Il cielo, ricamato con delicatezza dalle mani di Dio, non copre solo la gioia dell’uomo ma anche la sua fragilità e la sua sofferenza nella malattia, che non va mai sprecata, perché è un momento di ricerca di senso per il malato e di accudimento da parte di chi gli si fa prossimo, adottando la compassione, ovvero “la capacità di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione”( F. Dostevskij).
Sovente ci si sente inutili perché cerchiamo di aprire le stesse porte che aprono gli altri: la carriera veloce, il successo, l’apparire.
E quando non riusciamo a varcarne le soglie siamo inclini a pensare di essere sbagliati; non ci sfiora nemmeno il pensiero di essere stati creati per un compito diverso: non per aprire porte ma per scardinare cuori rinchiusi dalla sofferenza prima che la ruggine li rivesta irreversibilmente.
Nessuno è una risposta senza domanda, nessuno è un errore di fabbricazione.
Siamo nati tutti per una nobile missione che consiste nel far ripartire, con laboriosa maestria, la dimenticata melodia dell’anima, donando infinita tenerezza, sbloccando limpide emozioni e riattacando ricordi frantumati dalla rocambolesca corsa della vita.
Il segreto per riuscirvi è divenire custodi dei fratelli, aiutandoli a risalire dai precipizi della disperazione e mettendoli al riparo dalle intemperie della solitudine, perché anche nei naufragi e nelle tenebre più profonde si può brillare.
Tanto più il cielo è buio tanto più luminose sono le stelle; e beate quelle cadute che ce lo fanno guardare alla ricerca di Dio quando ogni speranza sembra ingoiata e ogni comunicazione interrotta bruscamente.
I fratelli che affrontano corpo a corpo la malattia sono frontiere, porte a cui bussare con le nocche del cuore, pagine bianche su cui scrivere con l’inchiostro dell’amore surfando le alte onde del dolore che non vengono risparmiate nenche a chi ha fede, perché Dio non protegge dalla sofferenza ma nella sofferenza.
E in questa ardua impresa arruola anime generose che lo aiutano a collocare l’oro nella profonda ferita inferta dalla malattia, che non merita l’oblio d una sutura ma una speciale ed evidente sottolineatura: le lacrime di un Dio non latitante nel dolore ma presente per accompagnare e risollevare.
Le ferite non sono zavorra; sono segni di luce, proiezioni di speranza, fessure d’infinito che vanno esposte al sole della vita per respirare e rimarginarsi prima che si infettino.
Gli orafi di Dio sono come il mandorlo che è il primo a fiorire e l’ultimo a fare i frutti; fioriscono per offrire sosta e ristoro senza attendere di vederne i frutti ed erogando bellezza nel rispetto della dignità e del silenzio della prova.
La sofferenza chiede di essere vista e non archiviata frettolosamente.
È per tale motivo che la pietra del dolore non va spaccata o forzata, ma spostata insieme per evitare di soccombere sotto il peso della gelida coltre di paure.
Il cuore non è una cava di macigni, ma un utero che accoglie ed è accolto.
Per diventare orafo dell’Amore non occorre un curriculum spirituale di alto profilo e non è richiesta perfezione da manuale; non è necessario sottoporsi a minuziosa disamina e non servono obliterrazioni, solo la genuina generosità di chi non pretende di capire ma sa restare nella terra sacra che nessuno può comprare.
In tutte le relazioni d’amore ancora prima di correre, andare e agire, occorre stare.
Stare anche con le nostre vite che sanguinano, tremano, inciampano e si incarnano alla ricerca di una tenera carezza che fa cavalcare anchie i sogni ritenuti impossibili.
Gesù da buon falegname ama il legno tarlato ed ha bandito dai cieli i sentimenti di plastica infrangibile ma non l’imperituro AMORE.
Il suo miracolo più bello è far diventare i feriti guaritori, capaci di ricomporre le fratture scomposte dell’anima, di far sbocciare forza insperata, di sciogliere grovigli e prolungare lo sguardo fino ad orizzonti lontani, facendo sconfinare il dolore nella gioia.
La vita è uno spartito i cui tempi vanno rispettati per dare compiutezza e respiro all’interpretazione con gli accordi giusti.
Se si riesce a superare gli agguati del dolore, il tempo è un dono prezioso e ogni emozione ha una risonanza che spalanca l’ETERNITÀ.
