Giorgio Gaber rivive al Teatro del Canovaccio: un tributo che interroga il presente

Al Teatro del Canovaccio è andato in scena “Sogno di un’antica speranza. Omaggio a Giorgio Gaber”, atto unico scritto e diretto da Gianmarco Arcadipane, che è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra spettacolo-tributo e riflessione critica: non una semplice celebrazione nostalgica del Signor G., ma un’interrogazione sul presente attraverso la biografia e l’eredità artistica di Gaber (25 gennaio 1939 – 1 gennaio 2003).
La vicenda umana e professionale del celebre artista milanese viene ripercorsa dagli esordi nella canzone rock degli anni Cinquanta, fino all’approdo negli anni Ottanta al teatro-canzone, genere che combina canzoni, monologhi e racconti su temi sociali e politici, diventando la forma espressiva più rappresentativa del percorso di Gaber.
È un giovane Giorgio Gaber, dunque, quello messo in scena dall’altrettanto Gianmarco Arcadipane, che — proprio in virtù dell’età del personaggio — interpreta con credibilità il cantante agli inizi della carriera: dal locale milanese Santa Tecla, nel 1958, alle successive apparizioni televisive accanto a grandi interpreti della canzone d’autore (Celentano, Jannacci, Tenco, Mina, Mogol e molti altri), fino alla collaborazione con Sandro Luporini, con cui inventa il genere del teatro-canzone.
In scena, come comprimario, Nicola Costa, impegnato in molteplici ruoli, affiancato dall’attrice e cantante Ornella Brunetto, che contribuisce vocalmente alla buona riuscita dello spettacolo. Il pubblico ha apprezzato, come testimoniano i commenti sui social all’indomani della messinscena; particolarmente graditi sono stati i momenti di leggerezza e ironia, inseriti in una narrazione per lo più seria e riflessiva.
“Sogno di un’antica speranza”, con sguardo competente e contemporaneo affronta una figura complessa come quella di Giorgio Gaber, tratteggiata inizialmente attraverso la voce del giornalista Rai Vincenzo Mollica, autore del necrologio trasmesso al TG e riproposto all’inizio dello spettacolo. La successiva proiezione di video con Gaber contribuisce a creare un ponte tra sogno e realtà, aprendo uno squarcio nella memoria del Paese e, dunque, in quella collettiva del pubblico.
Nicola Costa risulta particolarmente convincente nella parte finale, quando — apparentemente fuori dalla finzione scenica, ma in realtà seguendo la drammaturgia di Arcadipane — veste i panni del pungolo critico: è lui a chiedere al pubblico cosa sia rimasto di quanto appena visto e, più in generale, cosa resti di quella stagione storica, tra anni Cinquanta e Settanta, caratterizzata da slanci, passione e desiderio di rivoluzione politica e interiore. Il richiamo implicito è alla figura di Pier Paolo Pasolini, che con Gaber condivideva la lotta contro il conformismo.
E chissà cosa direbbero oggi i due intellettuali di sinistra di fronte a cortei e rivendicazioni – per le tragedie contemporanee di Gaza, Ucraina — che sembrano ridursi talvolta a fenomeni effimeri. I giovani riescono ancora a percepire il sentimento autentico del dolore? È questo il nodo che Arcadipane porta in scena e che Costa, voce di una generazione più matura, esprime con forza.
Il video di Davide Sgroi, con le interviste raccolte per Sikelian, contribuisce a chiarire la genesi dell’idea artistica e le intenzioni che sottendono lo spettacolo, i cui spunti di riflessione accompagnano il pubblico per tutta la durata — circa un’ora e mezza. I tre interpreti, nell’intervista, esprimono anche parole di commozione in memoria del fondatore e presidente del Teatro del Canovaccio, Saro Pizzuto, recentemente scomparso.
Foto e video di Lorenzo Davide Sgroi



