Settembre 12, 2026 04:28

Silvana Raffaele

Writer & Blogger

“I Promessi Sposi” al Brancati: l’imperfetta commedia umana

In scena al Teatro Brancati di Catania “I Promessi Sposi”, tratto dal romanzo di Alessandro Manzoni con la regia e la drammaturgia di Giuseppe Argirò. Interpreti: Giuseppe Pambieri, Paolo Triestino, Ruben Rigillo, Elisabetta Arosio, Roberto Baldassari, Giovanna Mangiù, Vinicio Argirò e Greta Porcelli. Scene e costumi Vincenzo La Mendola. Produzione a cura del Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale.

Ad apertura di sipario in una dimensione minimalista, firmata dal bravo Vincenzo La Mendola, si presentano Giuseppe Pambieri, nei panni di Manzoni e la sua figlia più cara, Giulietta che porta il nome della nonna paterna, quella Giulia Beccaria figlia di Cesare e madre amatissima del nostro autore.
Poche battute e ci troviamo immersi in un’atmosfera pregna di ricordi scolastici ma rivisitata dalla magia del teatro e dalla raffinata trasposizione drammaturgica accompagnata dalla sapiente regia di Giuseppe Argirò capace di creare un “affresco teatrale vivo e pulsante”
La finzione del testo antico ritrovato consente all’autore inoltre di addentrarsi nelle vicende umane, soprattutto, ma anche politico sociali del Seicento lombardo sotto la dominazione spagnola.
La gestazione di questo capolavoro fu lunga, travagliata e funestata dalle crisi nervose dell’autore e dai numerosi lutti che colpirono la sua famiglia.
La stesura della prima versione, il Fermo e Lucia, è del 24 aprile 1821. Manzoni aveva 26 anni e aveva letto numerosi romanzi europei, in particolare l’Ivanhoe di Walter Scott tradotto in francese; aveva svolto inoltre un puntuale lavoro di documentazione storica (Ripamonti; Gioia).
La seconda stesura del romanzo con il titolo Gli sposi promessi, databile tra il 1823 e il 1825, fu pubblicata dal 1825 al 1827 con il titolo definitivo I promessi sposi. Manzoni pubblicò, così la cosiddetta ventisettana scegliendo il toscano come lingua colloquiale per i suoi personaggi.
Trasferitosi a Firenze al fine di procedere alla stesura ultima del romanzo, dopo aver “sciacquato i panni in Arno”, avrebbe scelto la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l’autore l’unica lingua dell’Italia unita.
La scelta del fiorentino lo portò a rivedere l’opera nel corso degli anni Trenta- quando lo colpirono i numerosi lutti familiari – e a pubblicarla definitivamente nel 1840 (la Quarentana).
Una vita lunga, dunque quella di Manzoni -gli anni successivi furono ancora segnati dalla morte dei suoi cari- piena di riconoscimenti, di gloria, ma anche di grandi dolori.
A 55 anni, l’autore aveva avuto il tempo e le occasioni per elaborare la sua personale “commedia umana” e, da grande artista qual era, di renderla universale in tutte le sue sfaccettature creando personaggi iconici e, nel bene e nel male, profondamente umani.
Ed eccoci dentro questo spettacolo che in maniera diacronica parte dal XVII secolo per giungere al XIX e ai giorni nostri con il suo bagaglio di sogni, volontà, coraggio nelle avversità, pura fede (l’amore tra Renzo e Lucia), codardia e fede profonda (Don Abbondio e Fra Cristoforo), prepotenza e lussuria (Don Rodrigo e i suoi bravi), coercizione e superbia (La monaca di Monza), saggezza e amore materno (Agnese), malvagità e redenzione (l’Innominato e il cardinale Borromeo), rassegnazione di fronte alla morte (la madre di Cecilia).
Il tutto portato in scena con grande coralità da un cast d’eccezione con il risultato strabiliante di coinvolgerci in questo mondo che è ancora il nostro mondo e “in una progettualità ineluttabile, frutto di un disegno misterioso, eppure riconducibile all’imperfetta commedia umana” (note di regia).
Intervistato per il nostro giornale Giuseppe Pambieri sottolinea come sia una grande responsabilità portare l’opera manzoniana in scena perché è conosciuta da tutti e quindi aperta alle critiche. Uno dei momenti cruciali per l’interprete è la conversione dell’Innominato a fronte della figura bellissima del cardinale Borromeo: bisogna arrivare al male assoluto per giungere alla santità. L’incontro con Dio può essere improvviso e inaspettato come nel caso di S. Francesco.
Sull’incanto del romanzo manzoniano ritorna anche Ruben Rigillo che ricorda una sua disavventura scolastica, quando essendo stato rimandato in italiano dovette rileggerlo durante tutta l’estate e finalmente lo trovò meraviglioso.
Per Paolo Triestino ‘I Promessi Sposi sono dentro di noi’. È come se avessimo officiato un rito insieme al pubblico: il teatro è sacralità.
Una storia di amore, paura, fede, sopraffazione e speranza; uno spettacolo che attraversa il tempo, capace di riproporre un classico che continua a pulsare, a entrare nei meandri dell’anima, a interrogare l’uomo e il suo destino.

Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi

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