza del suo predecessore, ma guadagna in profondità. È un racconto più riflessivo, che osserva da vicino cosa significa oggi gestire il potere.
