La Verità “è semplice e sta nel cuore di ognuno, ma inclusa e infeconda come un germe a cui manca il tepore della nuova stagione: essa è la fede nella potenza creatrice della vita che si attinge nell’amore. (…) Noi non conosciamo il Bene e l’Eterno, ma solo la via del Bene e la via dell’Eterno; (…) dall’umano al divino (…) Tale direzione è l’unione delle anime nell’amore.”.
Introduzione di A. Banfi a La fede dell’avvenire di J.M. Guyau.
“La vera ragione non deve dire solamente: nulla di ciò che è umano mi è estraneo, ma piuttosto, nulla di ciò che vive, che soffre e che pensa mi è straniero, Il cuore si ritrova ovunque, ove sente battere un cuore fraterno, fin nell’essere più infimo, quindi a maggior ragione nell’ essere eguale e superiore.”.
J.M. Guyau, La fede dell’avvenire.
Nel 1887 il filosofo anarchico Jean-Marie Guyau (1854-1888) pubblicava l’Irreligion de l’avenir, il suo testamento spirituale in cui esponeva la sua visione del mondo: un’etica della fratellanza laica fondata sull’Amore, la Bellezza, la Fratellanza, la Libertà e la Speranza.
Il titolo dell’opera sembra richiamare la Filosofia dell’avvenire di Ludwig Feuerbach, uno dei più importanti esponenti della sinistra hegeliana. Il suo autore sembra porsi in uno spazio intermedio tra l’anticlericalismo violento e polemico tipico della Francia del XIX secolo, il Nuovo Cristianesimo di Saint-Simon, la religione positiva di Auguste Comte e la religione del cuore di Jean-Jacques Rousseau. Nell’edizione italiana curata da Antonio Banfi, il libro fu battezzato con un titolo dal tono quasi mazziniano: Fede dell’avvenire. Ci sono alcune pagine che anticipano alcuni temi della seconda fase del pensiero di Jean-Paul Sartre e dell’Uomo in rivolta di Albert Camus.
La Verità “è semplice e sta nel cuore di ognuno, ma inclusa e infeconda come un germe a cui manca il tepore della nuova stagione: essa è la fede nella potenza creatrice della vita che si attinge nell’amore. (…) Noi non conosciamo il Bene e l’Eterno, ma solo la via del Bene e la via dell’Eterno; (…) dall’umano al divino (…) Tale direzione è l’unione delle anime nell’amore.”.
Il suo fondamento è il libero pensiero che tende, “come a proprio ideale, verso l’affrancamento dell’individuo, verso la redenzione del suo pensiero, più preziosa di quella della sua vita, verso la soppressione di qualsiasi fede dogmatica, sotto qualunque forma essa si dissimuli…”. Non è assolutamente una forma di scetticismo. O più precisamente, esiste uno scetticismo che è figlio della superstizione e di una cieca sfiducia verso la possibilità di cambiare il mondo e di combattere le ingiustizie. A questo si contrappone il Dubbio, che è slancio verso la conoscenza e che si fonda sulla bontà dei cuori e sulla perfettibilità degli esseri umani.
La divinità violenta e fonte di superstizione delle religioni positive e delle religioni istituzionalizzate cede il posto al Dio ignoto, indefinibile e inconoscibile o al massimo ordine geometrico della Natura. Al sequestro degli intelletti e delle persone operato dalle vecchie chiese, bisogna sostituire la liberazione portata da una nuova fede. “È veramente sacro solo ciò che è da tutto consacrato, ciò che passa di mano in mano, che serve senza fine, che si sciupa e si perde pure nell’uso di tutti. Non case chiuse, non templi chiusi, non anime chiuse; non vite monacate e murate, cuori soffocati o spenti; ma la vita a cielo aperto ed a cuore aperto, sotto l’aria libera, sotto l’incessante benedizione del sole e delle nuvole.” (pag. 4).
Chiarite le dimensioni della libertà, gli esseri umani possono riunirsi in associazioni sempre più ampie e onnicomprensive in nome della fratellanza umana. L’ “associazione ha, come quella delle intelligenze, il suo principio nella coscienza della solidarietà e della fraternità umana, ma, ben inteso, non si tratta più di fraternità fondata su idee superstiziose sulla comunità di origine; si tratta di una fraternità razionale, fondata su identità di natura e di tendenza.”
Guyau descrive in modo molto preciso vari tipi di associazioni. Alcune di queste devono avere natura culturale o artistica, altre devono essere strutturate come organizzazioni scientifiche, altre ancora devono avere scopi sociali e filantropici (pag. 6). Questi nuovi organismi sociali devono favorire la pluralità e la complessità dei caratteri e delle facoltà umane (pag. 7) ed è immaginabile e auspicabile che abbiano una dimensione globale e universale.
“La vera ragione non deve dire solamente: nulla di ciò che è umano mi è estraneo, ma piuttosto, nulla di ciò che vive, che soffre e che pensa mi è straniero. Il cuore si ritrova ovunque, ove sente battere un cuore fraterno, fin nell’essere più infimo, quindi a maggior ragione nell’ essere eguale e superiore.”. In nome della fratellanza, della libertà e della solidarietà: “La simpatia universale è il sentimento che dovrà espandersi nelle società future.” “L’amore vicendevole degli uomini non ha più bisogno di essere preceduto dall’accordo completo degli spiriti; l’amore piuttosto produrrà di mano in mano un accordo sempre più stretto: amatevi tra di voi e vi capirete; quando vi sarete capiti sarete più vicini per intendervi. La luce sorge dall’unione dei cuori.”.
Per realizzare un tale disegno è necessaria la Speranza: “l’entusiasmo è necessario all’uomo, è il genio delle folle, è la forza feconda negli spiriti individuali. L’entusiasmo è fatto di speranza, e per sperare bisogna avere un cuore virile, occorre del coraggio. Si è detto: il coraggio della disperazione; si dovrebbe dire: il coraggio della speranza. La speranza si confonde con la vera ed ottima carità. (…) sperare è amare (…) amare è saper attendere vicino a quelli che soffrono.” (pag. 26). “L’amore vero non dovrebbe mai esprimersi nella lingua del tempo.” (pag. 58).
“Le nostre azioni sono come un’ombra che noi proiettiamo sull’universo; per accorciare questa ombra e ricondurla verso di noi, bisogna diminuire la nostra statura; così pure il miglior mezzo di farsi grandi è di farsi generosi. Ogni egoismo invece ha per conseguenza o per principio una profonda miseria interiore. L’idea e il sentimento, che è in fondo ad ogni morale umana, è sempre il sentimento della generosità”.
L’umanità è in cammino verso un Ideale supremo simile al Noumeno di Kant o l’Inconoscibile di Spencer. Ogni individuo è parte di un percorso globale e sicuramente buono che conduce verso un nuovo Paradiso o un nuovo Nirvana. Per Guyau non esiste una vera e propria immortalità dell’anima o una vita dopo la morte. L’arte ha una funzione eternatrice e il ricordo dei grandi uomini spinge verso il perfezionamento morale (pag. 34). C’è una immortalità condizionata che dipende dall’amore e dall’impegno verso gli altri e dalla risonanza che le opere individuali hanno sull’evoluzione complessiva della specie umana. L’individuo è parte di un percorso più universale e sicuramente buono che premia anche gli sforzi di ciascuno.
Jean-Marie Guyau, La fede dell’avvenire, pagine scelte da A. Banfi, Paravia & C., Torino.
